Da quanto sì è già osservato noi primo capitolo di quest'opera, si può ricavare un'idea dello stato delle armate e delle province, quando Augusto prese in mano le redini del governo. Ma siccome era impossibile ch'esso potesse in persona comandare le legioni di tante frontiere lontane, gli fu dal Senato, come già a Pompeo, concessa la permissione di delegar l'esercizio del suo potere ad un sufficiente numero di Luogotenenti. Questi uffiziali per grado e per autorità non sembravano inferiori agli antichi Proconsoli ma la dignità loro era dipendente e precaria. Essi riconoscevano il lor potere dalla volontà di un superiore, alla fausta influenza del quale attribuivasi legalmente il merito delle azioni[226]. Eran essi i rappresentanti dell'Imperatore, ed egli solo era il Generale della Repubblica, e la sua giurisdizione, sì civile che militare, si estendeva sopra tutte le conquiste di Roma. Dava però al Senato almeno la soddisfazione di sempre delegare il suo potere ai membri di questo corpo. I Luogotenenti Imperiali erano di grado consolare o pretorio; le legioni eran comandate da Senatori, e la Prefettura dell'Egitto era l'unico governo importante affidato ad un cavaliere romano.
Sei giorni dopo che Augusto fu forzato ad accettare un dono sì liberale, volle con un facil sacrifizio appagare la vanità dei Senatori. Rappresentò che gli avevano esteso il potere anche al di là del termine necessario all'infelice condizione dei tempi. Essi non gli avevan permesso di ricusare il faticoso comando degli eserciti e delle frontiere, ma insistè che se gli permettesse di rimettere le province più pacifiche e sicure alla dolce amministrazione del civil magistrato. Nella divisione delle province, Augusto provvide alla sua propria potenza, ed alla dignità della Repubblica. I Proconsoli del Senato, e particolarmente quelli dell'Asia, della Grecia e dell'Affrica gioivano una distinzione più onorevole dei Luogotenenti imperiali, che comandavano nella Gallia, o nella Siria. I primi erano accompagnati dai littori, e gli altri dai soldati. Si fece una legge che dovunque l'Imperatore fosse presente, restasse sospesa l'ordinaria giurisdizione del governatore; s'introdusse l'uso che le nuove conquiste appartenessero alla dote imperiale, e presto si scoprì che l'autorità del Principe, l'epiteto favorito di Augusto, era la medesima in ogni parte dell'Impero.
Per ricompensa di questa concessione immaginaria, ottenne Augusto un importante privilegio, che lo rendè padrone di Roma e dell'Italia. Con pericolosa eccezione alle antiche massime, egli fu autorizzato a conservare il suo comando militare, sostenuto da un numeroso corpo di guardie, anche in tempo di pace e nel cuore della capitale. Il suo comando veramente era limitato sopra i cittadini obbligati al servizio dal giuramento militare; ma tale era l'inclinazione dei Romani alla servitù, che i magistrati, i Senatori ed i Cavalieri prestarono volontariamente il giuramento, finchè l'omaggio della adulazione si convertì insensibilmente in una annuale e solenne protesta di fedeltà.
Benchè Augusto considerasse la forza militare come il più saldo fondamento di un Governo, nondimeno prudentemente la rigettò come strumento molto odioso. Era più disposto per natura e per politica a regnare sotto i venerabili nomi dell'antica magistratura, e ad unire artificiosamente nella sua persona tutti i dispersi raggi della giurisdizione civile. Con questa mira permise al Senato di conferirgli a vita la potestà consolare[227] e la tribunizia[228], che fu nel modo stesso continuata a tutti i suoi successori. I Consoli eran succeduti ai Re di Roma, e rappresentavano la maestà dello Stato. Essi soprintendevano alle cerimonie della religione, levavano e comandavano le legioni, davano udienza agl'Imbasciatori stranieri, e presedevano alle adunanze del Senato e del popolo. La generale amministrazione delle finanze era a loro affidata, e sebbene raramente avesser tempo di amministrar la giustizia in persona, erano tuttavia considerati come i supremi custodi delle leggi, dell'equità e della pubblica pace. Tale era la loro giurisdizione ordinaria; ma questa diveniva superiore a qualunque legge ogni volta che il Senato imponeva ai Consoli di vegliare alla salvezza della Repubblica: allora per difesa della pubblica libertà essi esercitavano un temporaneo dispotismo[229]. Il carattere dei Tribuni era per ogni riguardo diverso da quello dei Consoli. L'apparenza dei primi era umile e modesta, ma le loro persone erano sacre e inviolabili. Avevan essi più forza per opporsi che per operare. Il loro incarico era di difendere gli oppressi, di perdonar le offese, di accusare i nemici del popolo, e di arrestare con una sola parola, se lo credevano necessario, tutta la macchina del governo. Finchè sussistè la Repubblica, la pericolosa influenza che il Console o il Tribuno tenevano dalla loro giurisdizion rispettiva, fu diminuita da diverse restrizioni importanti. La loro autorità spirava con l'anno, nel quale erano eletti; la prima dignità fu divisa in due, e l'ultima in dieci persone; e siccome questi due Magistrati erano nei pubblici e nei privati interessi fra loro contrarj, così questi scambievoli conflitti contribuivano il più delle volte ad assodare anzi che a distruggere la bilancia della costituzione politica. Ma quando fu riunita alla tribunizia la potestà consolare, quando ne fu a vita rivestita una sola persona, quando il Generale delle armi fu nel tempo stesso ministro del Senato e rappresentante del popolo romano, impossibile divenne il resistere all'esercizio di quella imperiale autorità, alla quale non si potevano facilmente assegnare i confini.
