Ma ogni sentimento di virtù e di umanità era spento nell'animo di Commodo. Mentre che lasciava le redini dell'Impero agl'indegni suoi Favoriti, esso non valutava il sommo potere che per la illimitata licenza di appagare i suoi sensuali appetiti. Passava i giorni in un serraglio di trecento bellissime donne, e di altrettanti ragazzi di ogni grado e di ogni provincia; e quando la seduzione riusciva inutile, quell'amante brutale ricorreva alla violenza. Gli Storici antichi[305] si sono estesi in descrivere quelle dissolute scene della prostituzione, che facevan fremere egualmente la natura e la modestia; ma sarebbe difficile il tradurre le loro troppo fedeli descrizioni nella decenza del moderno linguaggio. I trattenimenti più vili riempivano gl'intervalli della libidine. L'influenza di un secolo illuminato, e le cure d'un'attenta educazione, non avean potuto inspirare a quell'anima rozza e brutale il minimo amor del sapere; ed egli fu il primo de' romani Imperatori affatto privo di gusto pei piaceri dell'intelletto. Nerone stesso era musico e poeta eccellente, o affettava di esserlo, e noi non condanneremmo il suo genio, se quegli studj, che non dovean servirgli che di dolce sollievo, non fossero divenuti l'affare più serio per lui, e l'oggetto più vivo della sua ambizione. Ma Commodo, sin da' suoi prim'anni, mostrò avversione a tutte le scienze ed arti liberali, ed eccessivo amore ai divertimenti della plebaglia, ai giuochi del circo e dell'anfiteatro, ai combattimenti dei gladiatori, ed alla caccia delle fiere. I maestri di ogni scienza, che Marco Aurelio procacciò al suo figlio, erano ascoltati con disattenzione e con noja; mentre che i Mori ed i Parti, che lo addestravano a lanciare il dardo, ed a tirar l'arco, trovavano in lui un attento scolare, il quale uguagliò ben presto i suoi più abili maestri nella giustezza della mira e nella destrezza della mano.

I vili cortigiani, la cui fortuna dipendeva dai vizj dei loro Sovrani, applaudivano a questi ignobili esercizj. La perfida voce dell'adulazione gli rammentava che con simili imprese, con l'uccisione del leone Nemeo e del cignal d'Erimanto, l'Ercole dei Greci avea meritato un posto tra gli Dei ed una immortal memoria tra gli uomini. Si scordavano solamente di fargli osservare, che ne' primi tempi delle società, quando i più fieri animali contrastano spesso all'uomo il possesso di un inculto paese, una guerra terminata felicemente contro questi nemici è la più innocente è la più utile impresa dell'eroismo. Quando il romano Impero fu ridotto a civiltà, da gran tempo s'erano già le fiere allontanate dall'aspetto degli uomini, e dai contorni delle popolate città. Il sorprenderle nei loro solitarj covili, e trasportarle a Roma, acciocchè fossero uccise solennemente dalla mano d'un Imperatore, era impresa ugualmente ridicola pel Sovrano[306], che gravosa pel popolo. Ignaro Commodo di tai differenze, abbracciò avidamente la gloriosa rassomiglianza, e prese da se stesso, come leggiamo ancora nelle medaglie, il nome d'Ercole Romano[307]. Si videro accanto al trono la clava e la pelle del leone tra l'altre insegne della sovranità; e si alzarono statue, nelle quali Commodo era rappresentato nel carattere, e cogli attributi di quel Nume, il valore e la destrezza del quale egli si sforzava d'imitare nel giornaliero corso de' suoi feroci trattenimenti[308].

Trasportato da queste lodi, che a poco a poco estinguevano il sentimento innato della vergogna, risolvè di fare dinanzi al popolo quegli esercizj, che fin allora aveva per proprio decoro eseguiti dentro le mura del suo palazzo, e alla presenza di pochi suoi Favoriti. Nel giorno prefisso, l'adulazione, il timore e la curiosità attirarono all'anfiteatro una moltitudine innumerabile di popolo, e fu giustamente fatto qualche applauso alla non ordinaria perizia del Principe. Mirasse egli al cuore o alla testa della fiera, il colpo era ugualmente certo e mortale. Armato di dardi la cui punta era fatta a foggia di mezzaluna, arrestava sovente il rapido corso dello struzzo, tagliandogli il lungo ossuto collo[309]. Scioglievasi una pantera, e nel momento che si lanciava sopra un malfattore tremante, volava lo strale, che l'uccideva senza alcun danno dell'uomo. Le cave dell'anfiteatro mandavan fuori ad un tratto cento leoni, e cento dardi lanciati dalla mano sicura di Commodo gli uccidevano, mentre correvan furiosi intorno l'arena. Nè la massa enorme dell'elefante, nè la squammosa pelle del rinoceronte potevan salvarli dal colpo fatale. L'India e l'Etiopia somministravano i loro più straordinarj prodotti; e diversi animali furono uccisi nell'anfiteatro, non prima veduti che nelle opere dell'arte o forse dell'immaginazione[310]. In tutti questi giuochi si prendevan tutte le più sicure precauzioni per non esporre la persona dell'Ercole romano al disperato salto di qualche fiera, che non avesse riguardo alla dignità dell'Imperatore ed alla santità del Nume[311].

