Edoardo Scarfoglio.

E ora, naturalmente, io non aggiungerò commenti; nè andrò a ricercare chi, tra il deputato Cavallotti che comincia a incanutire, e me, che non ho ancor trovato nella mia capelliera il primo pelo bianco, abbia dato in questa burrascosa questione più sicuro segno di calma, di serietà, di dignità; chi, tra il deputato Cavallotti, che asserisce con tanta jattanza il contrario di ciò che è sancito dal processo verbale del duello, e me, che ricordai spensieratamente una ferita non dubitata incresciosa a un così frequente duellatore, siasi mostrato più goffamente ineducato e più ignaro del galateo delle questioni d'onore. I documenti sono chiaramente dimostrativi. Solo, io ho voluto determinare nettamente la posizione mia a fronte del nemico, perchè non mi s'abbia a prendere per qualche povero diavolo d'un Renzo Tramaglino sopraffatto da un don Rodriguccio della letteratura e della democrazia. Il deputato Cavallotti ha voluto atterrirmi con suoi strillacci e con suoi braveggiamenti. Diavolo! e non sapevate, o terribile nemico della prosodia italiana, che don Quijote si diletta mirabilmente delle avventure pericolose? Voi vi appellate ai pubblici che applaudono le vostre comedie e vi chiamano al proscenio prima che sull'atto primo s'alzi la tela, come una ballerina di cospicui polpacci prediletta dalla moltitudine? E in conspetto di questi pubblici io vi voglio svergognare, o sciagurato verseggiatore che recate attorno in vituperio pei palchi scenici del felice regno d'Italia il fantasma della democrazia italiana. Voi siete più vanitoso d'una femminella? E io vi voglio ferire nella vanità. E a proposito della vostra vanità poetica e delle femmine, rammentate, onorevole strimpellatore di troppe chitarre, una vostra avventura genovese? Eravate andato a Genova per la recita di non so quale vostra comedia, e dovevate partire la sera. Nel pomeriggio vi condusse un amico da una bella donna, a cui e voi e l'amico faceste a gara la corte. La bella vi richiese di recitarle dei vostri versi recenti; e, alla domanda lusingatrice, voi, subitamente acceso di una grande tenerezza di voi medesimo e dimenticata la donna bella e l'amore, correste a scavezzacollo all'albergo a tòrre il manoscritto de' vostri versi. L'amico, rimasto solo ad assalire, raddoppiò l'impeto, e, se la cronaca galante non mente, giunse a dar la scalata; sì che quando voi sopraggiungeste col manoscritto, erano ancora e l'uno e l'altra caldi e purpurei per la battaglia. Ben vi stette allora, e ben vi stia ogni volta che una mano audace vi sfrondi il frascame del vostro matto orgoglio poetico.

Su dunque, onorevole Pirgopolinice: in guardia!

II.

Ed ora è tempo, sembrami, che cominciamo a parlar d'arte. Però l'onorevole Cavallotti e l'arte son due termini tanto contradittorii, che non giungo a metterli insieme; poichè, se l'arte è la tecnica del pensiero umano, non aspettatevi la perfezione da un manovale. L'onorevole Cavallotti è nè più nè meno di un manovale, cui niuna più alta e degna cura travaglia, che una furia smaniosa di recar pietre e mattoni e calce all'edifizio barocco della sua vanità poetica. A torto o a ragione — molti credono a ragione, noi mostreremo che a torto — egli si è nutrita per vent'anni nell'animo la persuasione d'avere una singolare energia lirica e drammatica; e su questa base di buona fede ha eretto una sua baracchella fatta di furberia e d'imprevidenza, di spacconeria e di bambineria miste d'un tantino di ciarlataneria. La baracchella è sorretta da una travatura di logica e assodata col cemento d'una certa esperienza delle cose. Il deputato Cavallotti, prima ancora che la riforma della legge elettorale ne sancisse l'importanza, intese che la rappresentanza delle minoranze è una cosa seria; e poichè dopo il '60 in Italia non ci era minor minoranza della democrazia, si mise con le mani e coi piedi a voler diventare il poeta della democrazia italiana. Conferiva al proposito la singolarità della sua natura tra di pazzarellone e di retore, che lo trae a sgrammaticare con lieta spavalderia, e a sofisticare intorno a quisquilie oziose con dottoresca pedanteria. Conferiva anche l'indole della democrazia italiana, la quale non altro essendo che una vera e misera academia ha bisogno d'un suo poetaccio da lanciar contro il nemico come un ronzinante da corse di villaggio: un poetaccio qualunque sciancato e pieno di guidaleschi che sbatacchi le campane della lirica in tono con gli sbatacchiatori del campanone oratorio e dei campanelli elettrici del giornalismo. Così la poesia del deputato Cavallotti è opportunista, come fu opportunista la politica del deputato Gambetta. Accade questo: che gli avversari, per poter vituperare la politica cavallottèa, ne lodano la poesia, e gli amici acclamano in coro alla poesia e alla politica insieme. Niuno scrittore dunque in Italia fu proseguito di più concorde favore, e più gloriosamente levato in sugli scudi. Aggiungasi: il Cavallotti è, alla sua maniera, un pocolin don Chisciotte. Dilettasi stranamente di levar la voce in tono di minaccia, e volentieri sfodera la durlindana. Ei fa guardia alla porta della baracca della sua vanità, e guai allo sconsigliato che s'attenti di valicarne la soglia! Il traditor di Tirteo non soffre la critica, se bene ha rotto santamente i co...rbezzoli ai veristi ed a' barbari. E bisogna vedere con che feroce passione e con che miracolo di pazienza raccolga egli da' più oscuri fogliettucoli di provincia le sentenze diverse intorno all'opera sua, e le ristampi allineate a due a due sì che ciascuna dia all'altra un calcio, per potere da quella discordia concludere alla sua eccellenza lirica e drammatica. E quando la penna non basti, s'apprende a più ferrei argomenti.

