Il genio capriccioso di Adriano influì sulla scelta del suo successore. Dopo aver gettati gli occhi sopra molti soggetti di un merito distinto, da lui stimati ed odiati, adottò Elio Vero, nobile voluttuoso ed allegro, caro per la sua non comune bellezza all'amante di Antinoo[256]. Ma mentre Adriano si applaudiva della sua scelta, e delle acclamazioni dei soldati, dei quali si era assicurato il consenso con un esorbitante donativo, una morte immatura rapì ai suoi amplessi il nuovo Cesare[257]. Questi lasciò solamente un figlio ancor bambino, che Adriano raccomandò alla gratitudine degli Antonini. Pio l'adottò, ed all'avvenimento di Marco, fu rivestito di una porzione del poter sovrano. Aveva il minor Vero, fra molti vizi, una virtù, che consisteva nel dovuto rispetto verso il suo più saggio collega, al quale abbandonò volontariamente le cure più penose dell'Impero. Il filosofo Imperatore chiuse gli occhi sulla stolta condotta di lui, ne pianse l'acerba morte, e gettò un velo decente sopra la sua memoria.

Appena la passione di Adriano, fu o soddisfatta o delusa, egli risolse di meritare la gratitudine della posterità, mettendo il merito più illustre sul trono romano. Il suo occhio penetrante facilmente scoprì un Senatore di circa cinquant'anni, irreprensibile in tutta la condotta della sua vita, ed un giovane di quasi diciassette anni, che in età più matura presentò poscia il bell'aspetto di tutte le virtù, il maggiore di questi fu dichiarato figlio e successore di Adriano, a condizione però ch'egli stesso adotterebbe subito il più giovane. I duo Antonini, (giacchè si parla adesso di loro) governarono il Mondo romano per quarantadue anni con lo stesso spirito invariabile di prudenza e di virtù. Benchè Pio avesse due figli[258], preferì il bene di Roma all'interesse della sua famiglia; diede la sua figlia Faustina in moglie al giovane Marco, gli ottenne dal Senato la potestà tribunizia e proconsolare, e disprezzando nobilmente, o piuttosto ignorando la gelosia, lo associò a tutte le fatiche del Governo. Marco, dall'altra parte, riveriva il carattere del suo benefattore, lo amava come padre, l'obbediva come Sovrano[259], e dopo la morte di lui resse lo Stato secondo l'esempio e le massime del suo predecessore. Questi due regni sono forse il solo periodo della storia, nel quale la felicità di un gran popolo sia stata il solo oggetto di chi lo governava.

Tito Antonino Pio era giustamente stato chiamato un secondo Numa. Lo stesso amore della religione, della giustizia e della pace, formava il carattere distintivo di questi due Principi. Ma la situazione dell'ultimo gli aprì un campo più largo all'esercizio di queste virtù. Numa poteva solamente impedire pochi vicini villaggi dal devastarsi scambievolmente le loro campagne. Antonino diffuse l'ordine e la tranquillità sulla maggior parte della Terra. Il suo regno è distinto dal raro vantaggio di fornire pochissimi materiali per la storia, la quale veramente non è quasi altro che il registro dei delitti, delle pazzie e delle sventure degli uomini. Nella vita privata era amabile e buono. La natural semplicità della sua virtù non conosceva la vanità, o l'affettazione. Godeva con moderazione dell'illustre suo grado, e dei piaceri innocenti della società[260]; e la benevolenza del suo animo si palesava nella dolce serenità del uno volto.

