Ove lo spirto mio non si disseta
E ribellar sentiamo prigioniera
L'alma rinchiusa nella fragil creta,
Temibile non è per l'uom la sera,
Che alfin dirà ciò che a ciascuno è ignoto,
E affermerà se la speranza è vera
O se il destino d'ogni senso è vuoto.
Non sente il lettore lo stento del rimatore per aggiogare un qualunque concetto a quelle terzine strascicantisi con una pena pietosa sulla strada maestra del senso comune tutta piena di polvere, tutta consparsa dai ciottoli pericolosi delle rime? Di più il signor Gualdo non si tiene alle forme metriche della lirica, vecchie o nuove; ma tranne qualche sonetto, tranne queste terzine, che sono un metro non già lirico ma epico o elegìaco, egli foggia la strofe a fantasia; e questo è un altro segno d'incertezza e di stento. Non mai egli si avventura a tentare il marmo pario dell'ode alcaica; non mai si affida ai ripiegamenti larghi e pericolosi della canzone; non mai si abbandona all'impeto d'una strofe settenaria, come fece tante volte con tanta fortuna il Prati. Oibò. Egli si adagia nel comodo seggiolone imbottito di borra della quartina; o foggia delle strofe strane, ove gli endecasillabi rimano due a due; oppure caccia timidamente il cuneo d'un settenario nel gran ceppo d'una lunga stanza endecasillaba. E più in là non va, perchè le forze non bastano. Mi pare dunque di poter conchiudere che al signor Gualdo le forze troppo fanno difetto, perchè il suo esperimento lirico gli si possa perdonare. Disse una volta Giulio Salvadori che l'ultima lirica italiana è come un tirso nudo che i poeti, carducciani o no, rivestono di fronde. Il signor Gualdo stenta anche a trovare le fronde. I motivi della sua lirica sono presi o dalla presente lirica francese, o dal romanticismo tedesco e italiano di trent'anni a dietro. Egli non ha saputo nemmeno mettersi a paro delle ultime tradizioni liriche italiane, e nemmeno sta saldo e sicuro in una determinata forma; ma oscilla incerto tra il romanticismo antico e il romanticismo moderno. Così nella poesia intitolata Una voce, la prima parte, nella quale parla la fanciulla morta dalla tomba, è una derivazione schietta del romanticismo tedesco; mentre la seconda parte, nella quale il rimatore dice che il discorso della sepolta fu un sogno, e fa risplendere il sole e spuntare i fiori dalla terra ingrassata dai morti, è un motivo tolto dal Praga. Anche la sua forma grammaticale e la sua forma metrica sono incerte; poichè ora egli si abbandona a una famigliarità di locuzione poetica che tocca i confini della sciatteria, e ora invece s'affatica e suda, per mantenersi all'altezza di un certo stile aulico che rammenta i còmpiti degli scolari ginnasiali. Di più nel suo libro c'è parecchi versi sbagliati o duri. Eccone qualcuno:
Dell'ideal col vero unione estrema (pag. 200);
Dall'albero pendea una vela lacera (pag. 122);