La provincia della Pannonia e Dalmazia, che si stendeva dal Danubio all'Adriatico, fu una delle ultime e più faticose conquiste dei Romani. Dugentomila di quei Barbari, venuti una volta in campo a difendere la libertà nazionale, spaventarono il vecchio Augusto, ed esercitarono la vigilante prudenza di Tiberio, che li combattè alla testa di tutte le forze riunite dell'Imperatore[358]. I Pannonj finalmente cederono alle armi ed alla disciplina dei Romani. Ma però la fresca memoria della perduta libertà, la vicinanza ed anche il mescuglio delle tribù indipendenti, e forse il clima stesso, che (come è stato osservato) produce gli uomini di statura gigantesca, ma di poco intelletto[359], tutto in somma contribuì a conservar qualche avanzo della loro ferocia nativa, e sotto la mansueta sembianza di provinciali romani si scorgevano sempre i fieri lineamenti della nazione. La guerriera lor gioventù forniva sempre di reclute le legioni accampate sulle rive del Danubio, le quali per le continue loro guerre contro i Germani ed i Sarmati, eran giustamente stimate le migliori truppe dell'Impero.
L'esercito della Pannonia era allora comandato da Settimio Severo, nativo dell'Affrica, il quale nell'ascendere di grado in grado per gli onori privati, avea saputo nascondere la sua ardita ambizione, che nè le attrattive del piacere, nè il timor del pericolo, nè le altre umane passioni avean fatta deviare dal costante suo corso[360]. Alla prima nuova dell'assassinamento di Pertinace, egli radunò le sue truppe, dipinse con i colori più vivi il delitto, l'insolenza e la debolezza dei Pretoriani, ed animò le legioni alle armi ed alla vendetta. Finì con un'eloquentissima perorazione, promettendo quasi ottocento zecchini ad ogni soldato, donativo magnifico, e doppio di quello, con cui l'infame Giuliano avea comprato l'Impero[361]. Immediatamente l'esercito, alzando grandi acclamazioni, salutò Severo con i nomi di Augusto, di Pertinace e d'Imperatore; od egli così pervenne a quel grado sublime, al quale si credeva chiamato dal proprio merito, e da una lunga serie di sogni e di presagi, utili parti della sua superstizione o politica[362].
Il nuovo pretendente all'Impero conobbe il vantaggio particolare della sua situazione, e ne profittò. La sua provincia si estendeva fino alle alpi Giulie, che gli davano un facile accesso nell'Italia; ed egli si ricordò il detto di Augusto, che un'armata della Pannonia poteva in dieci giorni venire alla vista di Roma[363]. Usando di una celerità proporzionata alla grandezza della impresa, egli poteva con ragione sperare di vendicar Pertinace, punir Giuliano, e ricever gli omaggi del Senato e del popolo, come lor legittimo Imperatore, prima che i suoi competitori, separati dall'Italia, per un immenso tratto di mare e di terra, avessero alcuno avviso dei suoi successi, e tampoco della sua elezione. In tutta questa spedizione concesse appena pochi momenti al riposo ed al cibo; marciando a piedi, e coll'intera armatura, ed alla testa delle sue colonne, s'insinuava nella confidenza e nell'amore delle truppe, ne accresceva l'attività, animando il loro coraggio e le loro speranze; ed avea piacere per fino di esser a parte delle fatiche di ogni comune soldato, rappresentandogli sempre per altro la grandezza della ricompensa.
Lo sventurato Giuliano, che si aspettava e si credea preparato a disputare l'Impero con il governator della Siria, vide inevitabile la sua rovina all'avvicinarsi delle rapide ed invincibili legioni della Pannonia. L'arrivo precipitoso di ogni corriere accresceva i suoi giusti timori. Gli fu successivamente annunziato che Severo avea passate le Alpi; che le città dell'Italia non volendo, o non potendo opporsi ai suoi progressi, lo avean ricevuto con le più vive proteste di gioia e sommissione; che la piazza importante di Ravenna si era renduta senza resistenza, e che la flotta adriatica era in potere del conquistatore. Il nemico ora allora a dugentocinquanta miglia da Roma, ed ogni momento accorciava il breve tempo accordato alla vita ed all'Impero di Giuliano.
Procurò egli, per altro, di prevenire o di prolungare almeno la sua rovina. Implorò la fede venale dei Pretoriani, empiè la Capitale di vani preparativi di guerra, tirò delle linee intorno ai sobborghi; e si fortificò perfino nel palazzo, come se fosse stato possibile, senz'alcuna speranza di soccorso, di difendere queste ultime trincere contro il vittorioso invasore. La vergogna e il timore ritennero in dovere i Pretoriani, ma tremavano essi al solo nome delle legioni della Pannonia, comandate da un Generale sperimentato ed avvezzo a vincere i Barbari sul gelato Danubio[364]. Lasciavano essi sospirando i bagni ed i teatri per prender quelle armi che non sapean quasi più maneggiare, e sotto il cui peso parevano oppressi. Gl'indocili elefanti, il cui terribile aspetto si sperava che dovesse intimorire le armate del Settentrione, gettavano in terra i condottieri mal pratici. Le evoluzioni degl'inesperti soldati di marina, tratti dalla flotta di Miseno, erano oggetto di riso per la plebaglia, mentre il Senato vedeva con secreto piacere le angustie e la debolezza dell'usurpatore[365].