Combattè una volta tre giorni consecutivi in Bologna contro tre diversi avversari, per essere state le sue poesie escluse dal patrimonio di non so qual biblioteca popolare o circolante; e assai altre volte con dimostrazioni di sciabola ridusse i contraddittori all'ammirazione. Di più, questo bellicoso fantaccino della sgrammaticatura attende con meravigliosa sollecitudine all'edifizio della sua popolarità: ben miserabile dev'essere quel borgo ove, recitandosi qualche sua comedia, egli non vada a confortare e ad accertare con la esibizione della sua persona il trionfo, apparecchiatogli dagli amici politici del luogo come una festa della democrazia. Ed è prodigo di sè con tanta facilità di espansione comunistica, e con sì bella grazia d'orso repubblicano, ch'è di molta letizia a vedere. Non già che sia nel discorso affabile e di modi e di gesti e di voce gratamente gentile, che anzi poco parla, e quel poco con scatti e troncamenti e riprese di suono simili ad urli canini e con gran furia di mani e di sguardi; ma si compiace egli d'incanagliarsi e di apparire più democratico di tutti i più democratici. Predilige le trattorie umili e la compagnia dei repubblicani di modesto ingegno, e va con un cappello piombante sull'occhio sinistro e con la persona atteggiata a un tal qual burbanzoso disdegno dell'aristocrazia delle forme esteriori. Nè ci è un più frequente banchettatore: nel suo nome e col suo intervento la democrazia italiana divora innumerabili costolette di manzo e vuota un infinito numero di fiaschi di Chianti. Alle frutta, naturalmente, scattano i brindisi in onore della repubblica e del poeta. Qual è in Italia il rimatore infelice che non abbia bevuto in versi all'alcibiadeo? Io ricordo, fra tutti, l'inno allo assenzio che Giacinto Stiavelli recitò alle frutta d'un pranzo cavallottesco. Così l'onorevole Cavallotti coltiva la sua fama con passione d'orticoltore diligente, e corre l'Italia da capo a fondo, qua piantando il cavolo d'una discorsa politica, là inaffiando le barbabietole d'una comedia, urlando, battendosi, pranzando. E tutto gli giova: nel Povero Piero, speranza del buon Parlagreco, si applaude l'interrogazione pei fatti di Baronissi, nel Cantico de' cantici si saluta la riforma elettorale, e la Sposa di Menecle si rileva dalla morte dopo le elezioni generali per protesta contro il Depretis. La democrazia italiana trae da' drammi cavallottei argomento e pretesto di gridare in gloria o di urlar per la rabbia, e sopra il fermento delle piccole passioni repubblicane innalza la bicocca dell'arte ciabattina.

III.

Rammentate l'aneddoto di Ercole al bivio? Lo avrete certo tradotto dieci volte in latino dagli esercizi dello Schultz. Ercole dunque una notte dormiva; e dormendo, gli apparvero due strade, una erta sassosa polverosa, l'altra piana dolce assiepata; e d'avanti a ognuna si teneva una donna. Presero queste a parlare, ciascuna invitando con quanti più allettamenti poteva. Erano la Virtù e la Voluttà, e la prima accennava in cima all'erta il tempio della Gloria alberato di lauri, e l'altra con gli occhi dolci mostrava la via piana conducente all'amore. Ercole molto stette in dubbio, pesando nell'animo le promesse; in fine si drizzò dal sonno, e s'avviò all'erta. Il deputato Cavallotti non è Ercole, certo; e pure, parandoglisi innanzi la via del dramma storico imbottita di borra e quella scoscesa della lirica, in un selvaggio impeto d'ambizione cesarea ha voluto percorrerle tutte due; e, un piede in quella e l'altro in questa, ha fatto dieci passi; poi, crescendo l'angolo del bivio, s'è dovuto fermare. Ed è rimasto a cavalcioni de' due muriccioli divisorii, dimenandosi forsennatamente come uno spauracchio d'uccelli, e gittando i sassi della lirica negli orti del dramma.

Non mette certo il conto di giudicare come cose serie gli atti e le voci d'un energumeno; ma poichè a quelle mosse e a quegli strilli molta gente s'è voltata a guardare, e la democrazia negli urli di quel matto si glorifica e si sublima, e qualche signor Parlagreco contamina l'innocenza della sua giovinezza con peccati mortali d'ammirazione, facciamo per una volta il medico de' pazzi; e cominciamo dalla malattia drammatica, che è la più grave.

Il deputato Cavallotti ha avuto, e tuttavia ha, una evoluzione drammatica simile in certo modo a quella del Goethe: dal medio evo è giunto alla Grecia antica; poi, con uno slancio shakspeariano, onde il Goethe non fu capace, s'è dalla storia delle guerre messeniche e del secolo di Pericle ributtato indietro, tuffando audacemente le gambe lunghe nel fossatello della vita moderna. Quale rivolgimento estetico e quali ragioni d'arte hanno determinato questa marcia di Leonida del dramma cavallottèo attraverso il tempo e lo spazio, dalla sonorità ventosa de' suoi endecasillabi medievali alla volgarità pettegola della sua prosa greca e alla sciatteria pesante de' suoi martelliani moderni? Quale concetto il deputato Cavallotti ha del dramma? Quali sono i suoi criteri drammatici? Ma non gli facciamo tante domande insieme e a bruciapelo: il fremente Achille della democrazia italiana ci risponderebbe delle insolenze. Ricerchiamo invece ne' suoi drammi e nelle sue prefazioni le risposte.