Le truppe Pretoriane, il cui licenzioso furore fu il primo indizio e la prima cagione della decadenza dell'Impero romano, non ascendeano che appena a quel numero[333]. Dovevano esse l'istituzione loro ad Augusto. Avvistosi quell'accorto tiranno, che il suo usurpato dominio potea colorirsi dalle leggi, ma conservarsi solo con le armi, aveva a poco a poco formato questo corpo formidabile di guardie, pronte sempre a difendere la sua persona, a contenere il Senato, ed a prevenire o dissipare ogni primo moto di ribellione. Distinse queste truppe favorite con doppia paga e privilegi che le metteano sopra dell'altre; ma siccome avrebbe il loro formidabile aspetto atterriti ad un tempo ed irritati i Romani, ne stanziò tre sole coorti nella Capitale, mentre il resto era disperso nelle circonvicine città dell'Italia[334]. Ma dopo cinquant'anni di pace e di schiavitù, Tiberio avventurò un decisivo passo, che strinse per sempre le catene della sua patria. Sotto gli speciosi pretesti di sollevare l'Italia dal grave peso de' quartieri militari, e d'introdur tra le guardie una disciplina più rigorosa, le radunò a Roma in un campo permanente[335] benissimo fortificato[336], e situato in modo che tutta la città dominava[337].
Questi servi così formidabili sono sempre necessari, ma spesso fatali al trono del dispotismo. In questa maniera, introducendo i Pretoriani, per così dire, dentro la reggia e il Senato, gl'Imperatori, gli avvezzarono a conoscere la propria lor forza e la debolezza del Governo civile; a riguardare i vizj dei loro sovrani con un famigliare disprezzo; ed a perdere quel riverente timore, che la sola distanza ed il mistero possono conservare verso un immaginario potere. In mezzo agli oziosi piaceri di una città opulenta, il loro orgoglio si nutriva col sentimento della irresistibil lor forza, nè era possibile celare ad essi, che la persona del sovrano, l'autorità del Senato, il pubblico tesoro e la sede dell'Impero erano interamente nelle lor mani. Per distrarli da queste pericolose riflessioni, i Principi più saldi, e meglio stabiliti erano astretti a frammischiar le carezze co' comandi, le ricompense co' castighi, a lusingare il loro orgoglio, a condescendere a' loro capricci, a dissimulare le loro irregolarità, ed a comprare la precaria lor fedeltà con un liberal donativo, che quelli dall'avvenimento di Claudio in poi, esigevano come un legittimo diritto, nell'elezione di ciascun nuovo Imperatore[338].
I partigiani delle guardie procurarono di giustificare con gli argomenti una potenza, che queste sostenevan con le armi; e di provare che, secondo i migliori principj della costituzione, il lor consenso era essenzialmente necessario alla creazione di un Imperatore. L'elezione dei Consoli, dei Generali e dei magistrati, benchè recentemente usurpata dal Senato, era un antico incontrastabil diritto del popolo romano[339]. Ma dove allora trovar questo popolo? Non certamente tra la mista moltitudine degli schiavi e degli stranieri, che ingombrava le strade di Roma; vil plebaglia, non men dispregevole per la bassezza dei sentimenti, che per la miseria. I difensori dello Stato, scelti tra il fiore della gioventù italiana[340], ed allevati nell'esercizio dell'armi e della virtù, erano i veri rappresentanti del popolo, ed aveano il miglior diritto ad eleggere il Capo militare della repubblica. Quest'argomento, benchè mancante di ragione, divenne convincentissimo, quando i fieri pretoriani ne accrebbero il peso, gettando, come il barbaro conquistatore di Roma, le loro spade nella bilancia[341].
I pretoriani che aveano violata la santità del trono con l'atroce assassinio di Pertinace, ne disonorarono la maestà con la loro susseguente condotta. Il campo era senza capo, essendosi il Prefetto Leto, autor della tempesta, prudentemente involato alla pubblica indignazione, in quel furioso tumulto. Sulpiciano, suocero dell'Imperatore e governatore della città, ch'era stato mandato al campo al primo rumore di ribellione, procurava di calmare la furia della moltitudine, quando gli fu imposto silenzio dal clamoroso ritorno degli assassini portanti in cima ad una lancia la testa di Pertinace. Benchè la storia ci avvezzi a vedere ogni principio ed ogni passione cedere ai dettami imperiosi della ambizione, ciò non ostante pare appena credibile, che in quei momenti di orrore dovesse Sulpiciano aspirare ad un trono macchiato di fresco dal sangue di un parente sì stretto, e di un Principe così eccellente. Aveva già egli principiato ad usare l'unico efficace argomento, a contrattar cioè la dignità imperiale; ma i più accorti tra i pretoriani temendo di non conseguire in questo privato contratto il giusto prezzo di sì valutabil merce, corsero su i terrapieni, e ad alta voce promulgarono, che il Mondo romano si sarebbe pubblicamente venduto al miglior compratore[342].
