I.
LE TERRE BARBARICHE.

Per le rovine di Ostia e per la patria — La vecchiaia di Victor Hugo — Contro il romanzo sperimentale — Le novelle tedesche.

I.

O le rive del Tevere, di là da San Paolo, sino alle bocche di Ostia e di Fiumicino! Io non ho mai navigato l'Addua cerulo tra i rosei fuochi del vespero, e non so se altri fiumi d'Italia siano più lieti o più chiari o più erbosi del Tevere; ma discendendo a questi meravigliosi giorni di ottobre la corrente tiberina con una compagnia di vogatori e di poeti, seduto a prua con le spalle rivolte al maggior poeta e la faccia al sole nascente, ho sognato il mio ultimo sogno autunnale.

Passato sotto il giogo dell'ultimo ponte, il sacro fiume del Tevere si riallarga usurpando dalle paludi e dai campi un maggior alveo. La sua opera lustrale è compiuta. Purificata Roma con le acque derivate dall'Umbria, corre a morire solennemente nel mare; e quella opacità sua bigia e tranquilla dà l'imagine d'una sonnolenza secolare, non potuta turbare dai tumulti di guerra che s'addensarono a queste rive. La barca, sospinta dai vogatori, filava nel mezzo della corrente: i poeti a poppa, ammirati, contemplavano. Già il tempio di Vesta, vituperato dalla bestiale irreverenza dei nepoti, era scomparso: per tutto intorno non altro si vedeva che il cielo e la campagna e il fiume, questi tre testimoni delle leggende italiche armonizzati insieme, come tre toni concordi, in una mite larghezza di linee. Io guardai il Tevere inconscio e il Carducci, il più caldo e più amoroso celebratore dei fiumi italici, che navigava meco al porto di Ostia. E pensavo quanto vigore di salute e d'italianità i presenti mingherlini operai del verso e della prosa potrebbero dedurre da un grande amor fluviale. Al remo! al remo! questa generazione di rachitici, che si affannano faticosamente come un popolo di formiche sulla steppa sterile in traccia dei granelli dell'arte. Un esercizio di galera rafforzerebbe i muscoli di questa gente filacciosa; e lo spettacolo dell'Aniene traboccante tra i salici nel Tevere, tumultuario e sonoro e italico come quando l'antico pastore si recò alla capanna nella cesta di vimini i due gemelli fondatori, e lo spettacolo del padre fiume abbracciante l'isola sacra innamoratamente, come se ancora sonasse sotto i passi d'un coro di vergini, richiamerebbero un senso di pudore per l'incuria presente e il desiderio d'un maggiore studio alle memorie della patria. Altro che acque di Montecatini, e bagnature livornesi! Io vorrei vedere questi che cercano materia d'arte e non ne trovano, questi che tentano invano il palpito della vita nei polsi della patria arrancare sino alle bocche di Fiumicino e rompere col petto il Tevere a Ponte Milvio. Cercano la vita mobile della città? E io ho menato Giovanni Verga dal porto di Ripetta a San Paolo, e l'ho fatto navigare tra la vecchia Roma papalina ed ebrea, che spande al sole tutti i suoi cenci fetenti, che versa nel Tevere tutte le emanazioni de' suoi cessi. Cercano il libero trionfo della natura? E io ho mostrato a Giuseppe Giacosa il sole calante dietro Monte Mario, che con quei cipressi dritti in sulla fronte pare un'acropoli fondata per difesa del sacro fiume. Anche ho guidato una donna sull'Aniene; ma le femmine non intendono e non sentono nulla. Io mi son fatto navicellaio per amore dell'arte, e voglio traghettare tutta la letteratura italiana al Teverone o ad Ostia. Qui venite, o voi che ricercate nei romanzi francesi la parola dell'arte; e qui apprendete il senso della patria. Ogni fiume, ogni monte, ogni mare d'Italia vi apprenderà qualche cosa; e non cercate avventure nelle terre barbariche, prima di avere esplorata la patria. Voi siete come una nidiata di pulcini irrequieti, che non avendo ancora nè il becco nè le ali potenti vi avventate fuori dal nido ai campi lontani. Dove diavolo andate a parare? Intorno a voi è tutta una mèsse matura, e volate in cerca di granelli non sicuri, in paesi non fertili? Imparate a beccare, per dio! e non vi buttate giù dall'albero nativo sprovvedutamente. La conquista del mondo è bella; ma i nostri padri più savi avventurieri di noi cominciarono dall'assicurarsi il possesso della patria. Correte ai monti, ai fiumi, alle biblioteche d'Italia; e se non siete buoni nè di vogare, nè di imparare, nè di amare la nostra terra e la nostra vita, empite le barche di vostri faticosi volumi; e annegatevi con essi insieme.

Queste cose io pensavo, guardando; e d'improvviso, a un gomito del fiume, un branco di cavalle libere beventi con le zampe fisse in sulla riva e i colli distesi all'acqua, si scoperse alla vista. Il Carducci, non più tenuto dall'etichetta officiale, era ritornato barbaro e maremmano e giovine, e, dritto a poppa, con gli occhi lampeggianti di contentezza accennava esclamando altamente. Poi di nuovo le rive boscose fuggirono dietro di noi permutando con varietà infinita la scena; ed ecco, Maccarese ci apparve così fresco, così verde, così bello nel selvaggio deserto delle sue paludi, e i bufali non mai aggiogati ci contemplarono con un tanto strano sentimento amichevole, che il tempo presente pareva fuggisse con le sponde del fiume, e noi navigassimo alle prische età italiche. E bevendo col vino di Gabriele d'Annunzio al nume del Tevere, facemmo, senza versi, un'ode barbara; e gittando alla corrente le bottiglie infrante, mi tornava nella memoria il marchese Colombi, che ha sudato più settimane per dimostrare ai lettori del Pungolo come la poesia del Carducci sia poco moderna. Al remo, al remo anche voi, o gioviale marchese! e che un anno di galera tiberina vi faccia una volta intendere la modernità, e la barbarie!

