Eppure avrei giurato d’averlo la sera riappiccato al muro, quel ritratto!


Eravamo armati ed in ordine. Mario aprì l’uscio verso il cortile, i cani si precipitarono in casa e vedendo brillare i fucili, cominciarono a latrare festosi: era venuto il tempo d’empire le nari, diguazzando nella rugiada, cogli effluvii grassi della selvaggina, venuto il tempo di piantar i denti nelle carni ancor vive e palpitanti degli animali feriti, e sfogar l’istinto feroce assaporando tra le fauci il sangue caldo e fumante, cogli occhi chiusi ed il corpo accosciato sotto i ceffoni ed i calci largiti dai padroni troppo frettolosi di ritirar la preda.

Un lampo abbagliante seguito immediatamente da fortissimo tuono, ci arrestò sulla soglia; i goccioloni caddero larghi e violenti, si fecero fitti, i lampi ed i rombi si succedettero, e così cominciò un bell’acquazzone con tutti i sintomi di durata più dichiarati.

Rinunzio a descrivere l’ira di Mario. — Io guardavo alla finestra volendo anche persuadere me, mentre cercavo persuadere lui: — Non può durare, caro mio un temporale, più è violento meno dura; fra mezz’ora, un’ora al più, saremo fuori.

L’acquazzone prolungandosi diminuì di violenza, si cambiò in una pioggia fitta, cheta, perfettamente verticale. Il cielo si rischiarò solo quanto bastava per provare che il giorno era venuto, vestì una tinta unita color del piombo e parve disporsi a restar così tutta la giornata.

Salii alla camera gialla. Volevo rivedere i due ritratti che si volevano tanto bene.

Due fisonomie animate e pensanti, piene di rilievo e d’espressione mi si disegnavano nella fantasia; i loro lineamenti si spiegavano, si illuminavano a vicenda, il sogno m’aveva lasciata quasi l’impressione d’un fatto reale.

Presi da una mano il ritratto grande, nell’altra il piccolo e scesi.

Mario saliva alla galleria per esaminar l’orizzonte. Veniva su svogliato, dondolandosi ad ogni scalino, aveva le ciglia alte, inarcate, teneva in mano un tozzo di pane, e vi mordeva tanto per sfogarsi, quanto per far colazione.