E dire che costui è un bravo giovine che fa onestamente e avvedutamente traffico di suini! La cosa è tanto strana, che non si può intendere senza premettere nel cervello del signor di Banzole una grave alienazione. Il signor di Banzole ha la memoria ammucchiata di letture frettolose e smozzicate, di teoriche male intese e mal digerite, di fantasmi malamente e fiaccamente formati: di più, l'instrumento della lingua non gli sta troppo sicuramente nelle mani. Come dunque gli è saltato il ticchio di mettersi a sonare una sinfonia così tumultuaria? A che serve far della critica, quando non si vuol giungere a uno scopo, magari falso, magari incerto, magari cattivo? Ora, da tutta la filastrocca del signor di Banzole una conclusione unica si può dedurre: che egli, giunto alla persuasione dolorosa della sconfitta, abbia, per una puerile allucinazione mentale, sperato di trascinar seco nel precipizio cinquant'anni di vita letteraria. Infatti, in ultimo, la sua prosa pare come sonante e trionfante d'una certa frenesia gioiosa ed orgogliosa, d'una certa pazzìa gloriosa. E attraverso le nebbie sentimentali delle sue fantasticaggini romantiche, mi par di vederlo, con le chiome rase da una qualche sconosciuta Dalila, crollare con le forti braccia di mercante di porci le colonne del tempio dell'arte, urlando con la gran voce d'un maniaco, che si creda d'essere il Padreterno:
— Pera Sanson, con tutti i Filistei.
VI.
Si pubblica in Padova un Giornale degli eruditi e curiosi, che alcuni eruditi amici miei chiamano pittorescamente dei cretini e curiosi; e in verità, da che l'arte della stampa ha aperto tanta facilità di sfogo alla sciocchezza umana, non mai una imbecillità più puerile è stata perpetrata da più persone in conspetto del popolo. Questo giornale, che vorrebbe offrire un contributo alla piccola erudizione, è fatto in modo da rammentare quel giochetto di domande e risposte, onde ancora si dilettano le ragazze borghesi, e che fra i giuochi innocenti è il più stupido. Le domande che in questo foglio si propongono sono così insipide, così oziose, così assurde, e le risposte così piccinamente boriose, così gonfie di solennità e di degnazione, da farvi schiattar per le risa. Una volta, in un accesso di dubbio disperato, uno domandò se si avesse a scrivere dinanzi o dinnanzi; e un altro, con una feroce aria di gravità sdegnata, rispose che veramente, poichè questa parola risulta da due elementi, d' e innanzi, bisognerebbe scriverla con doppia enne, ma poichè io la scrivo con una enne sola, bisogna rassegnarsi; e qui una sfuriata contro due miei peccati, la prolissità e la monomania sentenziatrice. E dire che io, per non far torto a nessuno e per risolvere pienamente la questione, scrivo con una o con due enne spensieratamente, senza lasciarmi turbare il sonno da una consonante nasale. Un terzo domandò quale fosse il più bel libro di Edmondo De Amicis; e un quarto gli rispose con molta prosopopea. Un quinto infine domandò chi fosse Marco Balossardi e un sesto rispose: Olindo Stecchetti, il D'Annunzio e il Carducci; e costui firmò il quesito suo così: Asellus Maximus. Il Carducci, in un momento di lieto umore, rispose: «Asellus sarà maximus; ma io non sono Marco Balossardi.» Anche ci è di quelli che ricorrono a questa fonte di erudizione per sapere chi sia Chiquita, chi Gandolin, chi Matamoros; e i misteri della presente Arcadia giornalistica sono uno ad uno svelati da gl'infallibili eruditi che cooperano a questo giornale.
Se non che, poichè per fortuna della patria questa forma del cretinismo non è largamente diffusa in Italia, il giornale morrebbe per manco di alimento, se non avesse un sostentatore inesauribile. E costui è — occorre dirlo? — il professore Rodolfo Renier. Il professore Rodolfo Renier è l'Apolline delfico del Giornale dei cretini e curiosi: è lui che dà i responsi, dritto sul tripode della sua maestà catedratica, illuminando con la immensa luce della sua erudizione l'Italia. Egli ha ricopiato le liriche di Fazio degli Uberti e certi sonetti del Pecora, e ha fondato il Giornale storico della letteratura italiana per cantar le glorie di Fazio degli Uberti, del Pecora, e del professore Rodolfo Renier; di più per assicurarsi una clientela fra la bassa erudizione, soddisfa con grave sperpero di intelletto e di studi la curiosità di tutti quelli che desiderano di sapere chi sia Chiquita.
Il professore Rodolfo Renier è un singolarissimo tipo di erudito. Dopo aver fatto in Firenze, in società col professore Arturo Linaker, della critica estetica che faceva sbellicar dalle risa sin le pietre di Mercato Vecchio, vedendo come veramente lo studio della storia letteraria avesse fatto qualche progresso anche in Italia e come la critica sperimentale cominciasse a prevalere, nel primo entusiasmo di questa strana e grande scoperta si buttò anch'egli alla ricerca del materiale con un impeto indomabile; ed essendo proposto nella scuola tra altre esercitazioni critiche uno studio intorno alla lirica di Fazio degli Uberti, questo Rodolfo si buttò addosso a quell'imitatore di Dante con una furia pazza, e gli consacrò tutta la vita. Se lo aveste veduto quando andava in giro per l'Italia a ricopiar manoscritti! Pareva che da quella copiagione sua tutta la critica moderna dovesse andare a soqquadro, e che la rivelazione di Fazio degli Uberti dovesse sconvolgere tutti i criteri che sin qui hanno retto l'edifizio della nostra storia letteraria. Io lo vidi una volta nella biblioteca corsiniana, e l'ilarità che nell'anima mia suscitò la sua conversazione mentre tornavamo via da Trastevere per ponte Sisto affollato di serve, mi è durata di poi per molto tempo. Venivamo via in quattro o in cinque coi nostri scartafacci di transcrizione in mano, ed era l'ultimo autunno, e il vespero carezzevole spandendo sui lavori del Tevere un lume d'un color di viola pareva che ci rimproverasse blandamente le nostre vili fatiche. E il signor Renier parlava del suo Fazio con un tanto intenerimento di voce e un così risibile calor di passione, che d'allora in poi mi ha fatto avere in orrore tutti quanti gl'imitatori di Dante. Pareva che questo suo Fazio fosse il maggior poeta del mondo. E questo Fazio di poi ci ha seccato per un pezzo. Poichè dalla passione che dal solo copiarne il canzoniere si suscitava nel signor Renier, tutti si aspettavano o ch'egli avesse scoperto in quella legnosa lirica una qualche sconosciuta virtù, o che almeno di là si spiccasse a qualche non pensabile slancio critico. E dovunque si andava, nel piccolo formicaio dell'erudizione italiana, era una persecuzione:
— Sai, — mi diceva il mio amico Zenatti, terminata di leggere una lettera — è Fazio Renier che mi scrive: mi parla degl'imitatori di Dante.
— Sai — mi diceva il mio amico Morpurgo, giunto appena da Firenze — ho visto Rodolfo degli Uberti.
— E che fa?
— Copia le liriche di Fazio.