Ne presi insin che non senti'mi sazio,

E dopo tre o quattr'ore di supplizio,

Ho cacato le liriche di Fazio.

Tale è il professor Rodolfo Renier, e tale pur troppo è qualche altro, che senza essere tanto pienamente inetto a ogni opera intellettuale, crede anch'egli che la critica nessun'altro più degno officio possa usurpare, oltre un cieco e spesso vano ragunamento di materiale.

L'esplorazione scientifica, per virtù del Carducci del D'Ancona del Comparetti dell'Ascoli, e di altri più giovani usciti dalle loro scuole, dava in principio frutti bellissimi; e a poco a poco, mettendo in luce del nostro materiale letterario o non mai o malamente studiato, dava un nuovo impulso all'esame di tutto quanto il nostro patrimonio d'arte e conferiva alla critica una serietà e una solidità non mai conseguite in Italia; e sopra tutto propagando il metodo sperimentale educava la gioventù a un esercizio dell'intelletto non più vagabondo e capriccioso, ma positivo ordinato profondo. E veramente il primo effetto di questa propaganda non poteva essere migliore, poichè i primi giovani che uscirono da queste scuole, per esempio il Rajna e il D'Ovidio, furono tali da potersene onorare qualunque popolo più dotto e più scientifico del nostro. In sèguito molti altri giovani con non minore fortuna batterono la medesima via; ma per grandissima sciagura qualche mercante s'è cacciato con suo ciarlatanesco apparato di richiami e di romori nel tempio. Dico mercante per modo di dire e per un maledetto amor di metafora, ma avrei dovuto dire, per non deviare dalla verità, imbecille. Costoro... ma poichè non son molti, per buona fortuna, e poichè le loro note caratteristiche si raccolgono, come in un tipo unico, nel professor Renier, parliamo in numero singolare, e cerchiamo di definire il pedante giovine.

Costui dunque, il pedante giovine dico, ha la scatola del cranio vuota in tutto di materia cerebrale; ha per converso non saprei dire se nel midollo spinale o nelle palme delle mani o in qualche altra parte della persona, un prurito una fregola una smania ferocissima di apparire fra gli eruditi eruditissimo, e fra i nuovi ricercatori più ricercatore e più nuovo di tutti. E ricerca, e dovunque trovi o un conto di lavandaia, o una lettera di un maggiordomo, o una qualche ghirlandetta di sonetti d'un qualche Stiavelli dell'antichità non polluta mai dal rude amplesso della stampa, copia; ma prima gitta tra gli amici la voce. E da per tutto, ove sono ingenui che si siano lasciati cogliere da quell'apparato di cerretanismo, la voce corre: Il Renier.... perdono, volevo dire il pedante giovine. Il pedante giovine ha scoperto un importantissimo conto d'una lavandaia del secolo XIV. Sapete? Il giovine pedante ha fatto una scoperta preziosa: ha ritrovato una lettera di un maggiordomo di un camerlengo apostolico del secolo XVI. Hai veduto? Il pedante giovine fa un'edizione critica dei sonetti d'uno Stiavelli del XV secolo. E il giornale amico annunzia dignitosamente: «L'egregio dottor pedante giovine, professore di storia comparata delle lingue e letterature neolatine nella R. Università di Torino, ha fatto una serie di scoperte d'una importanza capitale per lo studio delle nostre fonti letterarie: un conto di lavandaia del secolo XIV, che sconvolge tutti i criteri sin qui vigenti intorno alla coltura generale di quel tempo; una lettera di un maggiordomo d'un camerlengo apostolico del secolo XVI, che apre nuovi orizzonti allo studio della calligrafia vaticana dopo che le guardie palatine furono vestite dell'uniforme pensata da Michelangiolo; una ghirlandetta di sonetti d'uno Stiavelli del secolo XV, che gitterà una nuova luce nelle tenebre del petrarchismo.

«Con quest'ultima l'illustre dottor Rodolfo comincia una larghissima esplorazione intorno agl'imitatori del Petrarca. Crediamo di sapere che egli consacrerà molti anni della sua vita a transcrivere e pubblicare tutta la lirica petrarcheggiante, dal canzoniere di Giusto de' Conti da Valmontone sino alla più tarda e più ignota petrarcheria. Opera colossale che servirà di risposta a tutti quei farfallini che, con una leggerezza senza esempio, osarono rimproverare alcuni insignificanti spropositi di grammatica, di metrica e di buon senso a un erudito di tanto peso».

