Noi abbiamo veduto l'Auerbach errante per la Germania senza riposo: egli non viaggiava solo per una certa irrequietudine innata in lui e per la smania del vagabondaggio: volle studiare e rappresentare tutta quanta la vita tedesca, tanto variamente colorita di sfumature digradanti, tanto popolata di tipi di costumi e di paesaggi dissimili, dai terrapieni che cingono le casematte di Berlino e dalle maree di Koenigsberg alle schiene audaci delle Alpi tirolesi e alle risaie di Szegedin, predilette dalla Theiss. Nelle storielle campestri dell'Auerbach si sente sempre il compiacimento di ritrovarsi in mezzo a quella vita desiderata, sicchè un caldo soffio tibulliano spira di pagina in pagina, e finalmente riesce stanchevole. I suoi tipi maschili e femminili esteriormente sono sempre veri, ma nella loro vita interiore assai spesso sono falsi: il pievano Ivo, per citare un esempio, ne' suoi amori con Emmerenza e nella sua vita di scolaro a Horb e a Heiningen è intuito e rappresentato stupendamente; ma quando disputa di teoriche spinoziane con un vaccaro, ma quando in seminario si abbandona alle più strane e più torbide fantasie ascetiche e metafisiche, allora tutti quanti gli artifizi di una penna abile non riescono a conferirgli colore di verità. L'Auerbach ricalcò la vecchia via romantica, e si accontentò delle apparenze della verità, difetto ch'egli ha comune con gli altri moderni novellieri tedeschi, specie coll'Heise. L'Auerbach aborre dalla lussuria del colore e dall'abuso del paesaggio, che nella moderna letteratura germanica, come in tutte quante le letterature moderne, sono una vera malattia: nelle Storie del villaggio il colore predominante è il verde, diffuso con una misura degna del grande maestro Goethe; e il paesaggio non si affaccia prepotente e petulante a sopraffare la vita delle figure umane, ma solamente appare accennato e sfumato in lontananza; sicchè queste storielle hanno un movimento gaio e una vivacità drammatica affatto nuova; e anche della novella italiana ritraggono quel lievito d'ironia pullulante e sprizzante naturalmente dall'osservazione acuta degli uomini e delle cose.
L'Auerbach tentò pure la scena, ma senza fortuna. Caldo ancora delle impressioni della rivoluzione viennese, scrisse una tragedia: Andrea Hofer, ch'era un tentativo d'introdurre il realismo nel dramma; ma le tradizioni schilleriane erano troppo fresche e troppo profondamente radicate perchè quel tentativo potesse riescire a buon fine, e la tragedia fu condannata. Nemmeno nella commedia, la quale in Germania pare non possa attecchire, l'Auerbach fu fortunato, e il suo Wahrspruch cadde fra il silenzio e gli sbadigli d'un uditorio poco difficile e avvezzo ai pasticci del Kotzebue. Fortunatissimo invece fu nel pamphlet politico. Il suo Wiener Tagbuch, ove molto vivacemente erano schizzate e colorite le vicende della rivoluzione, fu letto da tutti i Tedeschi che sapevano leggere; il suo Wieder Unser, a proposito dell'Alsazia riconquistata, stampato a Stoccarda nel '71 fra il primo tripudio della vittoria, suscitò un entusiasmo immenso; e specialmente le lettere sull'assedio di Strasburgo parvero miracolose. Così di un foglio volante pubblicato dall'Auerbach sul primo scoppiar della guerra si vendettero tre o quattrocentomila esemplari. In questo foglio, come negli altri scritti politici, l'Auerbach si dimostrò quale veramente era, un tedesco puro e fanatico, una specie di Atta-Troll wurtemberghese, ma non un Atta-Troll politico. In arte, come egli stesso scrisse ad un Italiano, seguiva in tutto il grande maestro Goethe, il quale sognava una letteratura internazionale. Così, mentre un novelliere mezzo tedesco mezzo slavo, il Sacher-Masoch, fondava a Lipsia una rivista panslavista, Bertoldo Auerbach combatteva il panslavismo risorgente e ribattagliante intorno al corso superiore dell'Oder; mentre a Monaco Paul Heise, lontano dai rumori del mondo, placidamente traduceva le poesie del Giusti e del Leopardi, Bertoldo Auerbach, questo mite e rozzo indigeno della Selva Nera, dagli accampamenti del Granduca di Baden sparpagliava una prosa piena di fiamme, attizzando nei petti tedeschi le ire, i desidèri e l'amore della Germania.