Intanto, Ostia si dimostrava da lunge: Ostia solitaria e selvaggia tra il bosco e la palude, che specchia nel fiume le sue magnifiche rovine, magnifiche singolarmente perchè non violate dalla vigilanza dei pizzardoni o d'altra qualunque più indegna custodia officiale. E, discesi tutti a terra, e andando per quello stupendo stradone fiancheggiato dagli avanzi dei magazzini antichi, io pensavo in me medesimo non fosse forse opportuno picchiar forte con le larghe lastre del basolato sulla cervice dura degli ultimi nepoti latini, per inculcarvi il rispetto e l'amore degli avi costruttori di quei docks e di quel teatro, a cui ora mugghiano i bovi mezzo selvaggi e s'appressano, guardinghi, i polledri male domati. E ritornando a quel pensiero, mi pare ch'io non avessi torto, e che qualunque più illiberale e violento modo di propagare fra la gioventù presente l'amore della madre patria si avesse a celebrare come opera santa. A poco a poco, un egoismo piccinino e bestiale ci vince, e ci adagiamo volentieri nella contentezza della nostra miseria presente per odio d'ogni fastidio e d'ogni fatica, come i contadini di certe regioni italiche s'appagano d'un nutrimento di patate, pur di poter stare distesi per le piazze a non far nulla. Per qualche tempo il rinato desiderio dell'indipendenza nazionale fu agli italiani stimolo potentissimo a ricercare le tradizioni patrie, e a richiamare e celebrare ogni gloria passata: ora, fatto l'ultimo sforzo, ci siamo abbandonati come stanchi a una strana incuranza, a una trista incuriosità della vita anteriore del nostro popolo. Le correnti dell'attività italiana vanno sensibilmente scemando; l'indolenza naturale di nuovo ci domina e ci fiacca; la politica, l'industria, la coltura nazionale, queste grandi forze che sospingono le genti su per la scala dell'evoluzione progressiva, stagnano.

Noi abbiamo ora un ministro dell'istruzione pubblica fanatico per l'archeologia, e tutto penetrato da un caldo senso di romanità, e lo stato delle nostre scuole ci ammonisce tristamente che la gioventù d'Italia sempre più abborre dallo studio, e che non pure essa esce dalle scuole ignorante in tutto di lingua e di letteratura greca, ma pienamente innocente d'ogni peccato di coltura italiana e latina. Or non è questo un segno, e insieme una causa irreparabile, di rovina? Onde le generazioni che vengono su dovranno educare e rafforzare quel natural senso d'amore per la razza propria e per la patria che è in tutti gli uomini? I ragazzi d'Italia leggendo le tragedie alfieriane dicono che quella è retorica, e ripetono una qualche conversazione del dottor Verità contro il dramma storico; se poi sanno il francese, spegnendo il sigaro ai muri del liceo prima di entrare in classe, dimandano ridendo: — Qui nous délivrera des Grecs et des Romains? E credono di aver fatto una bella prodezza, presentando al maestro una traduzione da Tito Livio copiata in qualche provvida biblioteca.

Le relazioni officiali, sebbene ogni anno si rinnovino i relatori, concordano nel certificare un peggioramento continuo. Per qualche anno fu relatore il Villari, e tanto era pessimista l'opinione sua collettiva intorno allo stato della nostra coltura scolastica, che fu tacciata di esagerazione. Quest'anno la pena della relazione è toccata al Tabarrini, uomo, come tutti sanno, indulgente all'ottimismo e confidente nell'avvenire della coltura patria: ebbene, il giudizio suo è stato anche più severo di quello del Villari. Anche egli ha dovuto apertamente, con molto dolore, confessare che la coltura classica nelle nostre scuole è in un deperimento miserabile, e che la gioventù di Italia dopo otto anni di studio esce dai licei senza sapere la lingua italiana.

Onde questo proceda, e come, e perchè, sarebbe troppo lungo, e doloroso, e forse non utile nè onorevole a dire. La ruina delle nostre scuole si riallaccia logicamente a una universale ruina dello spirito italiano. L'ideale dello studio e il diletto del sapere vanno di giorno in giorno cadendo e disperdendosi sotto il bel sole italico. Le generazioni venute su dopo il '60 si sono adagiate mollemente al rezzo dell'albero della libertà; e con le mani al ventre e gli occhi intenti alle belle ghiande d'oro che stan sospese tra il fogliame, si cullano e si dondolano e si addormentano in una beatitudine accidiosa. Essi non sanno nulla e non vogliono saper nulla e di nulla si curano che non sia il conseguimento immediato di lor piccoli e brutali desidèri: essi non sentono più dentro l'involucro organico smaniare lo spirito inquieto di levarsi su, su, su, fuori della volgarità comune. Essi stanno bene giù nel ruscello della strada, all'ombra di quell'albero conquistato dai padri. L'ombra è bella e folta, e le ghiande dall'alto lusingano assai. Perchè moversi, perchè togliersi a quell'annichilamento volontario di sè medesimi tanto dolce, tanto dolce?