Pei tre primi anni del suo regno il sistema, ed anche lo spirito del passato governo fu conservato da quei fidi consiglieri, ai quali Marco Aurelio aveva raccomandato il suo figlio, e per la prudenza ed integrità dei quali Commodo conservava ancora un forzato rispetto. Egli con i suoi malvagi compagni si dava alle dissolutezze con tutta la sfrenatezza del sovrano potere; ma le sue mani non erano ancor lorde di sangue, ed aveva anzi mostrata una generosità di sentimenti, che poteva forse cambiarsi in soda virtù[289]: un infausto accidente determinò il suo incerto carattere.
Una sera, mentre l'Imperatore ritornava per un portico stretto ed oscuro dall'anfiteatro al palazzo[290], un assassino, che l'attendeva al passo, se gli avanzò con la spada sguainata, gridando ad alta voce: Questo ti manda il senato. La preventiva minaccia impedì il colpo: l'assassino fu preso dalle guardie, e rivelò immediatamente gli autori della congiura. Questa era una congiura domestica, e non di Stato. Lucilla, sorella di Commodo e vedova di Lucio Vero, mal soffrendo di occupare il secondo grado, e gelosa dell'Imperatrice regnante, aveva armato il Sicario contro la vita di suo fratello. Non si era avventurata a comunicare il reo disegno a Claudio Pompeiano, suo secondo marito, Senatore di un merito distinto e di una fedeltà inviolabile; ma, imitatrice dei costumi di Faustina, trovò nella folla de' suoi amanti alcuni uomini perduti ed ambiziosi, pronti a servire i suoi furori non men che il suo amore. I congiurati provarono il rigor della giustizia, e l'abbandonata principessa fu punita da prima con l'esilio e di poi con la morte[291].
Ma le parole dell'assassino restarono profondamente impresse nella mente di Commodo, il quale sempre impaurito concepì uno sdegno implacabile contro l'intero corpo del Senato. Quelli ch'esso avea temuti come importuni ministri gli sembrarono allora segreti nemici. I delatori, che sotto i regni precedenti erano avviliti e quasi dissipati affatto, divennero nuovamente formidabili, appena scoprirono che l'Imperatore desiderava di trovare nel senato e malcontenti e traditori. Questa assemblea, considerata sotto Marco Aurelio come il gran Consiglio della nazione, era composta dei più cospicui Romani; e lo splendore di ogni sorta ben presto divenne delitto. Le ricche ricompense stimolavan lo zelo dei delatori; una rigida virtù era tenuta per una tacita censura della irregolare condotta del principe; gli importanti servigi per una pericolosa superiorità di merito; e l'amicizia del padre faceva sempre incorrere lo sdegno del figlio. Il sospetto teneva luogo di prova, l'accusa di condanna. Il supplizio di un illustre Senatore portava seco la perdita di tutti coloro, che potevano o piangere o vendicare il fato di lui; e quando Commodo ebbe una volta assaggiato il sangue umano, divenne incapace di pietà o di rimorso.
Tra tante innocenti vittime della tirannide, i più compianti furono i due fratelli Massimo e Condiano, della famiglia Quintilia. Il loro amore fraterno ha tolto i loro nomi all'obblio, e gli ha renduti cari alla posterità. Gli studi, le occupazioni, la carriera e fino i piaceri loro furono i medesimi. Godendo di un ricco patrimonio non mai ebber l'idea di separar gl'interessi: esistono ancora alcuni frammenti di un trattato che essi fecero insieme; e fu osservato in ogni azione della lor vita, che i loro corpi erano animati da una sol'anima. Gli Antonini, i quali stimavano le loro virtù, e si compiacevano della loro unione, gl'innalzarono nello stesso anno al consolato; e dipoi Marco Aurelio affidò alle loro unite cure il Governo civile della Grecia, ed il comando di un grande esercito, col quale riportarono una segnalata vittoria contro i Germani. Il barbaro Commodo con una crudele generosità gli unì nella morte[292].