Le storielle di Auerbach non solo in Germania ebbero fortuna; ma, tradotte in molte lingue, piacquero in tutto il mondo, e, cosa strana, conferirono non poco allo sviluppo eccessivo del paesaggio. Perchè accadde quel che quelli, i quali dopo di lui scrissero racconti rusticani, non ebbero dell'elemento umano quella intuizione acuta che ebbe l'Auerbach; ma più volentieri si fermarono all'elemento esteriore. Sacher-Masoch, il californiano Bret-Harte, parecchi in Italia, spesso lottano con lui non senza onore, e qualche volta riescono più forti e più veri; ma nella freschezza, ma nella moderazione, ma nella sanità della visione e della forma, l'Auerbach sta sopra tutti: egli è sempre eguale a sè stesso, placido semplice schietto, col suo risolino ironico di buon vecchio Gevaltermann e di spinoziano giubilato. Se dalla prosa sua si levano certi vapori tiepidi e rosati che annebbiano la sincerità della rappresentazione, bisogna essergli indulgenti: egli visse tra le ruine del romanticismo, e raccolse nella prosa tedesca l'eredità di Richter, di Hoffmann, di Chamisso.
Resta, con Paul Heise, Leopoldo di Sacher-Masoch, il quale è un tipo strano assai. Popolare in Francia quasi quanto il Turghenief, mena in Germania una vita avventurosa tra la furia delle lotte politiche, delle polemiche letterarie, degli assalti di spada. L'anno scorso i giornali tedeschi annunziavano il suo ultimo duello, che ebbe appiglio da un fatto curioso. Egli dirige a Lipsia una rassegna panslavista, intitolata Auf der Höhe, In Alto, alla quale, con altre scrittrici, coopera la moglie di un maggiore Herder; ora, essendosi il Sacher-Masoch presa la libertà di scorciare un articolo troppo prolisso della signora Herder, il maggiore senza altro lo mandò a sfidare. Come la cosa sia andata a finire, non so; ma so che il Sacher-Masoch è un temibile spadaccino, e che quando, uscito degli Archivi viennesi, prima di conseguire la catedra di storia nell'Università di Gratz, incominciò a fare il privato docente, aveva già combattuto in trentadue scontri a Praga e a Vienna; e allora aveva poco più di ventiquattro anni.
I Sacher in origine erano spagnoli: andarono in Germania a battersi contro la lega smalkaldica, e finirono con acclimatarvisi e trapiantarvi la sede della famiglia; passarono in Galizia quando già questo lembo di terra slava, nello smembramento della Polonia, era stato assorbito dall'Austria. Il padre del romanziere, pur avendo vive simpatie per la Polonia sacrificata, servì fedelmente il governo imperiale, fu consigliere aulico e capo della polizia di Lwow, o Lemberg. Così Leopoldo, nato il 27 gennaio 1835, crebbe in un uffizio di questura, fra l'irrompere delle rivoluzioni polacche e delle sedizioni contadinesche. Sua madre era una galiziana, alla quale bolliva nelle vene puro e fresco il sangue degli Huzuli e delle tribù cosacche della Piccola Russia; egli dunque al cognome spagnolo paterno di Sacher accoppiò quello slavo di Masoch, ereditato dalla madre, e per tutta la vita portò stampate nella memoria le impressioni e le imagini raccolte nell'infanzia: i ceffi dei briganti incatenati coi cospiratori polacchi, le facce verdi degli ebrei e i profili audaci delle contadine slave, le leggende del buon tempo antico e i processi politici, le mormorazioni e le insurrezioni contro il giogo imperiale.
