Pertinace trovò una maniera più nobile di condannar la memoria del suo predecessore, contrapponendo ai vizj di lui le sue proprie virtù. Nel giorno stesso del suo avvenimento, cedè tutto il privato suo patrimonio alla moglie ed al figlio, per toglier loro così ogni pretesto di richiedere favori a carico dello Stato. Non volle lusingar la vanità della prima con il titolo di Augusta, nè corrompere l'inesperta giovinezza del secondo colla dignità di Cesare. Distinguendo accuratamente i doveri di padre e quei di Sovrano, educò il suo figliuolo con una severa semplicità, che mentre non gli dava una sicura speranza al trono, poteva un giorno renderlo degno di salirvi. In pubblico il contegno di Pertinace era grave ed affabile. Viveva senza superbia o gelosia co' più virtuosi tra i Senatori, dei quali tutti fin dalla vita privata ei conosceva il vero carattere; considerava que' primi come amici e compagni, coi quali desiderava di godere la tranquillità del tempo presente, come era stato a parte con loro dei passati pericoli. Gl'invitava sovente a famigliari trattenimenti, la cui semplicità era chiamata ridicola da quelli che rammentavano e desideravano il prodigo lusso di Commodo[325].

La cura, qual si poteva la migliore, delle ferite fatte allo Stato dalla man del tiranno, era la piacevole ma insieme malinconica occupazione di Pertinace. Le vittime innocenti, che ancora sopravvivevano, furon richiamate dal loro esilio, liberate dall'orror della carcere, e rimesse al possesso dei loro beni e delle lor dignità. I corpi insepolti dei trucidati Senatori (giacchè Commodo stendea la sua crudeltà fin dopo la morte) furon riposti nelle tombe dei loro antenati, fu giustificata la loro memoria, e nulla si risparmiò per consolarne le afflitte e desolate famiglie. Tra queste consolazioni la più gradita fu il castigo dei delatori, nemici comuni del Sovrano, della virtù e della patria. Per altro nella ricerca ancora di questi legali assassini usò Pertinace una costante moderazione, che tutto alla giustizia donava, e nulla ai pregiudizi ed al risentimento del popolo.

Le finanze richiedevano la più attenta cura dell'Imperatore. Benchè si fosse usato ogni genere d'ingiustizia e di estorsione per radunare i beni dei sudditi nella cassa del Principe, pure le stravaganze di Commodo aveano di sì gran lunga superata la sua rapacità, che alla sua morte non si trovò nell'esausto tesoro più di sedicimila zecchini[326], con i quali conveniva pagare e le ordinarie spese del Governo, e soddisfare alla pressante richiesta di un liberal donativo, che il nuovo Imperatore avea necessariamente promesso ai Pretoriani. Pure in tanta angustia ebbe Pertinace la generosità di abolire tutte le gravose tasse inventate da Commodo, e di cassare tutte le ingiuste pretensioni del Fisco, dichiarando in un decreto del Senato «ch'egli volea piuttosto governare con innocenza una Repubblica povera, che acquistare ricchezze per vie tiranniche ed infami». Egli considerava l'economia e l'industria come le pure e vere sorgenti della ricchezze; e da questo ricavò ben presto un gran soccorso per le pubbliche necessità. La spesa del palazzo fu subito ridotta alla metà. Egli mise al pubblico incanto tutti gli strumenti di lusso[327], i servizj di oro e di argento, i cocchi di una costruzion singolare, tutte le vesti di seta e ricamate, ed un gran numero di bellissimi schiavi dell'uno e dell'altro sesso; eccettuando soltanto, con attenta umanità, quelli che, nati liberi, erano stati involati alle braccia dei piangenti lor genitori. Nel tempo stesso ch'egli obbligava gli indegni favoriti del tiranno a restituire parte delle loro mal acquistate ricchezze, soddisfaceva i legittimi creditori dello Stato, e pagava le da gran tempo arretrate pensioni a coloro, che per giusti meriti le aveano ottenute. Annullò le gravose restrizioni, che erano state fatte sopra il commercio, e concesse tutte le terre incolte dell'Italia e delle province a coloro che vollero migliorarle, esentandole per dieci anni da qualunque imposizione[328].

Una condotta così uniforme avea già assicurata a Pertinace la ricompensa più nobile per un Sovrano, la stima e l'amor del suo popolo. Quelli che si rammentavano le virtù di Marco Aurelio, con gran piacere contemplavano nel nuovo loro Imperatore i tratti di quel luminoso originale; e si lusingavano di godere lungamente la benigna influenza del suo governo. Un frettoloso zelo di riformare lo Stato corrotto, non secondato da quella prudenza, che gli anni e l'esperienza avrebbero dovuto dettare a Pertinace, divenne funesto a lui ed alla patria. La sua inopportuna virtù sollevò contro di esso quella turba servile, che trovava un interesse privato nei pubblici disordini, e preferiva il favor di un tiranno alla inesorabile egualità delle leggi[329].

