Nell'analisi del Governo imperiale, noi abbiamo spesso chiamato l'avveduto fondatore col ben noto nome di Augusto, che non gli fu per altro conferito, se non quando l'edifizio era quasi giunto al suo compimento. Da una bassa famiglia, di cui era nato nella piccola città d'Aricia, prendeva egli l'oscuro nome di Ottaviano, nome macchiato col sangue delle proscrizioni; ed egli stesso desiderava di poter cancellare ogni memoria delle sue azioni passate. Come figlio adottivo del Dittatore egli prese l'illustre soprannome di Cesare, ma aveva troppo buon senso per non mai sperare di essere confuso, o desiderare d'essere paragonato con questo grand'uomo. Fu proposto nel Senato di decorare il ministro di quel corpo con un titolo nuovo, e dopo una discussione ben seria, fu tra molti altri scelto quello di Augusto, come più degli altri esprimente il carattere di pace e di santità da lui uniformemente affettato[241]. Era perciò il nome di Augusto distinzione personale, e quel di Cesare distinzione di famiglia. Il primo avrebbe dovuto naturalmente spirare col Principe, al quale era stato compartito, e l'altro poteva trasmettersi per mezzo dell'adozione e dei matrimonj in altre famiglie. Nerone era dunque l'ultimo Principe, che potesse allegare qualche ereditario diritto agli onori della discendenza di Giulio. Ma alla sua morte questi titoli si trovavano connessi, per una pratica costante di un secolo, alla dignità Imperiale, e sono stati conservati da una lunga successione d'Imperatori romani, greci, franchi e tedeschi, dalla rovina della Repubblica fino a dì nostri. Fu presto per altro introdotta una distinzione. Il sacro titolo di Augusto fu sempre riservato al Monarca, mentre il nome di Cesare venne più liberamente conferito a' suoi parenti; ed, almeno dal regno di Adriano in poi, con quest'appellazione si distinse la seconda persona nello Stato, che fu risguardata come l'erede presuntivo dell'Impero.
Il tenero rispetto di Augusto per una libera costituzione, che avea egli stesso distrutta, non si può spiegare che con un attento esame del carattere di questo scaltrito tiranno. Un sangue freddo, un cuore insensibile, ed un animo codardo gli fecero prendere, all'età di diciannov'anni, la maschera dell'ipocrisia, che mai più non si tolse dal viso. Con la stessa mano, e forse con lo spirito stesso, sottoscrisse la proscrizione di Cicerone, ed il perdono di Cinna. Artificiali erano le sue virtù come pure i suoi vizj; ed il suo interesse soltanto lo fece prima il nemico, e poi il padre di Roma[242]. Quando innalzò l'ingegnoso sistema dell'autorità imperiale, la sua moderazione era infinita da' suoi timori. Desiderava allora d'ingannare il popolo con l'immagine della civile libertà, e gli eserciti con l'aspetto di un Governo civile.
La morte di Cesare gli stava sempre dinanzi agli occhi. Aveva, è vero, colmati i suoi aderenti di ricchezze e di onori, ma si ricordava, che gli amici più favoriti del suo zio erano stati nel numero dei congiurati. La fedeltà delle legioni potea difendere la sua autorità contro una ribellione scoperta, ma la loro vigilanza non poteva assicurare la sua persona dal pugnale di un risoluto repubblicano; ed i Romani, che veneravano la memoria di Bruto[243], avrebbero applaudito a un imitatore di lui. Cesare avea provocato il suo destino più con l'ostentazione della sua potenza, che con la potenza medesima. Il Console o il Tribuno avrebbe potuto regnare in pace, ma il titolo di Re aveva armati i Romani contro la sua vita. Sapeva Augusto, che gli uomini si lasciano governare dai nomi, nè fu ingannato nell'aspettativa di credere, che il Senato ed il popolo avrebber sopportato la schiavitù, purchè fossero rispettosamente assicurati che tuttor godevano dell'antica lor libertà. Un Senato debole, ed un popolo avvilito si riposarono con piacere in questa dolce illusione, finchè la mantenne la virtù, o la prudenza dei successori d'Augusto. I congiurati contro Caligola, Nerone e Domiziano, animati dalla premura della propria sicurezza, e non dallo spirito di libertà, attaccarono la persona del tiranno, senza dirigere i loro colpi contro l'autorità dell'Imperatore.
