Si usciva di scuola col Monaci, e domandava:
— E il signor Renier ha terminato il suo Fazio?
Si apriva il Preludio, e si trovava o una qualunque pappolata del signor Rodolfo, ove Fazio era ricordato amorosamente, o una notizia di cronaca ove la edizione critica delle liriche di Rodolfo Renier a cura di Fazio degli Uberti era minacciata da un momento all'altro. Poi cominciò un'altra storia. Questo mattacchione del signor Rodolfo (com'è arciducale questo imitatore di Dante!), per fare un po' di propaganda al suo metodo critico, pubblicò uno o due opuscoli di cose inedite per occasione di nozze. Non l'avesse mai fatto! Tutti gli eruditi che stavano in aspettazione, rimasero con un palmo di naso. Quella era dunque la novità? Novità veramente era, poichè cosa più scempia non fu pensata mai: si trattava di sopprimere nella edizione dei testi antichi l'intelligenza e la personalità del critico, per rimettersi in tutto al manoscritto: si trattava di sostituire alla critica del testo la copia pura e semplice, rimettendosi per ogni dubbio ortografico metrico o grammaticale all'autorità di un amanuense ignoto e, probabilmente, ignorante. Questo fu il topolino che dopo una quasi quinquennale gestazione partorì la testa vuota del signor Renier; e intorno a questo topolino combattè Giulio Salvadori con troppo più possenti armi che non fossero necessarie ad accoppare un novatore tanto rodolfo. Dopo, venne il famoso canzoniere; e, dio, che spettacolo allegro! Quando esso fu pubblicato, già tutte le persone di buon senso erano persuase che questo Renier fosse uno sciocco o un mistificatore, e l'accoglienza a quel volume che non aggiunse nulla a quanto dell'Uberti già si sapeva, fu poco lieta. L'effetto fu questo, che da una parte si vide come in Italia ci sia della gente, la quale, per non aver tanto ingegno da esercitare un qualunque onorato mestiere, si butta all'erudizione senza sapere nè la grammatica italiana nè la metrica; dall'altra il signor Renier, deluso nelle sue folli speranze, si sforzò di riparare in qualche modo al disastro lodandosi largamente da sè medesimo e facendosi lodare da qualche più intimo amico. E se lo spettacolo, per la strana prosopopea con la quale il signor Renier vorrebbe imporre questa sua sgrammaticata erudizione e per l'insigne officio cui il ministro dell'istruzione pubblica lo ha eletto, non è ridicolo, io voglio consumar nel pianto la mia restante vita.
Di qualunque cosa scriva il signor Renier, fa smascellar dalle risa; e più volte in questo libro io ho dovuto occuparmi di suoi sfarfalloni grossi come la gran botte di Norimberga. Sebbene egli disserisca di qualunque materia con una solennità comica e lacrimevole insieme, la povertà del suo cervello è strana. Figuratevi: si è consacrato tutto a un argomento così misero, qual'è quello degl'imitatori di Dante, e l'ingenuità de' suoi spropositi ogni volta che parli di cose dantesche non è credibile. Eccone una, per esempio. Il professor Bartoli in un momento di allucinazione critica ha voluto dimostrare che la Beatrice di Dante non sia se non una beatrice, un qualificativo astratto e generico materiato con una specie di mito femmineo. Non ci è stato in Italia uno che abbia accettato questa fantasticheria del Bartoli: era dunque naturale che il professor Renier subito ne fosse colpito, e ogni volta ch'egli deve parlare dell'amica di Dante, scrive senz'altro beatrice, come se quell'arzigogolo fosse entrato o potesse entrar mai nella persuasione della gente seria. Ed eccone un altro, più bello e più schiettamente odorante d'olezzo d'asino.
