Così tutta l'Italia, in fatto di coltura generale, è in una condizione veramente infantile: intorno ai quattro o cinque o sei, i quali per la sicura e larga erudizione e pe'l contributo veramente efficace che recano allo sviluppo generale del sapere sono più che italiani, ci è una immensa moltitudine d'ignoranti, alla quale manca, non so dire se la volontà o il modo d'imparare. Gli spropositi detti nel Congresso letterario di Roma dell'anno scorso, e detti impunemente, in pubblica e numerosa assemblea di persone facenti professione di letteratura, furono tali da fare inorridire; le risposte date da uno che passa pe'l nostro meno misero scrittore teatrale a chi lo interrogava intorno all'origine e alla prima storia dei manoscritti miniati meritavano una qualche severa pena corporale; gli errori incredibili intorno alle materie di più volgare erudizione, onde sono seminati i discorsi dei più reputati produttori d'arte, non si possono numerare. Di qualunque argomento si tratti, chi ha occasione di partecipare ai ritrovi degli scrittori odierni non può resistere al bisogno di qualche escandescenza violenta. Mancano le nozioni più elementari e più necessarie, mancano i criteri più comuni: pare, alle volte, parlando con qualche edificatore di comedie o di critica o di romanzi, di essere davanti alla statua bruta pensata dall'abate Condillac per risalire all'origine della percezione sensitiva. L'esperienza del passato e del presente non immediatamente sottoposto alla visione dei sensi, non esiste. Con quali mezzi dunque e con quali speranze ci affanniamo noi fastidiosamente alla ricerca di un qualche lontano porto di salute, d'una qualche non visibile terra promessa, ove dai tralci giganteschi pendano i grappoli intatti per la vendemmia d'una nuova arte italica? Se non sappiamo ciò che è dietro di noi e intorno a noi, a quali mari vogliamo noi navigare?
Noi abbiamo, e quando dico noi comincio naturalmente da me, noi abbiamo bisogno, sopratutto e prima di tutto, di manuali. Noi siamo, dicevo, in una condizione di coltura veramente, e senza alcuna esagerazione, infantile, e dobbiamo rifarci dal sillabario. Buona parte della letteratura italiana, non saputa o saputa male, è stata in questi ultimi anni, per virtù di quei cinque o sei, messa o rimessa in luce; ma a che queste nobili fatiche possono giovare, quando di tutto quanto il nostro patrimonio letterario la massa del popolo non sa nulla? Di più, quel lavoro di escavazione reca in sè medesimo una causa di danno; poichè fa prevalere questo sciocco criterio, che ogni disotterramento o ripulimento sia un'insigne opera di critica; e alletta gl'imbecilli, impotenti non pure a pensare qualcosa col cervello proprio, ma ad acquistare il senso della selezione critica; a discreditare il metodo della ricerca scientifica con loro pazze facchinaggini di amanuensi. Per queste considerazioni, nelle quali ogni persona di buon senso vorrà pienamente accordarsi meco, io ritorno sicuramente all'affermazione mia, che, augurandoci il numero dei ricercatori intelligenti e sapienti, cresca intorno al Carducci, al D'Ancona, all'Ascoli, al Comparetti e a tutti quegli altri che della escavazione e della ripartizione del nostro materiale letterario non fanno un ozioso e pomposo e noioso esercizio di calligrafia per soddisfazione della propria piccina vanità vile, si cominci una volta a pensare ai bisogni primi delle masse, e si dichiarino gli elementi della coltura moderna. Poichè nella letteratura moderna, e non solamente in Italia, si può osservare un fatto tristissimo: che in arte, come nella scienza, accade da qualche tempo un frazionarsi del materiale, e un isolarsi degli scrittori ciascuno nel frammento attribuitosi. Non pure tutte le forme dell'arte si distaccano le une dalle altre, e si segregano con distanze insuperabili, ma ogni forma si frantuma in tante particelle minori che anch'esse pretendono di vivere ciascuna di vita propria indipendenti le une dalle altre. Così ogni faccetta della vita chiama un osservatore che la indaghi per ogni molecola più minuta, e che non passi i confini della propria piccola estensione. Or non sarebbe qui opportunamente ammonitrice la favola di Menenio Agrippa? Il primo segno del disfacimento è appunto il disgregarsi delle molecole organiche.
