Lo stesso sia detto per la critica mia, la quale al dottor Verità, che non mi ha veduto mai, pare troppo dissonante dalle proporzioni del mio corpo e dalle mie facoltà etiche. Secondo il dottor Verità, un critico che non si levi ogni mattina col santo e deliberato proposito di inginocchiarsi davanti a qualche autore illustre con una gran furia di genuflessioni e con molto fumo d'incenso, facendo salamelecchi come un pappagallo sulla gruccia, dev'essere una specie d'antropofago, con una barba lunga sino all'ombelico, con due braccia da Sansone schiacciatore di Filistei, con un palmo di pelo sul cuore; se no, posa. E io che, a quanto asserisce il dottor Verità, sono un mingherlino tisico e dolce come il buon pane, non ho diritto di trattar male la gente.
Belle argomentazioni da dire a Cicerone, quando inveiva contro Verre, o a Demostene, quando, per potere irrompere con più libera violenza contro Filippo il Macedone, correva lungo la riva del fiume con la bocca piena di sassolini per correggere il difetto della parola! Di più queste parole, in bocca d'uno che da molti anni campa di critica, sono una confessione pericolosa. Dunque il dottor Verità crede nella critica subbiettiva, procedente da un impeto della passione? Tanto peggio per lui, e per quelli che hanno creduto nella critica sua. Io no. Io porto della critica una ben più alta e severa opinione: essa è per me una cosa sacra, più sacra dell'arte; e quando abbandono il mio spirito all'analisi d'un libro o d'uno scrittore, o d'un complesso di libri e di scrittori, io mi libero pienamente del mio individuo senziente, e non resta se non l'individuo pensante, con la scorta di quella poca coltura che bene o male può guidare e illuminare il mio giudizio. Di che ferocia mi va parlando il dottor Verità? Io non torcerei un capello a nessuno; e se mangio assai spesso degli autori illustri e di fama stagionata, come dice elegantemente il dottor Verità, gli è che ho adottato un metodo critico un po' diverso da quello che per molto tempo la diffusione giornalistica ha fatto prevalere in Italia. Il giornale dovendo vivere un giorno, e soddisfare la necessità immediata di notizie, anche nella critica campa alla giornata; e dando conto di questa o quella opera d'arte che più stuzzica la curiosità del momento, non si cura o non vuole o non può ricercare il nesso che la presente opera può avere con le altre di altri tempi e di altri paesi. Questo metodo, che nella cronaca gazzettiera è, per necessità, comportabile, diventa affatto irragionevole e pericoloso quando si allarga al giudizio di tutta la moderna produzione letteraria. Poichè la perfezione nelle opere della mente umana non è assoluta, non è una determinata altezza alla quale occorra di giungere, ma è relativa, è, più che altro, una specie di scala, il primo officio della critica dev'essere di misurare le altezze. È necessario dunque aborrire dal metodo empirico di Gustavo Planche, è necessario non fermarsi al caso particolare e giudicare un'opera singolare per sè sola, con la norma del senso estetico o, come più spesso accade, con la norma dell'opportunità. La critica letteraria, come la critica d'arte, è, più che altro, un'opera di classificazione e di confronto. Ora, confrontando i frutti della nostra attività presente con quelli che ci furono lasciati in eredità, giudicando una singola opera d'arte non in sè, ma nello sviluppo complessivo di quella forma dell'arte, accade che la dolce nebbia di ottimismo tanto cara agli scribacchiatori italiani si disperda per l'aria. Ecco perchè io sono feroce. Questo, in quanto alla sostanza. In quanto alla forma, che è quella che più urta i nervi del prossimo, è un'altra faccenda. In Italia, e in moltissima parte d'Europa, certe consuetudini d'ipocrisia son rimaste tenacemente abbarbicate. L'usanza di segarsi la gola con tutte le regole della politezza e del galateo ha invasa tutta quanta la vita; dopo che Racine dovette radere la barba ai suoi eroi greci e vestirli di velluto per non far paura alle dame adunate nel salone di madama di Maintenon, il gesuitismo è diventata la norma di tutta quanta la vita: nell'arte, per i molti sforzi e a malgrado delle molte opposizioni, questa incrostazione lojolesca va scomparendo: or perchè dovrebbe restare nella critica? Che volete? Quando io debbo dire a uno scrittore, magari illustre, magari stagionato, che è un asino, non trovo nessuna parola più efficacemente pittorica nella sua brevità trisillaba e proparossìtona del vocabolo che serve a distinguere quella mite bestia da tutti quanti gli altri esseri animali.