La storia ci presenta, è vero, una occasione memorarabile, nella quale il Senato dopo settant'anni di pazienza fece uno sforzo inutile per riprendere i suoi da lungo tempo obbliati diritti. Quando il trono restò vacante per l'uccisione di Caligola, i Consoli convocarono il Senato nel Campidoglio, condannarono la memoria dei Cesari, diedero libertà per parola d'ordine alle poche coorti, che freddamente seguivano la parte loro, e per quarantott'ore operarono come Capi indipendenti di una libera Repubblica. Ma mentre ch'essi deliberavano, i Pretoriani aveano risoluto. Lo stupido Claudio, fratello di Germanico, era già nel loro campo rivestito della porpora imperiale, e preparato a sostenere la sua elezione con le armi. Il sogno di libertà svanì, ed il Senato si risvegliò in mezzo a tutti gli orrori di una servitù inevitabile. Abbandonata dal popolo e dalla forza militare, quella debole adunanza fu costretta a ratificare la scelta dei Pretoriani, e ad accettare il benefizio di un general perdono prudentemente offerto, e generosamente mantenuto da Claudio[244].
L'insolenza degli eserciti destò in Augusto terrori più grandi. La disperazione dei cittadini non poteva che tentare quello che i soldati ebbero, in ogni tempo, la forza di eseguire. Quanto era precaria l'autorità di questo Principe sopra uomini da lui ammaestrati a violare ogni dovere sociale! Esso avea uditi i loro sediziosi clamori; e temeva i più tranquilli momenti della loro riflessione. Si era comprata una rivoluzione con somme immense; ma per farne un'altra sarebbe stato d'uopo raddoppiare le ricompense. Le truppe professavano il più vivo affetto alla Casa di Cesare; ma l'affetto della moltitudine è capriccioso ed incostante. Augusto seppe risvegliare in suo prò tutti quei pregiudizj romani, che ancor rimanevano in quelle menti feroci; autorizzò il rigore della disciplina con la sanzione della legge; ed interponendo la maestà del Senato tra l'Imperatore e l'esercito, seppe arditamente esigere la loro obbedienza come primo magistrato della Repubblica[245].
Nel lungo corso di dugento vent'anni, dallo stabilimento di questo artificioso sistema fino alla morte di Commodo, i pericoli inerenti ad un governo militare rimasero in gran parte sospesi. I soldati raramente ebbero occasione di conoscere la loro propria forza, e la debolezza dell'autorità civile; scoperta fatale che avanti e dopo produsse così terribili calamità. Caligola e Domiziano furono assassinati nel loro palazzo dai proprj domestici; le convulsioni che agitarono Roma alla morte del primo, non passarono le mura della città. Ma Nerone involse tutto l'Impero nella sua rovina. In diciotto mesi quattro Principi furono assassinati, e l'urto delle armate fra loro nemiche fece crollare il Mondo romano. Eccettuato questo solo breve, sebben fierissimo traboccamento di militare licenza, i due secoli da Augusto a Commodo non furono insanguinati da guerre civili, nè turbati da rivoluzioni. L'Imperatore era eletto dall'autorità del Senato e dal consenso dei soldati[246]. Le Legioni rispettavano il lor giuramento di fedeltà; ed è necessaria un'ispezione minuta degli annali romani per iscoprire tre piccole ribellioni, le quali furon tutte soppresse in pochi mesi, senza pur correre il rischio di una battaglia[247].
Nei regni elettivi la vacanza del trono è un momento di crisi e di pericolo. Gl'Imperatori romani, desiderosi di risparmiare alle legioni questo intervallo di sospensione, e la tentazione di una scelta irregolare, investivano il destinato lor successore di tanta porzione di autorità presente, che potesse bastargli dopo la lor morte ad assumerne il resto, senza che l'Impero si accorgesse di aver cangiato padrone. Così Augusto, poichè da morti intempestive restaron recise le sue più belle speranze, le ripose all'ultimo tutte in Tiberio; ottenne per questo suo figlio adottivo le dignità di Censore e di Tribuno, e con una legge rivestì il Principe futuro di un'autorità uguale alla sua sulle province e sugli eserciti[248]. Così Vespasiano soggiogò l'anima generosa del suo figlio maggiore. Tito era adorato dalle legioni orientali, che aveano sotto il suo comando terminato di conquistar la Giudea. Il suo potere era temuto, e siccome le sue virtù erano coperte dall'intemperanza della gioventù, sì sospettava de' suoi disegni. In vece di dare orecchio a tali ingiusti sospetti, il prudente Monarca associò Tito a tutti i poteri dell'Imperial dignità; e il grato figlio sempre si mostrò ministro umile e fedele di un padre così indulgente[249].