In vece, quando più si risale alle grandi tradizioni dell'intelletto umano, si trova non pure una universale coerenza di tutta quanta la vita alla intuizione dell'artista, ma una concordia meravigliosa di tutte quante le forme dell'arte. Pensate a Dante trascorrente in trionfo dalla lirica all'epopea, dalla musica alla retorica, dal racconto delle proprie impressioni d'amore al comento delle proprie canzoni scientifiche; pensate al Machiavelli tentante con pari fortuna l'opusculo politico e la comedia, la storia e la novella, il libro didascalico e la critica; pensate infine ai nostri artisti del Cinquecento, che in un sol lume d'intelletto abbracciavano tutte quante le arti plastiche, e qualche volta anche la poesia.
Ma, nel disgregamento dell'arte ci è un'altra ragione di miseria e di decadimento; e sta nella diminuita necessità di coltura che ne segue. Quando l'artista si delimita un piccioletto cantuccio di terra, e là zappa, e là vanga, e là semina senza riguardo delle altre terre che gli fruttificano intorno, l'opera sua è così ristretta in una angustia di confini, è così stabilmente determinata e regolata, che diventa quasi un lavoro meccanico, come di quegli operai che passano la vita a girare la medesima manovella d'una medesima ruota d'una medesima macchina; e ogni necessità d'ogni altra esperienza non immediata cessa. Ora, un'arte che mena fatalmente all'ignoranza più bestiale e al più miserabile impoverimento dello spirito, può essere seriamente considerata come fruttifera e sana?
Questo può parere in contradizione con ciò che ho detto in principio; e tutte le volte che ho saltuariamente propagato questi criterii elementari, mi hanno mosso due accuse contradittorie: di poco o nessun rispetto alle tradizioni della patria, e di fanatismo indigeno, anzi territoriale. E sono ingiuste.
Per intenderci, bisogna premettere: che in questo libro si discorre della più recente letteratura italiana, la quale è una materia bruta, fabbricata penosamente da operai deficienti d'ogni preparazione, e quasi inconsci, poichè di chiaro non hanno se non, dopo le prime prove, il senso della inutilità di loro sudori: i quali non sapendo la letteratura della patria, e non potendo in conseguenza rifare per proprio conto tutta la strada percorsa dall'evoluzione dell'arte, fanno come quei corridori fiacchi che aspettano a mezza strada i più forti; e, al sopravvenire di questi, anch'essi si lanciano. E poichè i corridori più agili negli ultimi tempi non sono stati italiani, gl'italiani presenti attendono al varco tutti gli stranieri che galoppano via innanzi agli altri. Questo libro dunque si propone di richiamare la parte più intelligente e più ignorante d'Italia a raccogliersi in sè medesima per vedere se, a poter concorrere nella universal lizza dello spirito europeo, non siano necessarie due cose: di riacquistare il senso e l'amore della patria, o in tutto cessati o in grandissima parte scemati; di fare quella preparazione larga e solida che è oramai necessaria, non pure alle opere scientifiche, ma e alle opere d'arte.
In tutta l'Europa l'abbassamento dello spirito, e quasi una reazione contro i grandi slanci ch'esso ha fatti per più d'un secolo, sono evidenti. Il periodo dell'abiezione incomincia. In tale condizione, per non lasciarsi in tutto sopraffare, è necessario avere una cognizione sicura e un retto giudizio delle cose. Prepararsi per l'avvenire, e non appigliarsi disperatamente alle tavole del naufragio presente.
Vediamo dunque; e poichè siamo qui nella prosa borghesemente polita della città, e non più il Tevere ci trascina barbaricamente alle rovine ostiensi, lasciamo le imaginazioni, e mettiamoci alle dimostrazioni. E cominciamo dai due ultimi libri di Victor Hugo, che sono: I quattro venti dello spirito, e Torquemada.
II.
Je vis les quatre vents passer.