Il torto forse sta nel prendersi dei grattacapi inutili, poichè già, come dice il dottor Verità, la critica non fa male a nessuno. Ma poichè non ci è in Italia chi voglia prenderseli, io mi voglio buttare nella voragine. Perchè dunque vorrebbe il dottor Verità che io fossi un antropofago? Io vorrei che tutti i mangiati da me prosperassero e ingrassassero come il dottor Verità, e avessero una buona volta degli intendimenti artistici o critici. E non è vero, come dice il dottor Verità, che io non giuri se non nel nome del Carducci. Naturalmente, siccome nel nostro ventennio noi non troviamo se non il Carducci da poter comparare con gli artisti della prima metà di questo e dei secoli antecedenti; siccome noi dal Carducci abbiamo appreso, tra tante altre cose, la religione dell'arte e l'odio dell'ignoranza e del ciarlatanismo, abbiamo per lui, più che il rispetto, il culto che nasce spontaneamente in conspetto dei benefattori. Ma ciò non ci vieta di misurare gli altri ciascuno secondo l'altezza sua, e ove per troppo impeto si sia errata o passata la misura, di rettificare.
Ma lasciamo andare. A che serve seccare la gente con certi pettegolezzi subbiettivi? Io ho cominciato il mio mestiere di cronista bibliografico dicendo d'un cattivo libro ch'era solamente buono per torchecul; e quella parola nella quale io, antico ed entusiasta lettore di Rabelais, non sospettavo tanto pepe, mi scatenò contro una tempesta. Ora mi ci sono abituato, e tiro via portando le pene della mia ferocia. Così, pel dispetto che mi faceva Gabriele D'Annunzio dichiarante agli amici che gittava in braccio alle femmine tutto il suo mondo poetico, io stampai dei sonetti di rimprovero e di ammonimento e di richiamo al passato: dissi in versi quel che tutti gli amici del D'Annunzio dicevano in prosa. Ma il torto fu di stampare quei versi. Io lo sapevo che ne avrei portato la pena; tuttavia li volli pubblicare a dispetto dell'opinione della gente. Ed ecco, il dottor Verità, seduto a fronte della paziente compagna de' suoi colloqui, tenendosi a volta a volta il piè destro nella mano sinistra o il piede sinistro nella mano destra, si arma de' miei versi a danno del D'Annunzio. Pazienza!
V.
Ora forse il dottor Verità potrebbe ammonirmi che non tocca a me rinfacciare ad Ottone di Banzole la sua poca reverenza e la sua molta virulenza critica; poichè io non credo che nella critica le dolcezze siano raccomandabili: nel giudizio mio i colpi debbono essere o bòtte dritte con la spada bene aguzzata, o fendenti con la sciabola bene affilata. E le nuove invenzioni della scherma mi paiono un segno di debolezza. Io amo la scherma antica, senza finte, senza cavazioni, senza parate: unica difesa, l'arnese fatato; unica offesa, il braccio vigoroso. Io odio gli zuccherini della critica pastorelleggiante, che condanna la grammatica in nome del galateo, che assesta una coltellata nell'atto d'una reverenza, che ha sempre paura di troppo aver fatto male, e dopo il biasimo ha sempre pronto, per compenso, un salamelecco, come le madri che mostrano una caramella ai poppanti per indurli a farsi nettare il naso. Per me è una grandissima gioia svillaneggiar l'avversario prima di piombargli sopra, come nei poemi omerici, come nei romanzi di cavalleria. Però, non senza una condizione. La villania e l'insulto e la provocazione non debbono scoppiare dalle labbra di un fiacco nell'atto della dedizione; ed avventare in faccia al nemico un'ingiuria nell'atto di consegnargli la spada, può essere una vigliaccheria ed è quasi sempre una pazzia. Ora il signor Ottone di Banzole, del quale mi piace d'intrattenermi più per giustificazion mia, che per merito o per peccato suo, proprio nel punto di buttar via la spada inutile, ha con una grandissima intemperanza provocato tutte le generazioni letterarie dell'Italia dal '50 in giù. Uditelo: «Entrando in questa guerra letteraria, promisi sempre a me stesso di non morirvi: concepii un disegno, e lo attuai. Vinto ad ogni battaglia ed insultato come tutti i vinti, non scesi mai, nè scenderò mai alla scempiaggine della replica, alla bassezza del lamento: i vinti hanno torto. Altri sarà più fortunato, perchè più forte; pochi più sinceri ed intrepidi. Poichè ogni pompa dell'arte mi era contesa per la miseria dell'ingegno, ebbi l'orgoglio della nudità del mio pensiero.» Come questa nudità abbia potuto giovare al signor di Banzole nella gran disgrazia della quale si confessa, non so, e non mi preme di sapere. Ma ciò che non gli si può perdonare è che, con tutta quella miseria della quale si accusa, nell'abiezione della sconfitta, egli voglia trascinare nella sua ruina tutti quelli che dopo il '50 hanno osato di scrivere in Italia. Non toccava a lui, vinto, dir ciò. In bocca sua questa, che per qualche parte potrebbe essere una verità, diventa una puerilità pazza. E rimproverandogliela, io mi sento preso da un senso di pietà, come davanti a un ammalato di mente; nè trovo parole aspre.