Dopo di avere sparso il sangue più nobile del Senato, il tiranno rivolse finalmente il suo furore contro il principal ministro delle sue crudeltà. Mentre Commodo nuotava nel sangue e nelle dissolutezze, confidava l'amministrazione dell'Impero a Perenne, ministro vile ed ambizioso, che aveva ottenuto quel posto coll'uccisione del suo predecessore, ma che possedeva grande abilità e fermezza. Per via di estorsioni, e sequestrando i beni dei nobili sacrificati alla sua avarizia, aveva costui ammassate immense ricchezze. I Pretoriani gli obbedivano come all'immediato lor Capo; ed il suo figlio, che già mostrava un genio militare, era comandante supremo delle legioni illiriche. Perenne aspirava all'Impero, o, quel che agli occhi di Commodo valeva lo stesso, era capace di aspirarvi, se non fosse stato prevenuto, sorpreso e messo a morte. La caduta di un Ministro è un avvenimento poco importante nella storia generale dell'Impero; ma questa fu accelerata da una circostanza straordinaria, la quale mostrò quanto la disciplina fosse già rilassata. Le legioni della Britannia, malcontente dell'amministrazione di Perenne, deputarono mille cinquecento uomini scelti, con ordine di andare a Roma, e presentare all'Imperatore lo loro lagnanze. Questi deputati militari, colla risoluta loro condotta, col fomentare le divisioni tra i Pretoriani, coll'esagerare le forze dell'armata britannica, e con risvegliare i timori di Commodo, esigettero ed ottennero la morte del Ministro, come il solo riparo alle loro offese[293]. Questo coraggio di un esercito lontano, e la scoperta che fecero della debolezza del Governo, eran sicuri presagi delle più terribili convulsioni.
Non molto dopo, un nuovo disordine, prodotto da piccolissimi principi, mostrò più chiara la trascuratezza nelle cose di pubblica amministrazione. Cominciò a regnar nelle truppe lo spirito di diserzione, e invece di fuggire o celarsi per porsi in sicuro, i disertori infestarono le strade maestre. Materno, semplice soldato, ma intraprendente e di un coraggio maggiore della sua condizione, raccolse queste bande di ladri in una piccola armata. Aprì le prigioni, invitò gli schiavi a rompere le loro catene, e devastò impunemente le opulente e non difese città della Gallia e della Spagna. I governatori delle province furono per lungo tempo tranquilli spettatori, o forse anche partecipi delle sue rapine. Gli ordini minaccianti dell'Imperatore li riscossero alfine da quella supina indolenza. Materno, trovandosi circondato da tutte le parti, e prevedendo di dover succumbere, prese per ultimo espediente una disperata risoluzione. Ordinò a' suoi compagni, che si disperdessero, e passate le Alpi in piccoli distaccamenti, e travestiti variamente, si trovassero tutti in Roma per le tumultuose feste di Cibele[294]. Il suo ambizioso disegno di assassinar Commodo, e impadronirsi del trono vacante, non era da ladro volgare. Aveva egli preso tanto bene le sue misure, che già le strade di Roma erano tutte piene delle sue truppe nascoste. L'invidia di uno dei complici scoprì questa singolare impresa, e la sconcertò nel momento che[295] era matura per l'esecuzione.
I Principi sospettosi innalzano spesso ai primi posti gli ultimi tra gli uomini, per la vana persuasione che questi non avranno affetto per altri che pei loro benefattori, dal cui favore soltanto dipendono. Cleandro, successor di Perenne, era nato in Frigia, e di una nazione, il cui carattere ostinato, ma servile, non si piegava che a trattamenti i più duri[296]. Mandato a Roma, come schiavo, servì nel palazzo imperiale, si rendè necessario alle passioni del suo signore, e montò rapidamente al grado più eccelso, di cui un suddito potesse godere. Il suo ascendente sopra l'animo di Commodo fu ancora più grande di quello del suo predecessore: di fatto, Cleandro non avea nè abilità nè virtù, che potessero destar nel seno dell'Imperatore l'invidia o la diffidenza.
L'avarizia era la sua passion dominante, ed il primo mobile della sua condotta. Si mettevan pubblicamente all'incanto le dignità di Console, di Patrizio, e di Senatore; e veniva posto nel numero dei malcontenti chi ricusava di sacrificare una gran parte delle proprie sostanze[297] per ottenere quelle cariche vane e disonorate. Nei ricchi impieghi delle province, il Ministro divideva con i governatori le spoglie dei popoli. L'amministrazione della giustizia era venale ed arbitraria: ed un ricco colpevole poteva non solo ottenere la rivocazione della sua giusta condanna, ma far soffrire ancora qual castigo volesse all'accusatore, ai testimonj ed al giudice.