La politica di Augusto aggiunse presto al cumulo di questi onori le splendide non men che importanti dignità di sommo Pontefice e di Censore. Con la prima egli acquistò il regolamento della religione, e con la seconda una ispezione legale sopra i costumi ed i beni del popolo romano. Se tanti distinti ed indipendenti poteri non combinavano esattamente gli uni con gli altri, la compiacenza del Senato era pronta a supplire ogni difetto con le concessioni le più ampie e straordinarie. Gl'Imperatori, come primi ministri della Repubblica, furono dichiarati esenti dall'obbligazione e dalla sanzione di molte leggi incomode; ebbero l'autorità di convocare il Senato, di proporre diverse questioni in un giorno stesso, di presentare i candidati destinati pei grandi impieghi, di estendere i confini della città, d'impiegare l'entrate pubbliche a loro talento, di far la pace o la guerra, di ratificare i trattati; e per una amplissima clausola furono autorizzati ad eseguire tutto ciò che stimavano vantaggioso all'Impero, e conveniente alla maestà delle cose private o pubbliche, umane o divine[230].
Quando tutte le diverse parti della potenza esecutrice furono unite nella Magistratura Imperiale, i magistrati ordinarj della Repubblica languirono nella oscurità, senza vigore, e quasi senza affari. Augusto conservò gelosamente i nomi e la forma dell'antica amministrazione. Ogni anno il solito numero di Consoli, di Pretori, e di Tribuni[231] eran rivestiti colle insegne delle loro cariche rispettive, e continuavano ad esercitare alcune delle funzioni meno importanti. Questi onori allettavano ancora la vana ambizione dei Romani; e gli Imperatori medesimi, sebbene investiti a vita del poter consolare, spesso aspiravano al titolo di quell'annuale dignità, ch'essi condescendevano a dividere con i più illustri dei loro concittadini[232]. Nell'elezione di questi magistrati, il popolo, sotto il regno di Augusto, fu lasciato libero di suscitare tutte le turbolenze di una rozza democrazia. Questo Principe artificioso, invece di mostrare il minimo segno d'impazienza, umilmente sollecitava i lor voti per se o pe' suoi amici, e soddisfaceva scrupolosamente a tutti i doveri di un candidato ordinario[233]. Ma si può attribuire a' suoi consigli la prima determinazione del successore, colla quale furono le elezioni trasferite al Senato[234]. Le assemblee del popolo vennero per sempre abolite, e gl'Imperatori si liberarono da una pericolosa moltitudine, la quale, senza riacquistare la libertà, avrebbe potuto disturbare, e forse mettere in pericolo il nuovo stabilito Governo.
Mario e Cesare, dichiarandosi i protettori del popolo, aveano sovvertita la costituzione della patria. Ma appena il Senato fu abbassato e disarmato, questo corpo, composto di cinque o seicento persone, divenne uno strumento facile ed utile per chi aspirava al dispotismo. Sulla dignità del Senato, Augusto ed i suoi successori fondarono il lor nuovo impero, ed affettarono, in ogni occasione, di adottare il linguaggio e le massime dei patrizj. Nell'esercizio della loro potenza essi consultavan frequentemente il supremo consiglio della nazione, ed in apparenza si conformavano alle sue decisioni negli affari più importanti di guerra e di pace. Roma, l'Italia, e le province interne erano sottoposte all'immediata giurisdizione del Senato. Quanto agli affari civili era esso la suprema corte di appello; e quanto alle materie criminali, era un tribunale costituito per giudicare tutti i delitti commessi da' pubblici ministri, o da quelli che offendevano la pace e la maestà del popolo romano. L'amministrazione della giustizia divenne la più frequente e seria occupazione del Senato; l'antico genio dell'eloquenza trovò l'ultimo asilo nel trattare dinanzi a lui le cause importanti. Il Senato possedeva molte considerabili prerogative come Consiglio di Stato, e come tribunal di giustizia; ma in quanto alla qualità legislativa, per cui veniva considerato come rappresentante del popolo, si riconoscevano in quel corpo i diritti della Sovranità. Le leggi ricevevano la sanzione da' suoi decreti, e dalla sua autorità derivava ogni poter subalterno. Si adunava regolarmente tre volte il mese nei giorni stabiliti delle calende, delle none, e degl'idi. Vi si discutevan gli affari con una decente libertà, e gl'Imperatori medesimi, superbi del nome di Senatori, sedevano, davano il voto, e si confondevano con i loro eguali.