E così il Pedante prosegue la sua via, con molte risa delle persone sensate, allucinando gl'ignoranti o gl'ingenui. E quando alcuno ardisca di movergli qualche osservazione, pietosamente, tanto per fargli, con buone maniere, intraveder l'abisso della sua imbecillità, allora s'infuria, e prende ad abbaiare, e prende a seccare il prossimo con una petulanza fastidiosa, che v'induce la voglia di acchetarlo con un calcio. A costui manca la prima e più necessaria facoltà critica: l'intelligenza. Egli non capisce nulla, non sa nulla, non sa far nulla: sgrammaticato e destituito di ogni senso melodico, egli transcrive spropositando come un copista del XIV secolo; gli manca per altro la perizia calligrafica che gli amanuensi antichi ebbero. Egli non intende nemmeno quanta distanza corra tra le sue vili fatiche e l'opera dei veri e utili ricercatori. Nessuno è più inflessibilmente positivo nella pubblicazione dei testi antichi del professore Ernesto Monaci, il quale dalla edizione diplomatica è passato addirittura alla fotografia dei manoscritti; ma il professor Monaci ha una larghissima e profonda erudizione di tutta quanta la storia letteraria dei popoli neolatini e un acume critico sicuro, e ogni pubblicazione sua colma una lacuna e risolve dei dubbi: così col canzoniere portoghese, così col chigiano, così sempre. Ma questo signor Renier, quest'oracolo delfico del Giornale dei cretini e curiosi, il quale copia tanto per copiare e per scrivere il suo nome arciducale sopra una edizione d'un testo antico, il quale non sa nemmeno, copiando, obbedire alle leggi metriche e grammaticali, e dopo aver copiato, quando dalla copia appare ad evidenza l'inettitudine sua a qualunque esercizio d'intelligenza, vuol empire l'Italia del suo malumore, e della sua boria, e della sua sciocchezza puerile, questo signor Renier meriterebbe un pensum enorme: poichè non è egli se non uno scolaraccio ambizioso e di cervello tardo, che vuole a forza imporsi sull'altra scolaresca con sue appariscenti reverenze al maestro, e con un copioso imbrattamento di carta. Meriterebbe gli si dessero a ricopiare tutti i codici della Riccardiana dieci volte; e dopo, lo si condannasse ad appiccar di sua mano il fuoco a tutta quella carta imbrattata. E sì che su questa scolaresca siede maestro, ammonimento e terrore a tutti gli imbecilli facinorosi, Giosuè Carducci, il quale alla sua gloria poetica congiunge l'altra, più grata forse a lui, di essere stato dei primi rinnovatori, certo il più efficace propagatore della critica positiva in Italia. Giosuè Carducci non è un vile amanuense, se bene pochi siano più di lui operosi ed assidui esploratori di biblioteche; ma nella indagine critica reca tutta la lucidità della sua mente e tutto il larghissimo contributo della sua dottrina, e non si racchiude in un circolo vizioso, ma trascorre in trionfo tutto un immenso campo, e dalla più antica letteratura italiana o latina passa alla polemica con gli scribacchiatori del giorno; e dopo aver pubblicato quel libro di cantilene e ballate etc. (o Bertoldo, salute!) che è più importante di tutta quanta l'epica e tutta quanta la lirica di tutti quanti gl'imitatori di Dante e del Petrarca, stampa tre volumi di Confessioni e battaglie e ne apparecchia uno sui trobadori della corte di Monferato. E poichè mi son seccato del signor Renier e degl'imitatori di Dante, e certo anche i lettori ne debbono essere infastiditi, passiamo, per compenso, alle Confessioni e battaglie, con le quali il Carducci ha scosso da sè quella incrostazione leggendaria che si era formata intorno alla sua persona.