I suoi primi anni scorsero, s'è detto, tra le fiamme delle guerre civili in Galizia e in Boemia; egli si affaticò assai e si fortificò con tutti quanti gli esercizi del corpo, respirò a lungo e largamente l'aria libera delle campagne, si popolò la memoria di molte favole contadinesche, e fu anche filodrammatico di belle speranze; ma studiò poco e male, e a vent'anni, senza saper come, si ritrovò dottore in legge, e impiegato presso gli Archivi di Stato di Vienna. Ottenne di poi una catedra di storia nell'Università di Gratz, ma fu un cattivo professore: in compenso rappresentò nel Conte Donski con molta vivacità drammatica e con molta intensità di colore e di calore le rivoluzioni polacche divampate intorno alla sua prima e torbida adolescenza. Questo libro, scritto per consiglio di una vecchia signora, piacque allo scrittore nella prima foga della composizione, e piacque al pubblico mentre duravano tuttavia impressi nella memoria universale i ricordi della ribellione e i fantasmi dei ribelli generosi; ma, dopo qualche altra prova, il professore si avvide che quei libri, i quali parimente aborrivano dalle severità della storia e dalla genialità fantastica del romanzo, non lo avrebbero condotto molto lontano, nè molto in alto, e mutò strada. E prima ricalcò le orme di Walter Scott, il quale ancora in Germania ha una corte numerosa di adoratori e di imitatori; poi tentò la commedia storica, il romanzo sociale, il romanzo di costumi. Finalmente, indottovi dal Kürnberger, si acconciò ad un uso comune nelle letterature slave moderne; si rinserrò nei termini della sua provincia senza più escirne; cessò dalle scorrerie disordinate sul terreno altrui, e incominciò a scavare e a sconvolgere le viscere delle steppe galiziane, fertili di ginestre e d'inspirazioni fresche. Egli cedette al consiglio di Kürnberger senza molte speranze, e impensatamente si trovò sotto mano una miniera inesauribile, sulla quale si avventò con quella avidità medesima, con la quale i minatori delle novelle di Bret-Harte si gittano sui filoni californiani. Sacher-Masoch abbandonò la sua catedra per andare a combattere, e partecipò alle guerre del 1866; poi viaggiò a lungo in Italia, in Francia, in Spagna; e finalmente andò a fermarsi a Lipsia, ove sposò una scrittrice, Aurora di Rümelin, nota sotto il pseudonimo di Vanda von Dunaief, che lo aiuta tuttavia validamente a combattere le tendenze invaditrici della Germania, alla quale egli fu sempre nemico.
Leggendo le novelle galiziane di Sacher-Masoch, subito nella mente del critico e del lettore che rifletta a quello che legge si affaccia un dubbio: questi racconti, come tutte le cose galiziane di Sacher-Masoch, fanno parte della letteratura tedesca, o vanno collocati in una delle molte provincie della letteratura slava? Vanno paragonati coi racconti di Auerbach, di Spielhagen, di Heise, o con quelli del Gogol e del Turghenief? La soluzione del problema non è facile, e forse il Sacher-Masoch medesimo, interrogato, si troverebbe in imbarazzo. Egli è nato in una provincia slava soggetta al dominio austriaco; ha nelle vene sangue latino, sangue tedesco, sangue czeco, sangue polacco; studiò qua e là, in Galizia, in Boemia, in Austria; fu impiegato del governo austriaco, e ora fa il giornalista in Germania. I suoi racconti sono, è vero, di argomento slavo; ma sono scritti in lingua tedesca, ma sono inzuppati di filosofia tedesca, ma sbocciarono fra il rigoglio dell'ultimo romanticismo tedesco. Noi, poichè la questione è di pochissimo momento, la lasceremo insoluta.