Il buon senso di Vespasiano l'impegnò veramente ad abbracciare ogni mezzo di assodare la sua elevazione recente e precaria. Il giuramento militare, e la fedeltà delle truppe erano state consacrate dall'uso di cent'anni al nome e alla famiglia dei Cesari; e benchè questa fosse stata continuata soltanto con il fittizio rito della adozione, i Romani però ancor riverivano nella persona di Nerone il nipote di Germanico, ed il successore diretto di Augusto. Non senza ripugnanza e rimorso si erano i Pretoriani indotti ad abbandonare la causa del tiranno[250]. Le rapide cadute di Galba, di Ottone, e di Vitellio insegnarono agli eserciti a riguardare gl'Imperatori come creature della lor volontà, ed istrumenti della loro licenza. Vespasiano era di bassa estrazione; l'avo di lui era stato soldato comune, ed il padre avea un piccolo impiego nelle finanze[251]. Il merito lo aveva innalzato in una età avanzata all'Impero; ma questo merito era più solido che brillante, e le sue virtù erano disonorate da grande e sordida avarizia. Questo Principe provvide al suo proprio interesse coll'associazione di un figlio, il cui carattere più splendido ed amabile potesse richiamare l'attenzione del pubblico, dall'origine oscura della famiglia dei Flavi, alle future glorie della medesima. Sotto il dolce governo di Tito, il mondo Romano godè di una felicità passeggiera, e la memoria di un Principe sì adorabile fece tollerare per quindici anni i vizj del suo fratello Domiziano.
Appena Nerva ebbe accettata la porpora dagli assassini di Domiziano, che si avvide di esser per la grande età inabile ad arrestare il torrente dei pubblici disordini, tanto moltiplicati sotto la lunga tirannide del suo predecessore. I buoni rispettarono la sua mite indole, ma per correggere i degenerati romani facea d'uopo un carattere più vigoroso, la cui giustizia potesse spaventare i colpevoli. Ai suoi molti parenti preferì nella scelta uno straniero. Egli adottò Traiano, in età di circa quarant'anni; il quale comandava allora una possente armata nella Germania inferiore; ed immediatamente con un decreto del Senato lo dichiarò suo collega e successore nell'Impero[252]. È una vera disgrazia, che mentre siamo oppressi dalla disgustosa relazione dei delitti e delle pazzie di Nerone, dobbiamo investigare le azioni di Traiano tra i barlumi di un compendio, o nella incerta luce di un panegirico. Esiste però un altro panegirico molto lontano dal sospetto di adulazione. Dugento cinquant'anni incirca dopo la morte di Traiano, il Senato, nel far le solite acclamazioni per l'avvenimento di un nuovo Imperatore, gli augurava di superare Augusto in felicità, e Traiano in virtù[253].
Si può certamente credere che un tal padre della patria fosse in dubbio, se dovesse o no affidare il sommo potere al carattere incerto ed incostante del suo parente Adriano. Nei suoi ultimi momenti l'Imperatrice Plotina o determinò artificiosamente l'irresoluzione di Traiano, o arditamente suppose una finta adozione[254], della cui verità sarebbe stato pericoloso il disputare, ed Adriano fu pacificamente riconosciuto come suo legittimo successore. Sotto il suo regno, come abbiamo già detto, l'Impero fiorì in pace ed in prosperità. Egli incoraggiò le arti, riformò le leggi, assicurò la disciplina militare, e visitò tutte le province in persona. Il suo ingegno vasto ed attivo sapeva egualmente levarsi alle più estese mire, e discendere alle più minute particolarità del governo civile; ma le passioni sue dominanti erano la curiosità e la vanità. Secondo che queste in lui prevalevano, e secondo i diversi oggetti che le eccitavano, Adriano si mostrò, a vicenda, principe eccellente, sofista ridicolo, e geloso tiranno. In generale la di lui condotta meritava lode per la giustizia e la moderazione. Nei primi giorni però del suo regno fece morire quattro Senatori consolari, suoi nemici personali, ed uomini stati giudicati degni dell'Impero; e la noia di una penosa malattia lo rendè, in ultimo, fantastico e crudele. Il Senato dubitò se lo dovesse chiamare Dio o tiranno; e furono conceduti alla memoria di lui gli onori divini, per le preghiere di Antonino Pio[255].