Mar. (Via).

Elena. (A Roberto) Non è qui per me. Non ti ha trovato al convegno e viene in casa con un pretesto, sperando che la sorte l’aiuti. È coraggio, è amore, è tutto quello che vuoi. Ma poichè ha chiesto di me, bisogna ch’io la veda.

Rob. Cosa vuoi fare?

Elena. (Semplicemente) Sentir quello che ha da dirmi. — Vuoi venire anche tu?... Vieni.

Rob. (Andando verso il giardino) Usciamo di qui, andiamo dove volevi andare.

Elena. Perchè? Non vuoi che ci veda insieme? Ti ha proibito d’uscire con me?... È facile; conosco i suoi capricci! Non mi meraviglio più di nulla, va là! So che mi considera come una sua pari, che non ha altro merito che d’essersi trovata la prima sul tuo cammino. Quando passo davanti al negozio, si affaccia con le compagne, e si bisbiglia, e si ride. Il suo saluto mi provoca. Imita le mie vesti, contraffà il mio portamento. Così tutti capiscono: se io son la contessa, lei è la contessina — Chi sa cosa spera! (Prendendogli la mano) Tu non hai più l’anello che ti ho dato quando ci siamo sposati. — Non vuol più vedertelo in dito? o l’ha voluto per sè?

Rob. (Ritraendosi confuso) Elena! Elena!

Elena. Tu non hai più nè cuore, nè dignità, nè onore!

Rob. Basta!

Elena. Sì, basta. (Indicando l’uscita del fondo) Voglio uscire di là, al tuo braccio.