Sacher-Masoch popola con tanta vivacità l'ambiente campagnolo, ch'esso sembra dileguare nel movimento e nella vita delle figure umane, le quali però spesso paiono collocate a forza in mezzo all'ossigeno della campagna troppo sottile e troppo vivo pei loro polmoni.
Questo senso di malessere e di malcontento è evidente sopratutto nelle donne. Polacche o galiziane, zingare, signore o contadine, esse sono quasi tutte delle spostate alle quali fermenta nelle vene un lievito di ribellione. Tale è Elena di Festenburg, nel Matrimonio di Valeriano Koscianski, che insorge contro il positivismo paterno e si fa rapire dal suo maestro d'italiano; tale è quella calda e lussuriosa Aldona, che sbadiglia accanto al gran fuoco di Natale, leggendo un romanzo, divincolandosi selvaticamente contro gli assalti di un uomo che l'adora; e poi, appena questi è partito sconfitto, si precipita a traverso una nevicata terribile, a traverso la notte paurosa, a traverso i boschi di abeti pieganti e crocchianti all'urto della tramontana, dinanzi a un branco di lupi affamati, flagellando i cavalli rotti dalla fatica, per raggiungere quell'uomo e abbandonarglisi ai piedi svenuta; tale è la baronessa Celina Kauwigka, nel Vatasceko; tale è Eva Kvirinowa la strega, che tradisce un cavallaro adorato, per la speranza di ascendere a un talamo baronale, e poi, caduta quella speranza, arde sè stessa e il barone tra i vimini della sua capanna; tale è la mugnaia Teodosia, che ama bestialmente Cirillo il ladro, e ogni notte lo inebria di baci, ma non vuole sposarlo perchè è uno spiantato, e passa di marito in marito; tale è Dzvinka, l'ambiziosa amante di Dobosch, ultimo degli Haydamak leggendari.
Queste femmine si aggirano pei racconti galiziani mosse da una irrequietezza nervosa che conferisce loro un aspetto malaticcio e strano. Sono modellate abilmente, ma riescono stucchevoli per l'eccessiva monotonia del colore. In fondo, i tipi non sono che due: la contadina ambiziosa, ricca, malcontenta, e la signora annoiata, superba, lussuriosa, con un'eterna sigaretta fra le labbra rosse, con le manine adunche di sparviere eternamente sprofondate nelle tasche della kasabaika impellicciata. Gli esemplari maschili sono più numerosi e più vari, dal polacco scialacquatore e scettico al brigante galiziano generoso, valoroso, superstizioso; ma tanto gli uomini come le donne popolano vivamente quella scena mutabile di steppe fiorite, di balze carpaziane scottate dalle vampe del sole estivo e dai geli invernali, di villaggi perduti nelle pianure erbose o fra le selve secolari, di piccole città provinciali piene di turbolenze di mormorazioni e di pettegolezzi.
Or dopo questo minuto esame, facciamo una domanda collettiva. La rapida propagazione del romanzo campestre e regionale non pare ai miei lettori un segno di povertà? Quando non si sa che altro innovare o permutare nel macchinismo nello spirito nella materia del racconto, si muta la scena. Così la novella si riaccosta alla narrazione di viaggio. E, pur troppo, la più gran novità tentata da qualche tempo in Italia, è appunto questa.
È dunque proprio urgente il bisogno di andare a caccia sulle terre barbariche? La selvaggina non mi par troppo lusinghevole.
II.
PROSE DI ROMANZI.
Novelle nuove — Le fonti popolari del romanzo e Luigi Capuana — La novella obbiettiva di Giovanni Verga e il dialogo indiretto — Fantasie dei critici intorno alla Fantasia di Matilde Serao — Gli ultimi romanzi italiani — Colonia felice — Storia d'un fiore di loto e d'un maestro elementare.
I.
Non si può negare che la novella in Italia ricominci a fiorire: dal Piemonte, dalla Lombardia, dalla Liguria, dal Veneto, dalla Toscana, e specialmente dal reame di Napoli e da terra d'Abruzzi e dalle Calabrie e dalla Sicilia, non che dalla Marca d'Ancona e dalle altre Marche e dalle Romagne fioccano le novelle, e i novellatori si levano sempre più numerosi e fecondi. Ben vengano i novellatori e le novelle buone, e così ritorni il buon tempo antico, quando nelle corti e nelle case del popolo e nelle campagne italiane si novellava tra lo strepito dell'arme, tra lo strepito dei telai, tra lo strepito della trebbiatura. Nella novella allora si cementava il gaio e salubre realismo borghese, e la prosa rispecchiava nella sua onda chiara, nella sua onda larga, piena di gorghi profondi e di vortici voluttuosi, i casi della vita. I casi uditi qua e là, per le piazze o pei campi o per le corti dei signori, in terra di cristiani o in terra d'infedeli, nei paesi d'Europa o nei paesi d'oltremare, sgorgavano dalle labbra del Gonella tra lo scoppio delle arguzie mordenti, poi fluivano e si suggellavano perennemente nella prosa secca e salata del Sacchetti o nella prosa piena di musica e di libidine del Boccacci. Fu un movimento che incominciò in Italia, e dall'Italia andò via via dilagando per l'Europa; fu anzi la sola forma di arte letteraria onde l'Italia possa vantare, se non la maternità, certo l'adozione prima dall'Oriente. Tutte le altre forme dell'arte, l'epica, la lirica, il dramma, il romanzo, vennero dalla Francia, dalla Linguadoca, dalla Spagna e sino dalla Germania: la novella dall'Italia passò in Francia, e fece qualche fuggitiva apparizione in Ispagna e in Germania. Avete letto mai vecchie novelle francesi? Sapete la prosa della regina di Navarra, di Bonaventura Des Périers, di Agrippa d'Aubigné, e di tutti quanti i novellatori che fiorirono ed ebbero fama durante il regno dei quattro ultimi Valois? Allora l'imitazione italiana era universale; con Caterina de' Medici non solamente le mode di Toscana, non solamente l'untume della politica fiorentina, ma tutte quante le fogge e le inclinazioni e le raffinatezze dell'arte italiana si erano accampate nel parco di Fontainebleau e intorno al Castelletto: era naturale che anche le novelle di messer Giovanni, mezzo fiorentino e mezzo parigino, trovassero a Parigi ospiti cortesi e briganti insaziabili. Il primo esempio lo diede una bella e pia e galante regina: i briganti di poi non furono sazi mai. A poco a poco la prevalenza italiana scadde, e l'egemonia dell'arte si attendò in terra di barbari: il maresciallo d'Ancre fu ucciso con una pistolettata sotto gli occhi di Caterina de' Medici, e il Malherbe cacciò a forza il Petrarca dai confini della poesia francese; ma a dispetto del Malherbe la novella italiana restò abbarbicata alle terre di Sua Maestà Cristianissima, e non si potè svellere mai; e tutti i novellatori che ebbero fama in Francia dovettero alimentarsi di quell'antica polpa nutriente: cito, ad esempio, i due nomi maggiori: il Lafontaine e il Balzac. Il primo rifece in versi le migliori novelle italiane, l'altro rifece in vecchia prosa i migliori racconti francesi, che derivavano da fonte italiana. Occorre citare altri nomi, ed è necessario tirare in ballo Alfredo de Musset? Lasciamo correre: tanto, se i lettori non son convinti ancora, vuol dire ch'essi son più duri di quei frati bizantini del monte Athos, i quali, mentre le mura di Bisanzio crollavano agli assalti dei barbareschi, si contemplavano la pancia illustrata dal tramonto del sole, e non sapevano persuadersi che quella fosse luce increata.