I suoi sforzi di rinnovare il contenuto e la forma della poesia e della prosa critica egli li fece con piena conscienza della serietà de' suoi intendimenti, della maturità delle sue forze, con una preparazione di studii e di esperienze quale, credo, nessun poeta moderno ebbe dopo il Goethe: quelli che lo attaccarono furono manzoniani di seconda mano, o cronisti a cui altra materia difettava, o critici lunghi e mingherlini con mustacchi irsuti e la testa piena di fanfaluche. Costoro lo assalirono con leggerezza strana, senza pensare alla gravità dell'impresa, reputando che i poeti classici fossero una specie di bestie da soma, sulla schiena delle quali il primo imbecille venuto potesse picchiare con pieno e libero arbitrio. Doveva il Carducci, secondo il precetto evangelico, starsene in pace invocando ancora altre bastonate? Egli è pagano, e i pagani certi scherzi non li sopportavano. Si levò dunque anche lui, con le pugna in alto, e per ogni buffetto restituì dieci cazzotti. I suoi avversari furono scavalcati, tutti gli assalti scoperti o abilmente occultati furono respinti, e le violenze sue, non meno dei suoi versi, giovarono a sospingere la gioventù d'Italia alle conquiste della coltura moderna.
Del resto, predecessori in bastonagione, tra i classici e tra i romantici, non gli mancano. Il Goethe, il Dio, che veramente passeggiava in trionfo fra una raggiera di stucco indorato sulle nuvole dell'Olimpo di Weimar, non risparmiò la punta e il taglio de' suoi epigrammi al povero Anacarsi Klootz, che non li meritava; e l'abate Monti menò senza misericordia su la schiena del De Cureil. E non ebbe torto. Poi il Carducci non è una bestia feroce, e allo Zendrini morto perdonò cose che allo Zendrini vivo non aveva potuto perdonare.
Sino a qualche anno a dietro la prosa del Carducci era stata poco letta: gl'italiani, come i francesi, son tanto avversi alla critica, che i magistrali studi carducciani non hanno avuto subito quella popolarità, che, per vantaggio e per onore del nostro paese, avrebbero dovuto avere; poichè nessuno come lui, se non forse il Sainte-Beuve, accoppia a una potenza meravigliosa d'intuizione, a una preparazione larghissima, a un metodo veramente sperimentale, la vivezza del movimento drammatico e il calore e il colore dell'entusiasmo. Le Confessioni e battaglie hanno fatto il miracolo, e mentre in Francia dei più virulenti e più strombazzati libri critici di Zola, per confessione dell'editore, non si vendono tre mila copie, questi volumi carducciani si ristampano a migliaia di esemplari, e le domande del pubblico sempre più crescono.
VI.
LA REPUBBLICA LETTERARIA.
Il signor Parlagreco e il deputato Cavallotti — La genesi della gloria cavallottèa — L'evoluzione drammatica del deputato Cavallotti nello spazio e nel tempo — Le passeggiate liriche e i salti mortali metrici e grammaticali del deputato Cavallotti — La critica, le prefazioni, le note, la polemica e le cartoline postali del deputato Cavallotti — Contro la democrazia.
I.
Un feroce uomo, il signor Parlagreco, scrive nell'Arcadia, giornale boscareccio fondato in Napoli per combattere o per abbattere la baracca bisantina: «Non voglio richiamare gli sproloqui dello Scarfoglio contro Felice Cavallotti; sono morti prima di nascere, e il popolo italiano, o repubblicano, o moderato, o codino, va sempre entusiasta per applaudire il Cantico dei cantici, la Sposa di Menecle, e aspetta con ansia il Povero Piero, il Nicarete, la Lea, ecc.» Non io certo vorrò ricercare se la sintassi e l'ortografia di questo bollente signore abbiano le carte in regola per viaggiare attraverso le terre della repubblica letteraria: di questo egli darà conto agli dèi grammaticali. E nè meno io mi curerò di appurare se il signor Parlagreco abbia il diritto e il dovere di parlare in nome del popolo d'Italia. Veramente, poichè il popolo italiano non parla greco, non parrebbe; ma forse questo signore è della famiglia dei greci cavallottici procedenti dall'Alcibiade, e allora s'intende ch'egli reputi in piena fede di parlare italiano. Ma ciò non mi preme: veggano il signor Parlagreco e il deputato Cavallotti di regolare i loro conti glottologici col popolo italiano; io non ci entro. Solamente a una cosa non mi so rassegnare, ad essere accusato d'avanti alla nazione italica d'un peccato che non ho ancora commesso. Quali sono gli sproloqui contro il deputato Cavallotti che il signor Parlagreco non vuol richiamare? Io sono tuttavia innocente, e con piena purità di coscienza mi accingo ora a peccare. Col deputato Cavallotti io ho spezzato il panettone dell'amicizia e bevuto il Chianti della fraternità repubblicana una sera che nel palazzetto Sciarra l'associazione dei diritti dell'uomo celebrava il suo trasmutamento di sede; di poi niun altro contatto o contrasto ho avuto con lui, se non quello significato dai documenti che ristampo dalla Cronaca Bizantina del 1º settembre 1883. Eccoli:
«Pregati dal nostro amico E. Scarfoglio, riproduciamo qui sotto, dal Fascio della Democrazia, due lettere che lo riguardano, e in pari tempo una sua risposta, che il Fascio, non si sa perchè, si è ricusato di inserire.
Appagando il desiderio del nostro amico Scarfoglio, crediamo non inutile avvertire che la Bizantina intende rimanere assolutamente estranea a questa polemica.
La Direzione.»