La virtù di Marco Aurelio Antonino era di un carattere più severo e più faticoso[261]. Era il frutto di molte dotte conferenze, di una vasta e paziente lettura, e di molte notturne applicazioni. In età di dodici anni abbracciò il rigido sistema degli stoici che gl'insegnò a sottomettere il corpo allo spirito, le passioni alla ragione, a considerar le virtù come l'unico bene, il vizio come l'unico male, e tutte le cose esterne come cose indifferenti[262]. Le sue Meditazioni, composte nel tumulto di un campo sussistono ancora; egli condescendeva eziandio a dar lezioni di filosofia in un modo più pubblico di quel che forse convenisse alla modestia di un savio, o alla dignità di un Imperatore[263]. Ma la sua vita era il più nobil commento dei precetti di Zenone. Rigido con sè stesso, compativa gli altrui difetti, ed era giusto e benefico con tutto il genere umano. Si dolse che Avidio Cassio, il quale eccitò una ribellione in Siria, gli avesse, con una morte volontaria, tolto il piacere di farsi d'un nemico un amico, e giustificò la sincerità di questo sentimento col moderare lo zelo del Senato contro gli aderenti del traditore[264]. Detestava la guerra come il flagello dell'umanità; ma quando la necessità di una giusta difesa lo sforzò a prender l'armi, si espose coraggiosamente sulle gelate rive del Danubio a otto campagne d'inverno, il cui rigore tornò finalmente fatale alla sua debole complessione. La sua memoria fu venerata dalla grata posterità, e più d'un secolo dopo la sua morte molti conservavano l'immagine di Marco Antonino, tra quelle dei loro Numi domestici[265].

Se si avesse da stabilire nella storia del Mondo il periodo, nel quale la condizione degli uomini sia stata più prospera e felice, si dovrebbe subito nominare quello che corse dalla morte di Domiziano all'avvenimento di Commodo. La vasta estensione del romano Impero venne regolata da un assoluto potere sotto la scorta della virtù e della prudenza. Gli eserciti furono contenuti dalla mano forte ma moderata di quattro successivi Imperatori, il carattere e l'autorità dei quali esigevano involontario rispetto. Il sistema dell'amministrazione civile fu gelosamente conservato da Nerva, da Traiano, da Adriano e dagli Antonini, i quali si dilettavano della immagine della libertà, e si riguardavano con compiacenza come i ministri e i custodi delle leggi. Principi tali sarebbero stati degni di ristabilir la Repubblica, se i Romani dei loro tempi fossero stati capaci di godere di una ragionevole libertà.

Le fatiche di questi Principi furon premiate dalla grandissima ricompensa che inseparabilmente accompagnava i loro successi, dall'onesto orgoglio della virtù, e dal puro e sommo diletto di vedere la felicità universale, della quale essi eran gli autori. Una riflessione, giusta ma trista, amareggiava però il più nobile dei piaceri umani; e doveano spesso ricordarsi quanto fosse instabile una felicità, la quale dipendeva dalla indole di un uomo solo. Forse si avvicinava il fatal momento, nel quale qualche giovane dissoluto o qualche tiranno geloso, distruggerebbe il lor popolo con quell'assoluto potere ch'essi aveano impiegato a farlo felice. Il freno ideale del Senato o delle leggi poteva servire a far risaltar le virtù, ma non a correggere i vizj dell'Imperatore. La forza militare era uno strumento cieco ed irresistibile di oppressione; e la corruzione dei costumi romani sempre avrebbe fornito adulatori facili ad applaudire, o ministri pronti a servire al timore o all'avarizia, ai sensuali piaceri od alla crudeltà dei loro padroni.

L'esperienza dei Romani aveva già giustificato questi funesti timori. Gli annali degl'Imperatori presentavano una forte e varia pittura della natura umana, che noi invano ricercheremmo tra i misti e dubbj caratteri della storia moderna. Nella condotta di que' Monarchi si possono scoprire tutti i gradi del vizio e della virtù; la perfezione più sublime e la più bassa degenerazione della nostra specie. L'aureo secolo di Traiano e degli Antonini era stato preceduto da un secolo di ferro. È quasi superfluo il numerare gl'indegni successori di Augusto. I loro incomparabili vizj, ed il teatro illustre, sul quale hanno rappresentato, gli hanno salvati dall'obblivione. Il cupo inflessibil Tiberio, il furioso Caligola, lo stupido Claudio, il malvagio e crudele Nerone, il brutale Vitellio[266], ed il timido e barbaro Domiziano sono condannati ad una perpetua infamia. Per quarant'anni (se si eccettui solamente il breve e dubbioso respiro[267] del regno di Vespasiano) Roma gemè sotto una continua tirannide, la quale esterminò le antiche famiglie della Repubblica, e riuscì fatale a quasi ogni virtù, e ad ogni talento che comparve in quello sfortunato periodo.