Nello spazio di tre anni, con questi mezzi, Cleandro accumulò tesori maggiori di quelli che mai avesse posseduti alcun altro liberto[298]. Commodo era contentissimo dei magnifici doni che l'accorto cortigiano sapeva a proposito portare a' di lui piedi. Per addolcire l'odio pubblico, Cleandro fece sotto nome dell'Imperatore costruire bagni, portici e piazze destinate agli esercizj del popolo[299]. Si lusingava che i Romani abbagliati e distolti da quest'apparente liberalità, sarebber meno sensibili alle scene sanguinose, che loro esibiva ogni giorno; sperava che si scorderebbero la morte di Birro, Senatore di un merito illustre e genero dell'ultimo Imperatore, e che gli perdonerebbero il supplizio di Ario Antonino, ultimo rappresentante del nome e della virtù degli Antonini. Il primo, più ingenuo che prudente, avea procurato di scoprire, al suo cognato, il vero carattere di Cleandro. All'altro divenne fatale una giusta condanna, che egli, essendo Proconsole in Asia, avea pronunziata contro una indegna creatura del Favorito[300]. Dopo la caduta di Perenne, Commodo, spaventato, sembrò, ma per poco, risoluto di voler ritornare alla virtù. Esso annullò gli atti i più odiosi di quel Ministro, ne aggravò la memoria con la pubblica esecrazione, ed ai consigli perniciosi di quello scellerato attribuì gli errori della inesperta sua giovinezza. Ma il suo pentimento durò trenta giorni soltanto; e la tirannide di Cleandro fece spesso desiderare l'amministrazion di Perenne.
La peste e la fame misero il colmo alle calamità di Roma[301]. Il primo di questi mali poteva solamente imputarsi al giusto sdegno degli Dei; ma il secondo fu considerato come l'effetto immediato di un monipolio di grano, sostenuto dalle ricchezze e dall'autorità del Ministro. Il maltalento popolare, dopo essersi lungamente sfogato in segreto, scoppiò finalmente in una adunanza del Circo. Il popolo, lasciando i suoi favoriti divertimenti pel più grato piacere di vendicarsi corse a torme fino ad un palazzo de' sobborghi, dove stava ritirato l'Imperatore, e richiese con sediziosi clamori la testa del pubblico nemico. Cleandro, che comandava i Pretoriani[302], fece sortire un corpo di cavalleria per dissipare i sediziosi. Questi si ritirarono precipitosamente verso la città, e molti ne furono uccisi, e molti più calpestati a morte; ma quando la cavalleria s'inoltrò nelle contrade, il suo impeto fu arrestato da una grandine di pietre e di dardi scagliati dai tetti e dalle finestre delle case. Le guardie[303] a piedi, gelose da gran tempo dei privilegi e della insolenza della cavalleria pretoriana, presero il partito del popolo. Il tumulto divenne una zuffa regolare, e fece temere di una generale strage. I Pretoriani, al fine, cederono oppressi dal numero, ed i flutti di quella furia popolare ritornarono con raddoppiata violenza contro le porte del palazzo, dove Commodo, immerso nella dissolutezza, solo tra tanti ignorava la guerra civile. L'annunziargli l'infausta nuova era un esporsi alla morte. Egli sarebbe perito in questa supina sua sicurezza, se due donne, Fadilla sua maggior sorella, e Marcia la più cara delle sue concubine, non avessero osato di presentarsegli innanzi. Esse, con i capelli scarmigliati e bagnate di pianto, se gli gettarono a' piedi, e con tutta l'eloquenza, che inspira un timore presente, scoprirono all'Imperatore atterrito i delitti del Ministro, la rabbia del popolo, e l'imminente tempesta che sarebbe scoppiata in breve sopra il palazzo e la sua persona. Commodo si riscosse dal letargo del piacere, e fe' gettare al popolo la testa di Cleandro. Il desiderato spettacolo acchetò subito il tumulto, e il figlio di Marco Aurelio avrebbe ancora potuto ricuperare l'amore e la confidenza dei sudditi[304].