Ogni moto di Giuliano manifestava la sua timorosa incertezza. Ora insisteva presso il Senato, che dichiarasse Severo nemico della patria; ora desiderava che il Generale della Pannonia fosse associato all'Impero; ora mandava pubblici ambasciatori di grado consolare per trattare con il rivale; ed ora spediva dei secreti assassini per ucciderlo. Ordinò alle Vestali, ed a tutti i collegi dei Sacerdoti che co' loro abiti di cerimonia, e portando innanzi i sacri pegni della religione romana andassero in processione solenne ad incontrare le legioni della Pannonia, e nel tempo stesso vanamente si sforzava d'interrogare o di placare i destini con magiche cerimonie e sacrifizj illegittimi[366].
Severo, che non temeva nè le armi nè gl'incantesimi di Giuliano, si assicurò dal solo pericolo di una secreta congiura, facendosi accompagnare da seicento soldati scelti e fidati, i quali sempre armati gli furono a fianchi la notte ed il giorno, durante tutta la marcia. Nulla arrestò il suo rapido corso; ed avendo passato, senza ostacolo, le foci degli Appennini, trasse nel suo partito lo truppe e gli ambasciatori spediti per ritardare i suoi progressi, e fece una breve fermata a Interamna, quasi settanta miglia lungi da Roma. Era già sicura la sua vittoria; ma la disperazione dei Pretoriani avrebbe potuta renderla sanguinosa; e Severo aveva la lodevolissima ambizione di voler salire sul trono senza sguainare la spada[367]. I suoi emissarj, dispersi nella Capitale, assicurarono le guardie, che se abbandonassero il loro indegno Principe, e gli autori della morte di Pertinace alla giustizia del conquistatore, egli non più riguarderebbe l'intero corpo come reo di quel funesto accidente. Gl'infidi Pretoriani, la resistenza dei quali era solamente sostenuta da una fiera ostinazione, accettarono con piacere sì vantaggiose condizioni, arrestarono la maggior parte degli assassini, e dichiararono al Senato ch'essi più non volevan difendere la causa di Giuliano. Quest'assemblea, convocata dal Console, riconobbe unanimemente Severo per legittimo Imperatore, decretò gli onori divini a Pertinace, e pronunziò la sentenza di degradazione e di morte contro lo sventurato successore del medesimo. Fu Giuliano condotto in un appartamento privato dei bagni del palazzo, e decapitato come un vil delinquente, dopo di essersi comprato con immensi tesori un regno angustioso e precario di soli sessantasei giorni[368].
La celerità quasi incredibile di Severo, che in sì breve tempo condusse una numerosa armata dalle rive del Danubio su quelle del Tevere, prova l'abbondanza delle provvisioni, prodotta dall'agricoltura e dal commercio, la bontà delle strade, la disciplina delle legioni, e l'indolente carattere delle conquistate province[369].
Le prime cure di Severo furon rivolte a due oggetti, uno dettato dalla politica, e l'altro dal decoro; cioè la vendetta, e gli onori dovuti alla memoria di Pertinace. Avanti di cui entrare re in Roma, il nuovo Imperatore comandò, che i pretoriani disarmati, o con gli abiti di cerimonia, con i quali eran soliti di accompagnare il loro sovrano, aspettassero il suo arrivo in una vasta pianura vicino alla città. Fu obbedito da quelle orgogliose truppe, il cui pentimento era l'effetto dei lor giusti timori. Uno scelto distaccamento dell'armata illirica li circondò colle lancie distese. Non potendo nè fuggir, nè resistere, aspettavano il loro fato con una tacita costernazione. Montò Severo sul tribunale, rimproverò aspramente la loro perfidia e la lor codardia, li licenziò con ignominia come traditori, gli spogliò degli splendidi loro ornamenti, e li bandì sotto pena di morte alla distanza di cento miglia da Roma. Durante questa esecuzione era stato mandato un altro distaccamento ad impadronirsi delle armi e del campo loro, per prevenire le subite conseguenze della loro disperazione[370].
Il funerale e la consacrazione di Pertinace fu dipoi celebrata con ogni apparato di lugubre magnificenza[371]. Il Senato rendè con un piacere malinconico gli ultimi doveri a quel principe eccellente ch'egli avea amato, e che piangeva tuttavia. La mestizia del suo successore era probabilmente meno sincera. Costui pregiava, è vero, le virtù di Pertinace, ma queste virtù avrebber sempre ritenuta la sua ambizione in uno stato privato. Severo recitò la funebre orazione di lui con una eloquenza studiata, e non ostante la sua interna contentezza, affettò un vero dolore; e con questi religiosi officj verso la memoria di Pertinace, persuase alla credula moltitudine, ch'egli era il solo degno di succedergli. Conoscendo per altro che le armi e non le cerimonie poteano sostenere le sue pretensioni all'impero, lasciò Roma dopo trenta giorni, e senza gonfiarsi di una vittoria così facile, si preparò a combattere i suoi rivali più formidabili.