Questa infame offerta, eccesso il più insolente della militare licenza, sparse per tutta la città un dolore universale, un senso di vergogna e di sdegno. Arrivonne finalmente il grido agli orecchi di Didio Giuliano, senatore opulento, che insensibile alle pubbliche calamità se ne stava occupato nei piaceri del banchetto[343]. La sua moglie e la figlia, i suoi liberti ed i suoi parassiti facilmente lo persuasero, ch'era degno del trono, ed instantemente lo scongiurarono ad abbracciare sì fortunata occasione. L'ambizioso vecchio andò in fretta al campo dei pretoriani, dove Sulpiciano era tuttora in trattato con essi, e dal basso del terrapieno principiò a fare dell'offerte. L'indegno mercato era condotto per mezzo di fedeli emissarj, che passavano alternativamente da un candidato all'altro, informando ciascuno dell'offerte del suo rivale. Avea già Sulpiciano promesso un donativo di cinquemila dramme, cioè più di 320 zecchini per soldato, quando Giuliano, avido del trono, salì in un tratto alla somma di seimila dugento cinquanta, ossia più di 400 zecchini. Furono subito aperte le porte al compratore che, dichiarato Imperatore, ricevè il giuramento di fedeltà dai soldati, ne' quali fu tanta umanità da stipulare che perdonare ei dovesse a Sulpiciano e dimenticare di averlo avuto a competitore.
Era dovere dei pretoriani di eseguire le condizioni della vendita. Posero il lor nuovo sovrano, che servivano e disprezzavano, nel centro delle lor file, lo circondarono da ogni parte con i loro scudi, e in ordine di battaglia lo condussero per le strade deserte della città. Fu ordinato al Senato di radunarsi, e gli amici più ragguardevoli di Pertinace, non meno che i nemici personali di Giuliano, crederono necessario di mostrarsi più degli altri lieti e contenti di questa rivoluzione felice[344]. Poscia ch'ebbe ingombrato il Senato di armati, Giuliano ragionò lungamente sulla libertà della sua elezione, sulle proprio eminenti virtù, e sulla sua piena confidenza nell'amor del Senato. L'ossequiosa assemblea si congratulò della propria e pubblica felicità, gli giurò fedeltà, e gli conferì tutte le diverse prerogative della potestà imperiale[345]. Dal Senato fu Giuliano con la stessa militar processione condotto a prender possesso del palazzo. I primi oggetti, che colpirono la sua vista, furono il tronco cadavere di Pertinace, ed i frugali preparativi per la sua cena. Riguardò quello con indifferenza, questi con disprezzo. Ordinò che si preparasse un sontuoso banchetto, e consumò gran parte della notte giocando ai dadi, e vedendo i balli di Pilade, celebre saltatore. Fu per altro osservato che, dileguata la folla dei cortigiani, e rimasto solo nell'oscurità, nella solitudine ed in balìa della terribile riflessione, passò tutta la notte senza dormire, forse rammentando a se stesso la sua temeraria follìa, il fato del suo virtuoso predecessore, e l'incerto e pericoloso possesso di un Impero, che non aveva acquistato col merito, ma comprato con il denaro[346].
Ragione di tremare egli aveva. Sopra il trono del Mondo, si trovò senza amici e senza aderenti. Le guardie stesse si vergognavano di servire ad un Principe che avevano accettato per avarizia; nè v'era cittadino, il quale non considerasse con orrore l'innalzamento di lui, come l'ultimo insulto fatto al nome romano. I nobili, il cui grado cospicuo e le ampie ricchezze esigevano le più attente precauzioni, dissimulavano i loro sentimenti, e ricevevano le affettate civiltà dell'Imperatore con un sorriso di compiacenza e con proteste di fedeltà. Ma il popolo, che il numero e l'oscurità rendevan sicuro, lasciava libero il corso a' suoi trasporti. Per le strade e per le pubbliche piazze di Roma non si udivano che clamori ed imprecazioni. La moltitudine arrabbiata insultava la persona di Giuliano, ne rigettava le liberalità, e consapevole dell'impotenza del proprio risentimento, chiamava ad alta voce le legioni delle frontiere a vendicare la violata maestà dell'Impero romano.
La pubblica scontentezza si sparse tosto dal centro alle frontiere dell'Impero. Gli eserciti della Britannia, della Siria e dell'Illirico deplorarono la morte di Pertinace, in compagnia, e sotto il comando del quale avean fatte tante guerre e tante conquiste. Riceverono con sorpresa, con indignazione e forse con invidia, la strana nuova della pubblica vendita, che i Pretoriani fatto avean dell'Impero e fieramente ricusarono di ratificare il vergognoso accordo. La subita loro ed unanime sollevazione riuscì fatale a Giuliano, ed alla pubblica pace nel tempo stesso; giacchè i Generali delle rispettive armate, Clodio Albino, Pescennio Negro, e Settimio Severo, eran più ansiosi di succedere a Pertinace che di vendicarne la morte. Lo loro forze erano precisamente eguali. Ciascun di loro capitanava tre legioni[347] con un seguito numeroso di ausiliarj; e benchè diversi di carattere, eran tutti soldati forniti d'esperienza e di capacità.