Sotto il regno di questi mostri la schiavitù dei Romani fu accompagnata da due circostanze particolari; la prima derivata dalla loro antica libertà, l'altra dalle loro estese conquiste, onde si rendè la lor condizione più compiutamente misera che quella delle vittime della tirannia in qualunque altro secolo o paese. Queste cagioni produssero la squisita sensibilità degli oppressi, e l'impossibilità di fuggir dalle mani dell'oppressore.

I. Quando la Persia era governata dai discendenti di Sefi, Principi che con brutal crudeltà lordavano spesso il lor Divano, la mensa, ed il letto col sangue dei lor favoriti, si racconta il detto di un giovane gentiluomo, ch'egli non mai si partiva della presenza del Sultano, senza toccarsi la testa, quasi dubitando se gli stesse ancora sul collo. L'esperienza di ogni giorno poteva giustificare lo scetticismo di Rustano[268]. Ciò non ostante la spada fatale, sospesa sopra il suo capo con un sol filo, non pare che turbasse il sonno, o alterasse la tranquillità del Persiano. Sapeva che uno sguardo del Monarca poteva ridurlo in polvere, ma un colpo di fulmine o di apoplessia poteva tornargli egualmente mortale; ed era dovere di un uomo saggio lo scordarsi delle calamità inevitabili della vita in mezzo ai piaceri dell'ore fugaci. Si gloriava di esser chiamato schiavo dei Re; egli comprato forse da oscuri parenti in un paese non mai da lui conosciuto, allevato dalla sua fanciullezza nella severa disciplina del serraglio[269]. Il suo nome, la sua ricchezza, i suoi onori eran dono di un padrone che poteva senza ingiustizia riprendersi ciò che gli avea donato. Il discernimento di Rustano, se pur ne avea, non serviva che a confermare i suoi costumi co' pregiudizj. Nel suo linguaggio non v'eran parole per esprimere altro governo che la monarchia assoluta. La storia orientale gl'insegnava che tale era sempre stata la condizione degli uomini[270]. Il Corano e gl'interpreti di quel libro divino gli ripetevano, che il Sultano era il discendente del Profeta, e il vicerè del Cielo, che la pazienza era la prima virtù di un Mussulmano, ed una illimitata obbedienza il gran dovere di un suddito.

Lo spirito dei Romani era preparato molto diversamente per la schiavitù. Oppressi sotto il peso della lor propria corruzione e della militare violenza, per lungo tempo essi conservarono i sentimenti, o almeno le idee dei liberi loro antenati. L'educazione di Elvidio e di Trasca, di Tacito e di Plinio fu la stessa che quella di Catone e di Cicerone. Dalla filosofia greca essi avevano attinte le nozioni più giuste e più generose intorno alla dignità dell'umana natura, ed all'origine della civil società. La storia della lor patria aveva loro insegnato a venerare una Repubblica libera, virtuosa e trionfante, ad abborrire i fortunati delitti di Cesare e di Augusto, e a disprezzare internamente quei tiranni che adoravano con la più abbietta adulazione. Come magistrati e Senatori, erano ammessi in quel gran Consiglio, che aveva una volta dettate leggi alla Terra, il cui nome dava ancora la sanzione agli atti del Monarca, e la cui autorità era così spesso prostituita ai più vili disegni della tirannide. Tiberio e quegl'Imperatori, che adottarono le sue massime, procurarono di velare i loro assassinj con le formalità della giustizia, e forse gustavano un piacer secreto nel rendere il Senato complice e vittima insieme della lor crudeltà. Da questo corpo, gli ultimi degni d'esser chiamati Romani furon condannati per delitti immaginari o per reali virtù. I loro infami accusatori affettavano il linguaggio di patriotti indipendenti, che accusavano un cittadino pericoloso dinanzi al tribunale della sua patria; e questo pubblico servizio era premiato con ricchezze ed onori[271]. I giudici servili dichiaravano di sostenere la maestà della Repubblica, violata nella persona del suo primo magistrato[272], alla clemenza del quale più applaudivano nel tempo, in cui più temevano la inesorabile sovrastante di lui crudeltà[273]. Il tiranno riguardava la loro viltà con giusto disprezzo, ed ai loro sentimenti secreti di detestazione corrispondeva con un odio sincero e scoperto per tutto il Corpo senatorio.