Sarà un'aberrazione, e le Società per la tutela ecc., seguiteranno a spandere molti quattrini per far tradurre molte comedie francesi: ma che volete? Noi non ci sappiamo rimovere dalla nostra persuasione, e, checchè sia per accadere, non scriveremo mai i due brutti versi di Gian Giorgio Trissino:
Maledetto sia il giorno e l'ora e 'l quando
Presi la penna e non cantai d'Orlando.
Le promesse, non le minacce come qualche bell'umore volle dare ad intendere, furono, questo libro lo dimostra, tenute. Io mi aggirai, pazzo cercatore di ventura, fra una turba che da prima mi guardava scompisciandosi dalle risa, poi cominciò a scaraventarmi addosso torsi e torsi e torsi di cavolo. O bei torsi di cavolo verdi e nodosi onde le schiene mie giovenili furono consolate! Chi li potrebbe noverare, o almeno classificare per categorie? I miei più cari amici me ne lanciarono con tutta la forza dei polsi, reputando in buona fede di fare opera di misericordia. I lontani dicevano e stampavano ch'io fossi un ragazzaccio che voleva far del chiasso con la facile infamia della diffamazione; i conoscenti miei, vedendo con gli occhi propri quanto io fossi nemico del chiasso vacuo e ozioso e quanto poco esso conferisse alle mie speranze e alla mia personale ambizione, arguirono ch'io fossi un mattoide.
E forse costoro hanno ragione; poichè non si può, senza presupporre un qualche guasto cerebrale, concedere che un uomo, il quale facilissimamente, col solo permutare in superlativi laudatorii alcuni peggiorativi della sua prosa, potrebbe diventare il prediletto di tutti gli scribacchiatori d'Italia e conquistare una bella fama di ragazzo miracoloso, per uno stolido e monomaniaco feticismo dell'arte si rassegni ad accumulare sopra il suo capo una così fiorente mèsse di vituperi e di disdegni e di canzonature. Comunque sia, quando io dalle sfere serenamente luminose de' miei primi studi discesi in mezzo alla nebbiuccia sporca della letteratura odierna, e abbandonai Omero e Goethe, Aristofane e Molière, Orazio e Heine per il signor Rapisardi, per Salvatore Farina, per Paolo Ferrari, proprio mi ritrovai nella pelle di don Quijote escito di fra i suoi romanzi d'avventura ai piani della Mancha. Io, per dichiarazione de' miei giudizi drammatici, ricordavo Eschilo o Shakespeare o Goethe, e i cronisti teatrali mi ridevano sul muso; citavo il Decameron, e i novellatori spiritosi mi ammonivano che il Boccaccio è un mito.
Così non mai disegno di legge per un aumento d'imposte fu con tanto vario e concorde accanimento combattuto e vilipeso, quanto questo libro man mano che appariva nei giornali. Nessuno mostrò di avvedersi che le cose dette da me erano gli elementi della più volgare erudizione e le fondamenta del più comune buon senso; ma gl'ignoranti di qualche ingegno mi presero per uno strano pedante che pretendesse d'imporre loro un programma d'insegnamento, e gli eruditucoli cretini mi vollero far passare per un ciarlatano che tentasse a furia di parole cabalistiche di conquistarsi fama di erudizione in paese di barbari. Anche non mancò qualche stupido (l'ultimo è stato un gaglioffo marchigiano sudicio e zazzeruto come un Fariseo di Heine) che denunziasse me — proprio me! — come il tamburino d'una fantastica oligarchia letteraria. Ecco che cosa si guadagna a fare il don Quijote! Vede ora il Dottor Verità che sarebbe un gusto da cane idrofobo posare per critico antropofago in conspetto del popolo?
