— Niente, niente — proseguì il segretario. — Non parlo con voi, parlo col signor Duc. Dicevo?... Ah sì! Dicevo che son bell’e andato. Pazienza!... Facevo il mio bravo conto di vivere ancora qualche annetto, e invece... Facevo il conto senza l’oste, ecco tutto.

Parve colpito dal suono delle ultime parole che gli erano uscite di bocca, guardò con faccia curiosa alle facce degli altri, strizzò l’occhio e susurrò:

— Non parlo mica di Baino...

— Zitto! — interruppe Tomatis angustiato. — Siamo alle solite! Non cominciate a snocciolare scioccherie. Vi potrebbe tornar l’agitazione.

— Che ore sono?

— Cosa v’importa dell’ora? State buono, state quieto...

— Avete un bel dire voi che siete lì, sano come un pesce. Ma... oggi a me, domani a te. Con certe cose non bisogna scherzare. Non scherzar coll’orso, se non vuoi esser morso. Non scherzar con la morte, se non vuoi... se non vuoi... se non vuoi...

Tomatis si voltò a Roberto e gli fece un cenno che voleva dire: — Su, da bravo, mi aiuti un pochino. — Poi esclamò: — A proposito! Non ve l’ho ancor detto? Sor Roberto è stato in montagna.

— In montagna? — ripetè il malato, corrugando la fronte, quasi ignorasse il significato di questa parola. — Perchè in montagna?

— Per divertimento, per mutar aria, non è vero, sor Roberto? Dica cos’ha fatto. Dica dov’è stato.