Nella smania di fare e di rifare ogni giorno il mondo dell'erudizione, onde il signor Rodolfo è posseduto, ha scoperto in una delle più remote provincie germaniche un povero diavolo d'un tedesco, un tal Bertoldo Wiese, e lo ha aizzato nel suo giornale, che spudoratamente s'intitola dalla letteratura italiana, contro il Carducci. Questo povero minchione d'un tedesco si è d'improvviso trovato nella pelle d'un cane randagio lanciato in un cortile contro un orso a qualche festa popolare germanica; e le sue capriole e i suoi salti e i suoi abbaiamenti sono stati tali da fornir per un mese argomento di riso a un capitolo di canonici. Figuratevi: l'imbecillità e la goffaggine di questo cagnotto furono così madornali, ch'esso andava a torno pel cortile divincolando la coda, abbaiando con una strana iattanza, e ora addentando una scopa appoggiata al muro, ora buttandosi fieramente sopra un qualche cencio abbandonato in terra, senza poter mai toccar l'orso.
Il professore Rodolfo, con un berrettaccio di pelo d'asino sulla zucca, affacciava la testa di su 'l muro del cortile, e incitava patriotticamente quel vile cagnottolaccio tedesco contro il nostro grande e nobile orso italiano. La gente in su le prime, non avendo bene inteso il giuoco, guardava; ma poi di subito se ne andò stomacata, poichè le vigliaccherie e le ribalderie hanno ancora la virtù di muovere a schifo gli animi umani. Restò uno, più attaccabrighe degli altri, e cacciò via a pedate la bestia aizzata e la bestia aizzatrice. Costui, se piace al professor Rodolfo Renier, sono io. Or ecco, fuori d'ogni velame di metafora, la storia del cagnotto tedesco e delle pedate.
Il Carducci pubblicò nel 1871 a Pisa, pei tipi dei Nistri, una preziosa raccolta di Cantilene e ballate, strambotti e madrigali dei secoli XIII e XIV, tratte di su 'l codice magl. stroz. VII, 1040; e quella pubblicazione fu sempre meritamente tenuta dagli italiani e dagli stranieri come una magistrale opera di critica per la grandissima diligenza dell'edizione e per la capitale importanza della materia. Or dopo dodici anni questo tedesco ci viene a dire che, avendo confrontata l'edizione carducciana col manoscritto, ha scoperto una infinità di errori e di omissioni; e pretende di correggere il Carducci.
Pretende di correggere il Carducci, questo Bertoldo, e sa d'italiano quasi quanto ne sa il professor Renier! E per chi si prenda il gusto di scorrere quelle sue emendazioni, è una festa di risate graziose. Egli, naturalmente, non sa nè la grammatica nè la metrica italiana; e, costretto dalla necessità ad adottare il metodo critico del professor Renier, si rimette in tutto all'amanuense che transcrisse il codice, e rimprovera con una fierezza di lanzichenecco il Carducci, di non aver stampato degli endecasillabi di dodici, tredici o quattordici sillabe, e di non aver lasciato nella edizione sua tutti gli spropositi ortografici e grammaticali, onde il copista infiorò la sua copia. Di più, questo povero diavolone d'un tedesco non sa leggere i manoscritti italiani: l'esse, per esempio, è per lui un rompicapo chinese, e ora lo scambia con un elle, e ora invece l'elle gli pare un esse. In fine, egli si rizza su dal confessionale con una canna in mano, come uno di quei preti che in San Pietro paiono intenti a pescare all'amo e invece dan l'assoluzione abbassando la canna sul capo di tutti i peccatori che vengono a deporre il pesciolino d'un peccatuzzo veniale a' loro piedi; ma non dà l'assoluzione: anzi squassa in alto e palleggia ferocemente quella canna, e pare un cherusco escito dalla melma della palude con la canna da respirare in mano. In fatti, si tratta d'un peccato mortale: il Carducci, secondo il nostro Bertoldo, ha omesso nella sua edizione alcune importantissime poesie inedite di Dante, del Cavalcanti e di altri; e, per riparare a tanta incuria, le pubblica lui.
Per gli altri e pel Cavalcanti, il nostro Bertoldo non stia in pena: hanno già avuto più volte l'infamia o l'onor della stampa. Il caso grave è intorno a Dante, del quale ecco gli endecasillabi omessi, chi sa perchè, dal Carducci:
Indi spiro sanzessermi proferta