Quale sia il processo chimico della leggenda, si sa. Appena un uomo, per meriti o per demeriti grandi presso il prossimo suo conquista in patria e fuori una larga popolarità, ecco intorno a lui comincia uno strano concorso di animalacci e di animaletti. Vengono le vipere, e schizzano sul suo nome il veleno dalle gengive; vengono i cani arrabbiati, e vi schizzano la bava dell'idrofobia; vengono le lumache, e vi strisciano sopra intonacandolo d'una patina argentea. Così quel nome scompare sotto una multipla vernice, come gl'insetti in un pezzo d'ambra; e i presenti e i posteri guardano la vita di quell'uomo a traverso quegli strati cristallini, che ne ingrandiscono un qualche aspetto, e un altro ne impiccoliscono, altri infine nascondono affatto. Quando il nome di Giosuè Carducci passò i confini di Romagna e di Toscana, lo accompagnarono strani romori. Dicevasi che fosse un uomo sanguigno nervoso turbolento bilioso nella critica, sanguinario nella satira; e per di più un professore fra socialista e repubblicano, smodatamente amico della diva bottiglia. Queste cose che io, con altri compagni miei, udii nel '76 da un professore di ginnasio il quale aveva imparato il tedesco dallo Zendrini ed è un uomo di molto ingegno e di moltissima dottrina, si dicevano per tutta l'Italia, ove nella fantasia della gioventù la leggenda carducciana era sorta, tutta tinta d'un bel rosso di sangue, fra quelle dei re di Roma. Con le Poesie il Carducci non s'era fatto molti nemici: la prevalenza del romanticismo nell'Italia non faceva badar molto a quel classico maremmano balzato su da una biblioteca con una muscolatura salda e con una erudizione rara. S'erano uditi degli urli per l'inno a Satana, s'era udita più d'una predica velenosa di qualche don Margotto, ma niente altro di grave. Il fragore e le battaglie e la popolarità del Carducci cominciarono veramente con le Nuove Poesie; e cominciò allora la leggenda, contro la quale il Carducci si è dibattuto con tutto l'impeto del suo ingegno, con tutta la violenza della sua natura. E i dibattimenti e i combattimenti li abbiamo ora tutti insieme in questi tre volumi.

Nelle confessioni il Carducci narra parecchi periodi della sua vita di ragazzo indocile e rivoluzionario fra i vesperi caldi della Maremma toscana, fra i cavallari che menavano i polledri a bere, fra gli stormi di falchetti e di aquile che si spiccavano a volo verso il levante; la sua vita di scolare negli scolopi e poi nelle biblioteche fiorentine ove raccolse una così ricca messe di erudizione; la sua vita d'insegnante e di poeta a san Miniato e in Bologna, che fu e tuttavia è per lui una seconda patria. Queste confessioni, sparpagliate quà e là in varii capitoli, hanno questo d'importante pei lettori moderni e pei critici avvenire, che con una grandissima evidenza mostrano l'evoluzione delle facoltà poetiche del Carducci in relazione con la sua vita e co' suoi studii: evoluzione progressiva e meravigliosa dai Juvenilia scritti in Toscana fra il dominio assoluto del romanticismo, e le Odi barbare balzate all'amico sole di Romagna dal petto del poeta vittorioso. E poichè la vittoria non si potè conseguire senza un aspro e lungo combattere, le battaglie sono forse di maggior momento. Il Carducci, si sa, è un uomo forte di complessione, forte nella poesia, forte nella polemica: egli dunque, che pure ha tanti e tanto sicuri amici, non lascia in pace i nemici se non li ha gittati con la faccia a terra. Alcuni dicono ch'egli ecceda nella violenza. E sarà, forse. Egli non ama la polemica fatta tra due salamelecchi, con molti sorrisi d'incoramento agli avversarii: «A tali parole non mancheranno di batter le mani certi amici miei, i quali, per amor della dignità delle lettere, amano foggiarsi dello scrittore un cotal modello accademico, che dovrebbe moversi per entro una raggiera di stucco indorato e passeggiare alto da terra sulle nuvole fatte a batuffoli di bambagia, salvo a lasciar la sua posa di nume melodrammatico per bisbigliar basso in un crocchio — Il tale o il tal altro è un birbante — e stendere nel medesimo tempo la mano inguantata al su lodato birbante se entri nella stanza. Certamente non dobbiamo rinnovare gli esempi del Castelvetro e del Caro: ma la pace a tutti i costi è politica da vigliacchi.» Tale è, in fatto di civiltà polemica, l'opinione del Carducci; e se essa può non troppo piacere agli avversari, deve necessariamente tornare a grado dei lettori indifferenti, pel calore e per la vita che ne viene alla prosa; e poi l'ira del Carducci è santa, poichè non è se non la stizza d'un uomo che con tutto l'animo stia intento a un'opera di grave momento, e i tafani gli ronzino intorno pungendolo per la faccia.