Ma la stessa plebaglia più vile fu presa da vergogna ed indignazione allorquando vide il suo Sovrano entrare in lizza da gladiatore, e gloriarsi di una professione dichiarata così giustamente infame dalle leggi e dai costumi romani[312]. Commodo scelse l'abito e le armi del Secutore, la cui pugna con il Reziario formava una delle scene più animate nei giuochi sanguinosi dell'anfiteatro. Il Secutore avea per armi un elmo, una spada e lo scudo. Il nudo suo avversario aveva soltanto una larga rete e un tridente; con quella cercava d'avviluppare il nemico, e con questo d'ucciderlo. Se gli falliva il primo colpo, era costretto ad evitar fuggendo il Secutore, finchè egli avesse preparata la rete per un secondo tiro[313]. L'Imperatore combattè settecento trentacinque volte da Secutore. Grande era la cura di registrare queste eroiche azioni negli annali dell'Impero; e Commodo, per colmo d'infamia, riscosse dai fondi destinati ai gladiatori uno stipendio sì esorbitante, che divenne una nuova e vergognosissima tassa pei Romani[314]. Facilmente si supporrà, che il padrone del Mondo era sempre vincitore in quelle pugne. Nell'anfiteatro le sue vittorie non sempre erano sanguinose, ma quando esercitava la sua destrezza nella scuola dei gladiatori, o nel palazzo, i suoi infelici avversarj erano spesso onorati di una mortal ferita dalla mano di Commodo, e costretti a sigillare col proprio sangue la loro adulazione[315].

Commodo sprezzò ben presto il nome di Ercole; e quello di Paulo, celebre Secutore, divenne il solo di cui egli si compiacesse. Fu scolpito nelle statue colossali, e ripetuto con frequenti acclamazioni[316] dal Senato, che con interno cordoglio applaudivagli[317]. Claudio Pompeiano, il virtuoso marito di Lucilla, fu il solo tra i Senatori che sostenesse la dignità del suo ordine. Come padre permise a' suoi figli di provvedere alla loro salvezza, andando all'anfiteatro; come Romano, dichiarò che la sua vita era nelle mani di Commodo; ma che non mai egli vedrebbe il figlio di Marco Aurelio prostituire in tal guisa la sua persona e la sua dignità. Non ostante la sua virile risoluzione, Pompeiano scampò dallo sdegno del tiranno, ed ebbe la buona sorte di conservar la sua vita, e con essa il suo onore[318].

Commodo era giunto al sommo grado del vizio e dell'infamia. Tra le acclamazioni di una corte adulatrice, non potea per altro dissimulare a se stesso che avea meritato e il disprezzo e l'odio d'ogni suddito saggio e virtuoso. La certezza dell'abborrimento altrui, l'invidia che portava ad ogni sorta di merito, il giusto timore del pericolo, l'uso alle stragi contratto nei suoi giornalieri piaceri, irritavano il suo feroce carattere. La storia ci ha lasciata una lunga lista di Senatori consolari sacrificati al suo vano sospetto, il quale perseguitava con ispeciale ansietà tutti coloro, che per isventura aveano relazioni, benchè lontane, con la famiglia degli Antonini, non risparmiando neppure i ministri de' suoi delitti, o de' suoi piaceri[319]. Finalmente la sua crudeltà gli divenne funesta. Egli che avea versato impunemente il più nobil sangue di Roma, perì, subito che si rendè formidabile a' suoi proprj domestici. Marzia, la favorita sua concubina, Ecletto suo cameriere, e Leto Prefetto del Pretorio, spaventati dal fato dei loro compagni e predecessori, risolverono di prevenire il colpo, che pendeva ad ogn'ora su i loro capi, o pel furioso capriccio del tiranno, o pel subitaneo sdegno del popolo. Marzia colse l'occasione di presentare al suo amante una tazza di vino, dopo che si era straccato nella caccia delle fiere. Commodo si pose a dormire, ma mentre egli era travagliato dagli effetti del veleno e dell'ubbriachezza, un giovane robusto, e lottatore di professione, entrò nella camera di lui, e senza resistenza lo strangolò. Il corpo fu portato segretamente fuori del palazzo, avanti che in città o alla Corte si avesse il minimo sospetto della morte dell'Imperatore.

Tal fu il destino del figlio di Marco Aurelio, e tanto facile fu il distruggere un tiranno aborrito, il quale abusando indegnamente del suo potere, avea per tredici anni oppressi tanti milioni d'uomini, ognuno dei quali e per valore e per talenti era eguale al Sovrano[320].

