Smarrito è omai il vessillo che fluttua (ib.);

Ed il cozzar dei destrier bardati (pag. 184);

Region che attira le instancabili ale, ecc.

Io dunque mi domando di nuovo: perchè il signor Gualdo si è attentato a mettere insieme con gran fatica un cattivo libro di rime italiane, invece di scrivere un altro romanzo? La cosa è strana, poichè noi ora abbiamo un gran bisogno di romanzi, e pochissimo bisogno di lirica. E finchè la Francia continua a precipitare di Rollinat in Rollinat, possiamo viver contenti di quel che abbiamo, e condannare alla deportazione in terra francese tutti i cattivi rimatori che si ostinano a cicalare con molto sudore loro, e molto fastidio nostro.

IV.
PALCO SCENICO

In vituperio dei barbagianni — Il capolavoro del teatro moderno — I medici del dramma.

I.

La Società per l'acquisto e tutela delle opere drammatiche ha dato commissione al signor Pietro Calvi di un dramma intitolato Bianca Capello. La cecità umana è grande, lo sapevo; e il pervertimento del buon gusto e del buon senso in Italia è giunto a tale, che la nozione del bello e del brutto, del buono e del cattivo, diventa una cosa ogni dì più disperata. Tuttavia io non credeva che il naufragio del senso comune fosse tanto irreparabile. Questa associazione sòrta d'improvviso in mezzo alla crescente attività della nostra Roma monarchica e constituzionale, questa associazione che nata appena apparve viva e forte, dava buone speranze di sè. Erano clericali, ma le preoccupazioni politiche cedevano dinanzi all'amore dell'arte drammatica; erano ricchi e spendevano liberalmente. I primi tentativi furono felici: l'area desiderata per l'edifizio del teatro fu concessa; i migliori attori d'Italia volentieri disertarono le irrequiete compagnie di ventura per prender soldo in questo esercito stanziale; i critici più rabbiosi, come per miracolo, o applaudirono o, almeno, assentirono. Io stava a vedere e silenziosamente applaudiva anch'io, maravigliandomi forte che in Italia si facesse in fine una cosa per bene. Ed ecco, veggo che a quest'associazione nata con auspizi così felici manca una piccola cosa: una persona di buon gusto che guidi con qualche intelligenza la scelta dei lavori drammatici. Se il signor Calvi fosse un giovine in tutto ignoto e avesse presentato all'associazione una Bianca Capello qualunque, l'associazione avrebbe fatto opera onesta accogliendola e pagandola; ma questo signor Calvi ci è già apparso nei calori d'una estate alla ribalta del Costanzi tra le carnosità della signora Ruta e le carnosità di Ponzio Pilato. Faceva molto caldo quelle sere al Costanzi, e Maria Magdalena e Ponzio Pilato e il cavaliere Alamanno Morelli davano al pubblico plaudente uno spettacolo miserando della nostra abiezione drammatica. Faceva molto caldo quelle sere al Costanzi, eppure io mi sentivo filtrar dai pori della pelle un sudor freddo; e ogni volta che il signor Calvi piccinino e mingherlino si prostrava alla ribalta dinanzi al pubblico, un senso di raccapriccio e di pietà e di paura mi prendeva in mezzo a tutto quel fuoco della illuminazione e della respirazione e dell'ammirazione.

E ripensavo al buon tempo goldoniano, quando la comedia sboccò d'improvviso in piazza di San Marco dalla riva degli Schiavoni con un bel coro intorno di risate umane; e ripensavo al buon tempo della comedia dell'arte, quando i nostri comici se ne andavano pel mondo recitando e fabbricando comedie a braccia; e alla età dell'oro del Lasca e del Bibbiena e del Machiavelli e di messer Lodovico Ariosto; e alle rappresentazioni sacre che empivano le chiese di diavoli e di fiamme sulfuree; e alle processioni di flagellanti che passavano per le vie cantando laudi spirituali. E invocavo la congregazione dei flagellanti di Gubbio che venisse là nel teatro Costanzi cantando laudi, e cacciasse dal tempio a staffilate quel mercante di mitologia biblica che faceva parlare Ponzio Pilato come un cavalier medievale della fabbrica Giacosa, e Maria Magdalena come una carcassa femminile piena del fumo di stoppa di Vittoriano Sardou e del vapore di acido nitrico di Alessandro Dumas.

Non ci vorrebbe meno di una compagnia di flagellanti bene armata di staffili e di verghe per spazzar via questa pietosa ignominia dal nostro palcoscenico; ma forse anche basterebbe una legge del parlamento che ordinasse i teatri interdetti per dieci anni almeno, finchè i nostri fabbricanti di cose drammatiche non abbiano bene confitta nella mente questa persuasione, che a scrivere un dramma occorra un po' più d'ingegno e un po' più di coltura che a cucire un paio di scarpe. Ma quale delle nostre comedie in prosa e dei nostri drammi in versi mostra che questa persuasione sia entrata nell'animo dei nostri dramaturghi? Dalla Speronella del primo Marenco — pur tanto migliore del secondo — sino al Conte Rosso, io li ho non già uditi recitare sulla scena, ma letti quasi tutti, pazientemente; e ancora le mascelle mi dolgono dagli sbadigli. E questa persuasione, che a far qual cosa di vivo e di durevole nell'arte occorra, oltre alla forza dell'ingegno, una larga nutrizione dei pensieri e delle forme e delle cose altrui, è tanto lontana dall'animo non pur degli scrittori ma dei lettori e degli spettatori, che quando alcuno si attenta a dirlo pubblicamente con qualche calore, quelli s'indispettiscono come d'una scempiaggine fastidiosa e questi scoppiano a ridere come d'una scempiaggine allegra.