In mezzo alla comune letizia, il torvo e rabbioso aspetto dei Pretoriani disvelava il loro interno mal animo. Si erano a contraggenio sottomessi a Pertinace; temevano essi il rigore dell'antica disciplina, ch'egli si disponeva a ristabilire, e sospiravano la licenza del regno passato. Furono i loro dispiaceri segretamente fomentati da Leto loro Prefetto, che troppo tardi si accorse, che il nuovo Imperatore era disposto a ricompensare i servigi di un suddito, ma non a lasciarsi regolare da un Favorito. Il terzo giorno del suo regno i soldati presero un Senatore illustre, per condurlo al campo e rivestirlo della porpora imperiale. In cambio di essere abbagliata da quell'onore pericoloso, fuggì da loro la vittima spaventata, e corse a rifuggirsi ai piedi di Pertinace. Poco tempo dopo Sosio Falco, uno dei Consoli di quell'unno, giovane temerario[330], ma di famiglia ricca ed antica, porse orecchio alla voce dell'ambizione; e in una breve assenza di Pertinace tramò una congiura, che fu sconcertata dal suo pronto ritorno a Roma, e dalla sua ferma condotta. Falco fu sul punto di essere giustamente condannato a morte come pubblico nemico, se non lo avessero salvato le premurose e sincere istanze dell'offeso Imperatore, che supplicò il Senato a non far che fosse la purità del suo regno macchiata dal sangue di un Senatore benchè colpevole.

Questi infelici successi non fecero che irritar maggiormente il furore dei Pretoriani. Ai 28 di Marzo, ottantasei giorni solamente dopo la morte di Commodo, scoppiò nel campo una sedizione generale, che gli Uffiziali non poterono o non voller sopprimere. Due o trecento dei più disperati soldati marciarono sul mezzo giorno verso il palazzo imperiale coll'armi in mano e col furore negli occhi. Ne furono aperte le porte dai loro compagni, che vi eran di guardia, e dai domestici della antica Corte, che avean già cospirato segretamente contro la vita del troppo virtuoso Imperatore. Alla nuova della lor venuta, Pertinace, sdegnando di fuggire o di ascondersi, andò incontro agli assassini; e rammentò loro la sua propria innocenza e la santità del recente lor giuramento. Per pochi momenti restaron quanti in un sospeso silenzio, vergognandosi del loro atroce disegno, ed atterriti dal venerabile aspetto e dalla maestosa fermezza del lor Sovrano; ma il disperar del perdono riaccese ben tosto il loro furore. Un barbaro nativo di Tongres[331], dette il primo colpo a Pertinace, che in un momento cadde trafitto da mille ferite. La sua testa divisa dal corpo, e posta sopra una lancia, fu portata in trionfo al campo dei Pretoriani al cospetto di un popolo afflitto e sdegnato, che piangeva l'ingiusto fato di un Principe eccellente, e la passeggiera felicità di un regno la cui memoria non dovea servire che ad aggravare le calamità che stavano per iscoppiare[332].

CAPITOLO V.

I Pretoriani vendono pubblicamente l'impero a Didio Giuliano. Clodio Albino nella Britannia, Pescennio Negro nella Siria, e Settimo Severo nella Pannonia si dichiarano contro gli assassini di Pertinace. Guerre civili e vittorie di Severo sopra i suoi tre rivali. Rilassamento della disciplina. Nuove massime di governo.

Il potere del brando riesce più sensibile in una estesa monarchia che in una piccola società. Han calcolato i più sperimentati politici, che niuno Stato, senza presto snervarsi, può mantenere più della centesima parte dei suoi sudditi in armi ed in ozio. Ma benchè questa relativa proporzione esser possa uniforme, la sua influenza sul resto della società dee variare secondo il grado della positiva sua forza. Sono inutili i vantaggi della scienza e della disciplina militare, se un numero competente di soldati non è unito in un sol corpo, ed animato da un solo spirito. Questa unione sarebbe inefficace in una piccola truppa, ed impraticabile in un numerosissimo esercito: e l'azione della macchina sarebbe ugualmente distrutta o dall'estrema piccolezza o dall'eccessivo peso delle sue molle. Pur confermare questa osservazione serve senza più il riflettere non esservi superiorità veruna di forza naturale, di armi artificiali, o di acquistata destrezza, che possa mettere un uomo nello stato di tenere in soggezione costante un centinaio di suoi simili: il tiranno di una sola città o di un piccolo distretto ben presto si accorgerebbe che cento guerrieri armati sarebbero una debol difesa contro diecimila agricoltori, o cittadini; ma centomila ben disciplinati soldati comanderanno dispoticamente a dieci milioni di sudditi; ed un corpo di dieci o quindicimila guardie metterà il terrore addosso al più numeroso popolo che mai abbia ingombrato le contrade di una immensa Capitale.