Tal che inerme ed oppressa un'altra volta
I tuoi ferri strascina e grida ai figli:
Genia divisa eternamente è schiava.
Un pensiero, sopra gli altri, gli stava inchiodato nella mente: voleva che Genova, unita al Piemonte, movesse la guerra per la salute della patria; sempre, rivolgendosi alla città o al re di Sardegna, propugna questo suo pensiero, e vuole ad ogni modo che i nepoti degli Amadei e i nepoti dei Doria siano i liberatori della patria. Era un'utopia come un'altra, poichè nè i nepoti dei Doria nè quelli degli Amadei avrebbero potuto affrancare l'Italia, se essa finalmente non si levava, e non rompeva il ferro delle catene. Ad ogni modo questa lirica patriottica in Piemonte dal '30 al '59 è degna di studio. Tanto più curiosa a studiare, per la singolarità del poeta. L'impresa di Novara, dopo quella del Trocadero; l'impresa di Novara, sollecitata e auspicata in rima da uno scrittore di libretti d'opera, s'intende più chiaramente. E poi questa dinastia savoiarda è come circonfusa di un'aureola romantica: tenutasi per tanti secoli salda nel dominio del suo feudo alpino come una famiglia di licheni abbarbicata a una rupe, si mostra, a cavallo, al bel sole d'Italia armata in guerra a capo del popolo che si leva dal sonno nel nome della patria e della libertà; e quando tutte le genti italiche, nel tripudio della vittoria, pareva che dovessero andare ad appendere corone al tempio di Giove Liberatore, ecco un cavaliere medievale, simile ad Umberto Biancamano, con la visiera levata e la faccia nera pel fumo del combattimento, scese da le Alpi; e tutto il popolo lo gridò re: così la moltitudine dei Franchi acclamò Clodoveo. Poi questa stirpe invecchiata, povera di sangue, fiacca di muscoli e di nervi, si adagiò in mezzo al popolo d'Italia, come i re fannulloni in mezzo al popolo di Francia, e regge tuttavia per virtù della bellezza d'una donna. Non ci è in tutto questo qualcosa di melodrammatico, e non doveva essere appunto un librettista il poeta di questa dinastia? Solamente è strano che celebratore d'una romantica generazione di re sia stato un librettista classico.
Le inclinazioni e le predilezioni classiche nel Romani appaiono più chiaramente forse dalla lirica che dai melodrammi, ove molte cose dovette il poeta concedere alle necessità della musica e alla volontà dei musicatori. È classico in tutto, nel contenuto e nella forma; anzi nella forma fu così strettamente ligio persino alla nomenclatura classica della lirica, che, ristampando certi suoi versi intorno all'Amante esule che canta alla luna come i cani randagi e i poeti sentimentali, vi pospose la seguente nota: «Questa elegia fu già stampata, ora sotto il nome di Ode, ora sotto quello di Romanza, i quali nomi sono rigettati dall'autore per le sue idee particolari intorno all'indole di siffatte poesie.» Tuttavia qua e là, nelle canzonette erotiche o elegiache, nell'inno sacro manzoniano per la Resurrezione e nella trilogìa intitolata da Folchetto di Marsiglia, qualche germe romantico tenta di gittar le radici; ma il terreno non è propizio, poichè lo studio del Foscolo e, più sensibile forse, del Monti, lo ha fatto sterile ad ogni seminagione romantica. Il Monti, il gran mago che affascinò da prima anche il Manzoni, in sul principio di questo secolo abbracciò con la grande potenza musicale tutte le facoltà poetiche dell'Italia; e ci voleva una forza non comune a liberarsene: ci volle, appunto, la forza del Manzoni e del Leopardi. I minori soggiacquero, e non poterono escire dalla cerchia segnata dal mago. Tra questi, il Romani. Del resto era naturale. Si esciva dalla preponderanza arcadica e dai sonetti del Minzoni: gli orecchi erano stanchi di quella rimerìa vuota e strepitosa come un rullìo di tamburi, e le bocche erano sazie di giuncate; la gente prendeva a seccarsi dell'avvocato Zappi e a sparlare della moglie. In Italia si cominciava a studiare il latino per altro che per intendere gli statuti di Arcadia, e come una inconsciente necessità di un bagno nelle pure linfe classiche nasceva tra la gente; ma il Parini fuori di Milano era poco e male inteso, e il Foscolo ancora troppo giovine. Venne il Monti, l'abate Monti con quella sua larga vena sgorgante liberamente come l'eloquenza ciceroniana, e rievocò tutta l'antichità classica, non già con le cabalette metastasiane, ma con un violento flusso melodico e armonico in una, che pare il corso di un fiume, e insieme lo scoppio di una facondia copiosa. Molti furono ammaliati dalla novità del mondo evocato; ma i più cedettero al fascino musicale. Leggete, per un esempio dichiarativo e persuasivo, questa stanza d'una canzone petrarchesca del Romani pel busto del Monti:
Cogli occhi al ciel rivolti,
Al ciel che lo pascea di tanto lume,
Stassi il poeta in estasi rapito,
Qual se la voce ascolti
Del genio ispirator, del suo gran Nume