La Piccola Russia, che ha una lingua a parte, diversa dalla russa quasi quanto la czeca, la bulgara, la croata, la serba, fu feconda di novellieri, dei quali ricorderò solamente il Gogol già citato, Giorgio Kritka, e due donne, la Cokhanohvskaja e la Vofcek. Il Sacher-Masoch ha col Gogol parentela più prossima: ambedue scrissero in una lingua diversa dalla loro, ambedue subirono le istesse influenze occidentali. Qualche centinaio d'Italiani avrà letto il Tarass Bulba di Gogol, la storia di quei tre Cosacchi che cavalcano tra gli orrori della guerra, per le steppe rimbombanti di fucilate, tra l'incendio dei villaggi crollanti, con una serenità feroce, con una tenacità selvaggia di lupi affamati; ebbene, nei Racconti galiziani molta parte di quella vita si ritrova dipinta coi colori del Gogol. Tuttavia non si può dire che il Sacher-Masoch discenda direttamente dal Gogol. Quello ch'essi hanno di comune è il punto di partenza onde mossero l'uno verso l'oriente e l'altro verso l'occidente. La prosa del Gogol rassomiglia alla rapsodia antica, ed anche quando si assottiglia piegandosi all'analisi più fine, serba un riflesso epico e le vibrazioni larghe d'una sinfonia. La prosa di Sacher-Masoch è più borghese: qualche volta ha una lieve intonazione idillica, più spesso fermenta con un lievito di umorismo amaro; ma non ha nè gli ampi ondeggiamenti, nè gli scoppi aspri del Gogol.
Più difficile sarebbe determinare con una certa esattezza i punti di contatto che Sacher-Masoch ha col Turghenief, il quale non è uno scrittore tutto d'un pezzo, come Emilio Zola, che abbia sempre ostinatamente battuta la medesima via; ma fece vibrare tutta quanta la tastiera delle inspirazioni moderne, e dal realismo gaio e cortese delle Acque di primavera si ridusse a poco a poco alle temerità torbida e scorbutiche della Terra vergine. Tuttavia qualche profilo, abbozzato fuggevolmente dalle matita lussureggiante del novelliere russo, nei Racconti galiziani si ritrova meglio accarezzato e colorito. Così, se la memoria non mi tradisce, la figura del tiranno femminile, che Sacher-Masoch predilige e rimpasta a sazietà, nelle Acque di primavera si affaccia sfumata stupendamente; così nel Vatasceco mi par di sentire un'eco dei Racconti del cacciatore. Ma come il Turghenief e come il Gogol, il Sacher-Masoch foggia la sua prosa intorno a un preconcetto politico. Quelli intesero coi loro scritti a tener vivo in Russia l'ideale della civiltà moderna; questi nel cuore della Germania combatte per l'indipendenza degli Slavi meridionali. D'altra parte, l'educazione tedesca ha non poco conferito a questo novelliere. Nell'Haydamak, la piccola scena di Dzvinka che cede alla piena della passione per Dobosch e gli stende i piedi perchè le tolga le pantofole, come una sposa la sera delle nozze, pare schizzata dalla penna wurtemberghese di Bertoldo Auerbach; così nell'Aldona, quella solennità dell'inverno candido e silenzioso che gravita intorno alla bella freddolosa appartiene all'Auerbach; come dall'Auerbach sono tolte a prestito quella fisionomia casalinga, quella bonarietà maliziosa di Gevattermann antico, che ride placidamente in molti di questi racconti. Abe Nahum Wasserkrug, quel mite e vigliacco ebreo di Brzosteck, il quale per liberare l'ultimo superstite de' suoi sette figliuoli, diventa di botto un eroe, e con un dispaccio in mano, a dosso d'un cavallaccio moribondo, si precipita in mezzo alle fiamme della guerra civile, è una macchietta simile a molte altre macchiette che si trovano disseminate nei racconti del wurtemberghese non gravidi di teoriche spinoziane. All'Auerbach specialmente il Sacher-Masoch si accosta nelle rappresentazioni esteriori e nei tipi mascolini; rassomiglia lontanamente all'Heise nei tipi femminili. Tutti tre hanno una sottigliezza amabile di osservazione; ma nella prosa dell'Auerbach quasi sempre fluttua una vaporosità rosea e calda, quella dell'Heise guizza troppo spesso e si slancia con una elasticità affatto lirica: la prosa del Sacher-Masoch è più drammatica.