«Un infelice qualunque, affetto da grafomanìa, certo Scarfoglio, affligge i lettori della Domenica Letteraria con una brodosa e sgrammaticata tiritera, per raccontar loro la storia decennale del giornalismo di Roma dal 1870-1880. L'argomento sarebbe, in sè, non privo d'interesse e meriterebbe, certo, di meglio che un Tucidide così male in gambe. Al qual Tucidide io sono tanto mortificato di non essere nelle buone grazie, ma non so che farci e non posso disperarmene: anzi son molto contento che egli trovi i miei versi sbagliati, perchè così almeno tornano, e che la mia Luna di miele non piaccia a lui, perchè così almeno piace a me e ai pubblici, che val meglio. Per contentar lui, l'avrei dovuta scrivere probabilmente com'egli scrive i suoi articoli: e allora — poveretto me! — i pubblici invece di applaudirmela m'avrebbero tirato le panche sulla scena, e invece di smaltirne quattro edizioni in pochi dì, me l'avrebbero lasciata a disposizione dei topi in magazzino, come una pappolata di uno Scarfoglio qualsiasi.
Ma se gli autorevoli giudizi estetici di un critico così illustre mi fanno buon sangue, mi sorprende invece che Ferdinando Martini, il quale ad essere gentiluomo ci tiene e m'ha assistito in questione d'onore — che Luigi Lodi il quale di questioni simili anche lui ne ha avute meco — lascino stampare in un giornale loro — al mio indirizzo — allusioni a questioni d'onore — d'un buon gusto e d'una delicatezza da offendere le più elementari regole della creanza cavalleresca.
E sì gli amici Martini e Lodi, i quali mi conoscono di vista, dovrebbero sapere, non foss'altro in linea di fatto, che la mia fronte sinora non è segnata da nessuno: il resto della mia pelle non dico, ma nessuno me l'ha mai chiesta per farne pelle di tamburo. E si avrebbero (sic) anche potuto risparmiare l'incomodo di esibire ai loro lettori in trofeo la suddetta mia fronte segnata (sic) dalla sciabola di Arbib.
Non foss'altro per non mettere in ridicolo il signor Arbib, sorpreso di vedersi tramutato in eroe marchiatore di democratici, e per non lasciar mettere in imbarazzo con una frase ineducata i padrini di quel duello, colleghi miei e dell'onorevole Martini. I quali avrebbero potuto spiegare a lui più in disteso ciò che venne a mia domanda sommariamente inserito nel verbale stesso di quella vertenza; cioè come e qualmente il signor Arbib, rompendo sempre indietro sin che fu stretto e investito a mezza sciabola da me, mi venne, allora, quasi letteralmente, levato di mano dai padrini, mentre io mi trovavo a vari passi più in là del posto ov'egli era al principiare dello scontro. Pantomima che il verbale con eufemismi morbidi ma chiari così narra: «L'onorevole Cavallotti avanzandosi e così essendosi trovati gli avversari a mezza sciabola, i padrini ordinarono la cessazione dello scontro per presunta ferita dell'onorevole Arbib.» Pantomima che poi l'onorevole Pullè, del signor Arbib padrino, e regolatore del duello, traduceva in moneta spicciola, quando, alle vive lagnanze del sottoscritto perchè si fosse arrestato in quel momento lo scontro, rispondeva testualmente di averlo fatto per riguardi di umanità, perchè vedeva il signor Arbib perduto. — E i padrini colleghi assentivano.
Fu per questo motivo che non ritenendo esaurita una partita passata in tal modo, rifiutai di stringere, dopo lo scontro, la mano dell'avversario, verso il quale, del resto, nessun astio mi muove. E mi duole che la goffaggine ineducata di un ragazzo ignaro del galateo di queste questioni m'abbia — e proprio in un giornale di F. Martini e L. Lodi — costretto a ritornare su quello spiacevole incidente, e ad uscir dal silenzio che per ragioni di cortesia — verso di me non usata — mi ero imposto fin qui.
Milano, 20 agosto.
Felice Cavallotti.»
Preg. sig. e Collega,
«Ho letto la dichiarazione che il signor Felice Cavallotti, deputato al Parlamento, ha pubblicato nel numero 16 del suo reputato giornale. Ella, signor Direttore, intenderà di leggeri le ragioni per le quali a me non si addice di intavolare una discussione su ciò che il signor Cavallotti narra; ma confido che nella sua imparzialità e rettitudine non troverà indiscreto che io la preghi di pubblicare nel suo giornale l'acclusa copia del verbale dello scontro ch'io ebbi coll'on. deputato Cavallotti. La prego di gradire i sensi della mia maggior osservanza.
Roma, 13 febbraio 1884