Questa sua pazzia il signor Ottone di Banzole ha espresso in un libro intitolato Quartetto; e sono quattro stromenti, un violino una viola un violoncello e un contrabasso, i quali prima di prendere a sonare ciascuno la sonata sua si accordano in un diapason preliminare, che sembra un articolo di critica letteraria scritto dal deputato Medoro Savini. Qui la pazzia, accumulata lentamente nelle quattro sonate, scoppia con una intensità frenetica che veramente fa pena; qui la malattia trapela ad evidenza dalle cose dette e dalla forma con che son dette. Il signor di Banzole nelle cinquanta paginette di questa sua, non saprei se orazione accademica o prelezione scolastica o conferenza pedagogica o irruzione maniaca, fa un pasticcio meraviglioso; e senza un criterio purchessia, senza una norma o un pretesto o una qualunque giustificazione della sua conscienza, fondandosi unicamente sui fatti o male o poco o punto osservati, non proponendosi se non di mostrare il fatto, senza ricercarne nè le cause, nè gli effetti, strozza con le sue mani tutta quanta la produzione letteraria italiana della seconda metà del secolo; e tutti questi pollastri così strangolati cucina in fricassea nel brodetto d'una specie di filosofia fatta a modo suo d'idealismo hegeliano non bene inteso e di buddhismo schopenhaueriano mal digerito.
Riferire i giudizi critici del signor di Banzole sarebbe farsi complice della sua pazzia. Egli consacra tre pagine a infamare la memoria di Pietro Cossa, e lo chiama un nano ingigantito dal cattivo gusto del pubblico e della cronaca teatrale, un povero diavolo di macchinista scenico a cui venne fatto una volta di vestire decentemente da romana antica una pettegola parigina, e si credette di avere scoperto il mondo romano; che seppe una volta dipingere con coloracci forti una scena, e si credette di aver costruito tutto un teatro. Questa è una curiosa maniera di scrivere. Quali sono i criteri drammatici del signor di Banzole? Quali i modelli, secondo lui, più imitabili? Il teatro francese moderno non gli va: in Italia, non gli piace nemmeno il Goldoni, pare. Poi cita a modello le tragedie del Foscolo e del Manzoni. Come si fa a raccapezzarsi in tanto guazzabuglio? E come ha fatto a raccapezzarsi il signor di Banzole?
Così, ove tratta del Carducci, a mala pena si intende ciò che egli voglia dire. Adopera un frasario così romanticamente nuvoloso, così incomprensibile e inafferrabile e impalpabile per l'impasto di reminiscenze bibliche e victorughiane, che è una cosa meravigliosa a leggere. Pare di udire le campane della chiesa di Nôtre-Dame scampananti a morto. «Nullameno ignorato ed incompreso per molti anni, invece di capitanare il nuovo movimento, parve ne continuasse un altro; mentre i giovani volontari della letteratura, che avevano forse lasciate allora le bandiere del (sic!) Garibaldi, ne cercavano un altro egualmente splendido, ma altrettanto facile. Invece il nuovo duce, che, varcate le Alpi scrutava in quel momento per la Germania preludendo alle teoriche e ai trionfi di Moltke, affermava la necessità di una profonda dottrina per ogni ordine di milizie, e di una grande tradizione per una grande arte.» Che diavolo significa questo? È un giudizio subbiettivo? È un fatto storico? A me paiono parole senza senso. Più giù, riparlando del Carducci, rimprovera questi e il D'Ancona di fossilizzarsi nelle ricerche della critica storica, dimenticando che il Carducci ha pubblicato, se non altro, tre volumi di Confessioni e battaglie, dimenticando che il moderno metodo critico è appunto tale, e tale essendo ha rinnovato tutte le forme e tutta la materia dell'arte; non pensando che poche righe più sotto avrebbe lodato il Bartoli di ciò che rimprovera nel Carducci e nel D'Ancona.
E sèguita, con un tafferuglio strano di nomi cozzanti e discordanti, di teoriche e di tendenze e d'inclinazioni diverse, di dati storici messi a forza insieme nello stesso periodo a pretesto di una stramberia, mescolando senza discernimento classicismo e romanticismo, naturalismo e idealismo, lodando in una pagina quelli che vitupera nella pagina successiva, facendo infine una grandissima frittata di tutti gli scrittori e di tutti gli scritti che, nella foga di tirar via, gli sono venuti in memoria; e questa frittata friggendo nell'olio stantìo di un'articolessa di politica estera sullo sviluppo del panslavismo in Europa, sullo sviluppo del nikilismo (è scritto proprio così) in Russia.