Ripigliamo in poche parole il sistema del Governo imperiale, come fu istituito da Augusto, e conservato da quei Principi, i quali intesero il loro proprio interesse e quello del popolo. Esso si può definire, un'assoluta Monarchia velata con l'apparenza di una Repubblica. I padroni dell'orbe romano avvolgevano di folta nube il lor trono e la loro irresistibile forza, professandosi umilmente ministri dipendenti del Senato, i supremi decreti del quale essi dettavano ed obbedivano[235].
La Corte era formata sul modello della pubblica amministrazione. Gl'Imperatori (eccettuati quei tiranni, la cui capricciosa follia violava tutte le leggi della natura e dell'onore) disprezzavano ogni pompa e formalità, che potesse offendere i loro concittadini, senza accrescere la loro potenza reale. In tutti gli officj della vita affettavano di confondersi con i loro sudditi, e mantenevan con essi un'egual corrispondenza di visite e di trattamenti. Il loro vestire, la loro tavola, il loro palazzo non eran diversi da quelli di un Senatore opulento; ed il treno loro, sebbene splendido e numeroso, era interamente composto dei loro schiavi domestici, e liberti[236]. Augusto o Traiano si sarebbero vergognati d'impiegar il più vile dei Romani in que' bassi uffizj, che nella famiglia e nella camera di un Monarca limitato dalle leggi, sono adesso ansiosamente cercati dai più superbi signori della Gran Brettagna.
L'apoteosi è il solo caso[237] in cui gli Imperatori si dipartissero dalla solita loro prudenza o modestia. I Greci dell'Asia inventarono i primi per li successori di Alessandro questa servile ed empia adulazione, che presto dai Re fu trasferita ai governatori dell'Asia; ed i magistrati romani furono spesso adorati come divinità provinciali con la pompa degli altari e dei tempj, delle feste, dei sagrifizj[238]. Era naturale che gl'Imperatori non ricusassero quel che avevano accettato i Proconsoli; e gli onori divini, che le province rendettero agli uni e agli altri, mostravano piuttosto il dispotismo che la servitù di Roma. Ma ben tosto i vincitori imitarono le vinte nazioni nell'arte di adulare; ed il genio imperioso del primo dei Cesari consentì troppo facilmente ad accettare in vita un posto tra le deità tutelari di Roma. Il carattere più moderato del suo successore si guardò da questa pericolosa ambizione, non mai più di poi ravvivata fuor che dalla follia di Caligola e di Domiziano. Augusto permise, è vero, ad alcune città provinciali di erigere i tempj in suo onore, a condizione però che insieme col Sovrano fosse Roma onorata dal loro culto. Egli tollerava una superstizione particolare, di cui egli poteva esser l'oggetto[239]; ma si contentò di esser venerato dal Senato e dal popolo nel suo umano carattere, e saggiamente lasciò al suo successore la cura della sua pubblica apoteosi. Quindi s'introdusse il regolar costume di porre per solenne decreto del Senato nel numero degli Dei ogni Imperatore estinto, il quale nè in vita nè in morte si fosse mostrato tiranno; e le cerimonie dell'apoteosi si mescevano colla pompa del tuo funerale. Questa legal profanazione, in apparenza stolta, e così contraria alle nostre massime rigorose, fu ricevuta quasi senza alcuna mormorazione[240], perchè conveniente alla natura del politeismo, ed accettata però come istituzione di politica e non di religione. Sarebbe un degradar le virtù degli Antonini, paragonandole con i vizj di Ercole o di Giove. Lo stesso carattere di Cesare o di Augusto era di gran lunga superiore a quelli delle deità popolari. Ma questi Principi ebbero la disgrazia di vivere in un secolo illuminato, e le loro azioni eran troppo fedelmente raccontate, per poterle adombrare col velo di quelle favole e di quei misteri, che soli possono eccitare la divozione del volgo. Appena la divinità loro fu dalla legge stabilita, che cadde in obblio senza contribuire o alla loro reputazione o alla dignità dei lor successori.