Solo, prima di raccogliere le vele, sento il dovere di rendere le più vive azioni di grazie ai due ultimi miei frombolatori, un maschio e una femmina. Sì, anche una femmina, poichè io non solo sono stato lacerato dai cani come Atteone, ma come Orfeo sono stato dilaniato dalle Menadi. Il maschio è un tal Dario Papa, del quale io non so altro se non che accompagnò Ferdinando Fontana in America, e che, chi sa perchè, ha voluto contro ogni norma di buona creanza e di delicatezza cacciare il naso in una mia question personale, ristampando una lettera provocatoria del deputato Cavallotti; cosa tanto più strana, dicono quelli che lo conoscono, quanto più questo Dario è codino e nemico del deputato Cavallotti. Ma a me, già, ne toccan di tutti i colori. La femmina è la signora Adele Bergamini, una generosa erede della scuola romana, che agli illustri italiani di tutte le scuole è stata cortese amica; e a me aspra dì critiche fierissime! Vedete, o Dottor Verità, che cosa si guadagna a fare il don Quijote?
E ora basta. Da questo libro appare come io abbia fatto pochissime questioni personali; e quelle pochissime trattovi a forza. Ora prendo tutto il fascio delle armi, e lo butto in un cantone; e mi abbandono senza difesa agli assalti dei cani, e alle rappresaglie. Il soverchio ardore della mia prosa procede dallo sdegno di vedere tante buone forze perdute per manco di proposito e per incertezza d'indirizzo: anche io speravo di scotere con qualche fanfaronesco ma opportuno fragore di ferri questa generazione italiana che se ne sta, come le rane di Esopo, in mezzo al pantano della santa ignoranza, dondolandosi nella contentezza di sè medesima, acclamando ai re travicelli della critica opportunista e laudativa. Ma questa speranza, pare, era pazza, poichè tutte quante le rane mi si son levate contro crocidando, e invocando le vendette di Giove sul mio capo.
O Giove Ottimo Massimo, tu che solo vedi come io sopra questa moltitudine di batraci abbia ragione; tu che solo intendi ed approvi lo sconsigliato e scomposto impeto cavalleresco di amore per la dignità e per la serietà dell'arte che mi ha sospinto a questa strana impresa, io non voglio che questo crocidamento ti dia oltre fastidio. Io dichiaro a te, poichè delle rane non mi curo, che non ho mai voluto mangiare nè un poeta, nè un romanziere, nè un dramaturgo — troppo mi sarebbero ingrati al gusto e allo stomaco; — che delle mie furie non ho inteso fare un mestiere, ma un libro. E il libro, eccolo. Scritto saltuariamente, come l'occasione invitava, e scritto in grandissima parte per uso di giornali, è tumultuario, è ineguale, è, soprattutto, superficiale: ciò che solo ha di buono, è l'intenzione. Comunque, io lo lancio arditamente in mezzo al popolo d'Italia, poichè in questa prosa fervono i più vivi e più caldi entusiasmi della mia gioventù; e se bene esso pare pessimista e nihilista, vi arde per entro il fuoco sacro d'un desiderio immenso, il quale io, a mio rischio e pericolo, ho voluto propagare fra tutta la presente generazione: che il senso e l'amore dell'arte in Italia rinascano liberamente e largamente, e che le fonti della coltura moderna, chiuse dagli argini dell'erudizione gelosa ed egoista, trabocchino a fecondare tutti gl'intelletti capaci di fertilità.
Il concetto mio, in fondo, è romantico; e poichè dalla storia del romanticismo ho anche appreso a confortare le parole con gli esempi, lascio qui le teoriche e le micromachie, e salgo a un cielo più luminoso. Le rane dormano in pace: io voglio dar loro larga materia di rappresaglia. E mi dilungo per sempre da questo pantano, onde io mi auguro sia presto per rampollare una più felice vegetazione, contando sotto l'arnese le ammaccature come il cavaliere dalla trista figura, ripetendo meco medesimo questi tre versi di Giovanni Antonio Du Bellay:
C'est estre fol que d'estre sage
Selon raison contre l'usage.
Ceux qui m'entendent m'entendront.
Roma, 20 novembre, 1883.
E. S.