No, caro Dottor Verità. Per quanto io mi diletti meco medesimo di tutti questi torsi di cavolo che mi piombano da ogni parte, non posso reggere all'amarezza di vedere il pio Giacinto Stiavelli affannarsi a cercare un qualche modo di farmi dispiacere, e affastellare, con grave danno del suo officio d'impiegato governativo, bibliografie sopra bibliografie per potere avventarmi di straforo qualche torsoletto accidentale col metodo dei Parti lanciatori di frecce. Non posso, senza scoppiar dalle risa, vedere due bravi giovinotti, i quali hanno l'abitudine di tagliuzzare in tanta carne da salciccia tutti quelli che non cantano la gloria dei loro sterili sudori di copiagione, e questa ciccia così stranamente tagliuzzata e pesta insaccano in certe loro parentesi tonde come il loro cervello o quadre come la loro persona, tentare la medesima gherminella contro di me. E via, o salcicciatori vilissimi! Che diavolo volete voi tagliuzzare? Non vedete che io non ho sopra le ossa dure tanta carne da fare una mortadella? Non vedete quanto siete ridicoli? Voi avete la testa di piombo e i piedi di creta, e tra il piombo e la creta l'invidia di voler fare anche voi ad ogni modo qualcosellina memorabile ha eroso un cavo, ove il canchero della vostra imbecillità dorme un sonno fatato, aspettando invano un qualche risvegliatore. Che Dio perdoni a Giosuè Carducci di aver chiamato i giovini d'Italia alle biblioteche e agli archivi! Egli, primo, ne porta le pene, poichè gli tocca di soffrire la fastidiosa prosopopea di certi sciocconi, i quali credono in buona fede che basti ricopiare una qualunque cosa inedita per ascendere le più alte vette della sapienza e dell'intelligenza umana. Tali sono, naturalmente, i due bravi norcini che mi hanno mosso a questo discorso. Costoro sono stati, fra tanti altri giovani veramente degni, scelti a insegnare filologia romanza in due Università italiane, poichè dura tuttavia in Italia e prospera la tradizione di quel ministro, che non avendo pronta alle domande d'un garzone farmacista una catedra di storia naturale, glie ne dette una di sanscrito. È naturale che questi due bravi giovinotti, vedendosi così singolarmente segnalati fra tanti migliori di loro, abbiano fatto nel cavo della loro testa plumbea questo ragionamento: se hanno data a noi una catedra universitaria quando non potevamo onestamente sperarne una di ginnasio, è certo che noi abbiamo un qualche straordinario merito che ci fa degni di tanto favore; e poichè noi nella grande miseria della nostra gioventù non altro abbiamo fatto se non ricopiare a stampatello e parte anche in corsivo con inchiostro d'anilina e non senza qualche sproposito i sonetti del Pecora, è indubitabile che per essere in Italia insegnanti e critici di filologia romanza una buona dose di pecoraggine sia indispensabile.
Io sono presidente, dunque suono il campanello, diceva il marchese Colombi; ma questi due sono più colombi del marchese Colombi, e hanno detto: noi soniamo il campanello, dunque siamo presidenti. E si son messi a salcicciare.
Se non che io non sono disposto a lasciarmi assassinare nel trabocchetto d'una parentesi quadra con le armi insidiose di due punti ammirativi; e denunzio all'Italia che due professori di filologia romanza eletti senza concorso non hanno neppur letto il compendio di storia letteraria provenzale del Bartsch, poichè pare loro uno sproposito ammirando dire che la Francia meridionale, se bene ebbe dei rifacimenti e qualche nativo virgulto rampollato sotto i passi di Carlo Martello dai campi di Poitiers, non fu veramente epica; e ignorano pienamente la storia della liturgia cristiana, poichè, se avessero saputo che il canto liturgico in Grecia contrappose la ritmica semitica alla metrica classica pagana; se avessero saputo che in Italia questa forma di opposizione fu più facile e più manifesta, perochè la liturgia trovasse nei canti popolari latini degli ausiliari contro la poesia classica e pagana, udendo proporre il desiderio che si ricercassero da qualcuno più competente di me e di loro le influenze che nelle nuove forme metriche può avere avuto la ritmica siriaca ed ebraica, non avrebbero fatto quella mossa di meraviglia pietosa da villani che, per parer furbi, ridano sul naso di chi parli loro del telefono.
Ma questi asinelli che vogliono celare la scioccheria loro sotto la pelle del Pecora non sono nè pur furbi, se bene son villani assai. E perchè sono stufo dei molini a vento, saluto caramente questo grosso signor Renier che mi pare un canonico officiante a cui il piccolo signor Novati agiti d'avanti il turibolo salmodiando in gloria con quella sua vocetta blesa che sembra impastata di sorbe acerbe e di succo di barbabietole, e passo oltre, senza badare a tutti quelli che da Milano e da Potenza, da Roma e da Meina, da Napoli e da Santa Maria di Capua, da Palermo e da Nocera dei Pagani mi hanno gridato e mi gridano tuttavia la croce addosso.