Clodio Albino, governatore della Britannia, era superiore ai suoi rivali per la nobiltà della famiglia, contando tra i suoi antenati alcuni dei personaggi più illustri dell'antica repubblica[348]. Ma il ramo, da cui discendeva, era caduto in povertà e trapiantato in una provincia remota. È difficile di formare una giusta idea del suo vero carattere. Viene accusato di aver sotto il filosofico manto dell'austerità nascosti tutti i vizj che disonorano l'umana natura[349]. Ma i suoi accusatori sono quegli scrittori venali, che adoravano la fortuna di Severo, calpestando le ceneri del suo infelice rivale. La virtù o l'apparenza di quella procurò ad Albino la confidenza e la stima di Marco Aurelio, e l'aver egli conservato sul figlio la medesima influenza ch'ebbe sul padre, è una prova almeno, ch'egli era d'un'indole assai pieghevole. Il favore di un tiranno non sempre suppone una mancanza di merito in colui che ne è l'oggetto; può egli a caso ricompensare un uomo di merito e di abilità, o considerarlo utile al suo servizio. Non pare che Albino servisse il figliuolo di Marco Aurelio o come ministro delle sue crudeltà, o come compagno de' suoi piaceri. Era egli lontano, impiegato in un onorevol comando, quando ricevè dall'Imperatore una lettera confidenziale, in cui l'informava delle trame di alcuni Generali malcontenti, e lo autorizzava a dichiararsi difensore e successore del trono, prendendo il nome e le insegne di Cesare[350]. Il governator della Britannia saggiamente scansò quell'onore pericoloso, che lo avrebbe esposto alla gelosia, o involto nella prossima rovina di Commodo. Usò egli, per innalzarsi, degli artificj più nobili o almeno più speciosi. Ad un prematuro avviso della morte dell'Imperatore adunò le sue truppe, e deplorò con un eloquente discorso le inevitabili calamità del dispotismo; descrisse la felicità e la gloria goduta dai loro antenati sotto il governo consolare, e dichiarò la sua ferma risoluzione di rendere al Senato ad al popolo la loro legittima autorità. Le legioni britanniche risposero con alte acclamazioni a questo discorso popolare, che fu ricevuto a Roma con applausi secreti. Tranquillo possessore di quel piccolo Mondo, e comandante di un esercito, meno distinto invero per la sua disciplina che pel numero e pel valore[351], Albino disprezzò le minacce di Commodo, conservò verso Pertinace un ambiguo ed altiero contegno, e subito si dichiarò contro l'usurpazione di Giuliano. Le convulsioni della Capitale davano un nuovo peso a' suoi sentimenti, o piuttosto alle sue proteste di amore di patria. Un decente riguardo gl'impedì di prendere i pomposi titoli di Augusto e d'Imperatore; forse imitando l'esempio di Galba, che in una simile occasione si era dato il nome di luogotenente del Senato e del popolo[352].
Il solo merito personale avea innalzato Pescennio Negro da una nascita oscura e da un oscuro stato al governo della Siria; impiego importante e lucroso, che in tempo di civil confusione gli dava un vicino prospetto dal trono. Sembra per altro che i suoi talenti fosser più adattati al secondo grado che al primo. Rivale troppo debole, sarebbe riuscito un eccellente generale di Severo, il quale ebbe bastante grandezza d'animo per adottare diverse utili istituzioni di un vinto nemico[353]. Nel suo governo, Negro si acquistò la stima dei soldati e l'amore dei provinciali. La sua rigida disciplina accrebbe il valore, e conservò l'obbedienza dei primi; mentre a' voluttuosi Sirj rendevasi grato con la moderata fermezza del suo governo, e più ancora con l'affabilità delle sue maniere, e colla soddisfazione, che apparentemente dimostrava, assistendo alle loro frequenti e pompose feste[354]. Appena fu sparsa in Antiochia la nuova dell'atroce assassinio di Pertinace, i voti di tutta l'Asia invitarono Negro a prendere la porpora imperiale, ed a vendicarne la morte. Le legioni della frontiera orientale si dichiararono per lui; le ricche, ma inermi province dalle frontiere dell'Etiopia[355] fino all'Adriatico, con piacere si sottomisero a lui; ed i Re, che erano di là dal Tigri e dall'Eufrate, congratulandosi della sua elezione, gli offerirono omaggio e soccorso. Negro non avea l'animo abbastanza grande per sostenere questa subita rivoluzione della fortuna; si lusingò che il suo avvenimento non sarebbe disturbato da alcun rivale, nè macchiato di sangue civile; ed occupato nella vana pompa del trionfo, trascurò i mezzi di assicurarsi della vittoria. Invece di entrar in trattato coi potenti eserciti dell'Occidente, che soli potevano o decidere o bilanciare almeno la gran contesa; invece di marciare immediatamente verso Roma e l'Italia, dove ansiosamonte si aspettava la sua presenza[356], Negro perdè nei piaceri di Antiochia quei preziosi momenti, dei quali seppe diligentemente profittare la decisiva attività di Severo[357].