I congiurati provvidero olle cose loro con quel sangue freddo e con quella celerità, che richiedeva la grandezza dell'impresa. Risoluti di metter sul trono vacante un Imperatore, il cui carattere giustificasse o sostenesse l'azione da loro fatta, elessero Pertinace, allora Prefetto della città, vecchio Senatore consolare, il cui illustre merito avea fatto obbliare l'oscurità della sua nascita, innalzandolo alle prime dignità dello Stato. Aveva questi successivamente governato la maggior parte delle province dell'Impero; e con la sua fermezza, prudenza, ed integrità si era ugualmente segnalato in tutti i suoi grand'impieghi e militari e civili[321]. Era egli rimasto allora quasi il solo degli amici o dei ministri di Marco Aurelio; e quando lo svegliarono sull'ultima ora della notte, per dirgli che il cameriere ed il prefetto del Pretorio l'aspettavano alla porta, li ricevè con una intrepida rassegnazione, e li pregò di eseguire gli ordini del loro padrone. Invece della morte gli offrirono il trono del Mondo romano. Egli per qualche tempo diffidò delle loro intenzioni e delle loro parole: ma poi convinto che il tiranno più non viveva, accettò la porpora con la sincera e natural ripugnanza di uno, che conosce i doveri ed i pericoli del potere supremo[322].

Leto immantinente condusse il suo nuovo Imperatore al campo dei Pretoriani, spargendo nel tempo medesimo per la città l'opportuna nuova che Commodo era morto subitamente d'apoplessia, e che già il virtuoso Pertinace era salito sul trono. I soldati riceverono con più sorpresa che piacere la nuova della sospetta morte di un Principe, il quale solamente per loro erasi dimostrato indulgente e liberale; ma la necessità delle circostanze, l'autorità del loro Prefetto, la riputazione di Pertinace, ed i clamori del popolo, gli obbligarono a soffocare il loro segreto rammarico, ad accettare il donativo promesso dal nuovo Imperatore, a giurargli fedeltà, ed a condurlo con allegre acclamazioni e con rami di lauro in mano al Senato, perchè il consenso delle truppe fosse ratificato dalla civile autorità.

Quella gran notte era già molto avanzata; al nascer del giorno e del nuovo anno il Senato aspettava di esser chiamato ad assistere ad una vergognosa cerimonia. Malgrado di tutte le rappresentanze, perfino di quei cortigiani, i quali conservavano ancora un'ombra di prudenza e di onore, Commodo avea risoluto di passare la notte nella scuola dei gladiatori, e di là andare a prender possesso del Consolato, vestito da gladiatore, ed accompagnato da quella infame truppa. Ad un tratto, avanti l'alba, ricevono i Senatori l'ordine di adunarsi nel tempio della Concordia, per esservi insieme coi Pretoriani, e ratificar l'elezione di un nuovo Imperatore. Restarono per poco in un sospeso silenzio, dubbiosi della inaspettata loro liberazione, o sospettando di qualche crudele artificio di Commodo; ma finalmente, accertati che il tiranno era morto, si dettero in preda a tutti i trasporti della gioia e dell'indignazione. Pertinace modestamente rappresentò la bassezza della sua nascita, ed accennò varj nobili Senatori più degni del trono; ma obbligato di cedere a' voti dell'assemblea ed alle più sincere proteste di una fedeltà inviolabile, ricevè tutti i titoli annessi alla dignità imperiale. La memoria di Commodo fu segnata di eterna infamia; risonarono in ogni parte del tempio i nomi di tiranno, di gladiatore, di pubblico nemico. I Senatori tumultuariamente decretarono, che ne fossero aboliti gli onori, cancellati i titoli da' pubblici monumenti, rovesciate lo statue, e strascinato il corpo con un uncino nella sala dei gladiatori, per saziare il furor del popolo; ed espressero la loro indignazione contro quei servi officiosi, che avevano giù ardito di sottrarne il cadavere alla giustizia del Senato. Ma Pertinace gli fe' rendere gli ultimi onori che non potè ricusare alla memoria di Marco Aurelio, e al pianto di Claudio Pompeiano primo suo protettore, il quale deplorava la crudel sorte del suo cognato, e più deplorava i delitti pei quali egli l'avea meritata[323]. Questi sforzi d'inutil rabbia contro un Imperatore già morto, che fu l'oggetto, mentre visse, della più vile adulazione del Senato, mostravano uno spirito di vendetta più giusta che generosa. La legittimità di questi decreti era per altro appoggiata ai principj della costituzione imperiale. In ogni tempo il Senato romano ebbe l'incontrastabil diritto di censurare, o deporre, o punir con la morte il primo Magistrato della Repubblica, qualora avesse abusato dell'autorità confidatagli[324]; ma quella debole adunanza era costretta a contentarsi di esercitare sopra un tiranno di già caduto quella pubblica giustizia, dalla quale, durante la sua vita ed il suo regno, lo avea messo al coperto il formidabil potere di un militar dispotismo.