Severo, come la maggior parte dogli Affricani, era appassionato per li vani studj della magia e della divinazione, profondamente versato nell'interpretazione dei sogni e degli augurj, e dottissimo nella strologia giudiciaria, scienza che quasi in ogni secolo, fuori che nel nostro, si è sostenuta in dominio sopra lo spirito umano. Egli, essendo governatore della Gallia Lionese, avea perduta la prima sua moglie[406]. Nella scelta della seconda, non pensò che ad unirsi con una, il cui oroscopo promettesse fortuna; ed avendo rinvenuto che una giovane dama di Emesa nella Siria era nata sotto una costellazione che prometteva il trono, ne ricercò e ne ottenne la mano[407]. Giulia Domna (tale era il suo nome) meritava tutto ciò che le stelle le promettevano. Conservò fino in età avanzata le bellezze della persona[408], ed unì a vivace immaginazione, fermezza d'animo, e giudizio esquisito, doti raramente concesse a quel sesso. Le sue amabili qualità non fecero mai grande impressione sul cupo e geloso carattere del suo consorte; ma nel regno del figlio essa amministrò gli affari principali dell'Impero con una prudenza, che sostenne l'autorità di Caracalla, e con una moderazione, che ne corresse talvolta le stravaganti follìe[409]. Giulia si applicò alle lettere ed alla filosofia con qualche buon successo e colla più splendida riputazione. Era essa protettrice di tutte le arti, ed amica d'ogni uomo d'ingegno[410]. La riconoscente adulazione dei letterati ha celebrate le sue virtù; ma se porgiamo orecchio agli scandalosi racconti dell'antica storia, la castità non era la più cospicua virtù dell'Imperatrice Giulia[411].
Due figliuoli, Caracalla[412] e Geta, furono i frutti di quel matrimonio, e i destinati eredi dell'Impero. Le belle speranze del padre e dei Romani vennero presto deluse da questi vani giovani, che già mostravano l'indolente sicurezza dei Principi ereditarj, ed una presunzione, che la fortuna dovesse tener il luogo del merito e dell'applicazione. Senza veruna emulazione di virtù o di talenti, essi fin dall'infanzia mostrarono l'uno verso l'altro un'antipatia costante ed implacabile. Questa avversione, cresciuta con gli anni, e fomentata dagli artifizi degli interessati lor favoriti, produsse in principio fanciullesche gare, che a poco a poco si fecero più serie, e finalmente divisero il teatro, il circo, e la Corte in due fazioni animate dalle speranze e dai timori dei rispettivi lor capi. Il saggio Imperatore procurò con le ammonizioni e con l'autorità di soffocare questa animosità ognor crescente. La fatale discordia de' figli oscurava ogni bella sua mira, e minacciava di rovesciare un trono alzato con tanta fatica, assicurato con tanto sangue, e difeso coll'impiego di tante armi e di tanti tesori. Tenendo egli fra loro con mano imparziale la bilancia del suo favore, conferì ad ambidue il titolo di Augusto, col venerato nome d'Antonino, e per la prima volta il Mondo romano ebbe tre Imperatori[413]. Tuttavia questa condotta eguale non ad altro servì che ad animar la contesa, mentre il fiero Caracalla allegava i diritti della primogenitura, e Geta più moderato si guadagnava l'affetto del popolo e dei soldati. Tra le angustie di un padre deluso, Severo predisse che il più debole dei suoi figli cadrebbe vittima del più forte, il quale sarebbe poi rovinato dai proprj vizj[414].
In questi frangenti ricevè Severo con piacere la notizia di una guerra nella Britannia, e di una invasione in quella provincia fatta dai Barbari del Settentrione. Benchè la vigilanza dei suoi Generali potesse essere bastante a rispignere il lontano nemico, risolse però di porre a profitto quell'onorevole pretesto, per allontanare i suoi figli dal lusso della capitale, che snervava i loro animi, ed irritava le loro passioni, e per assuefare la lor giovanezza alle fatiche della guerra e del comando. Non ostante la sua età avanzata (perchè aveva allora più di sessant'anni) e la gotta che l'obbligava a farsi portare in lettiga, si trasferì personalmente in quell'isola remota, accompagnato dai figli, da tutta la Corte, e da una formidabile armata. Passò immediatamente le muraglie di Adriano e di Antonino, ed entrò nel paese nemico con idea di terminare la conquista per lungo tempo tentata della Britannia. Penetrò fino all'estremità settentrionale dell'isola, senza incontrare nemico alcuno. Ma le nascoste imboscate dei Caledonj, che all'improvviso assalivano o la retroguardia o i fianchi dell'esercito, la freddezza del clima, e le fatiche di una marcia invernale per le montagne, ed i paludosi luoghi della Scozia fecero perire, per quel che si dice, cinquantamila Romani. I Caledonj cederono finalmente a quegli ostinati e possenti attacchi, supplicarono per la pace, e rilasciarono al vincitore una parte dello loro armi, ed un vasto tratto di territorio Ma l'apparente lor sommissione durò finchè fu presente il terrore: e ritiratesi appena le legioni romane, essi ripresero di nuovo la loro ostile indipendenza. L'inquieto loro spirito mosse Severo a mandare nella Caledonia un altro esercito, co' più sanguinosi ordini di estirparne non di soggiogarne i natii; ma li salvò la morte del loro fiero nemico[415].
Questa guerra di Caledonia, perocchè non distinta da decisivi eventi, nè seguitata da conseguenze importanti, meriterebbe appena la nostra attenzione, se non venisse supposto con grande probabilità, che l'invasione di Severo appartiene all'epoca più illustre della storia, ovvero della favola britannica. Fingal, del quale un nostro moderno Autore ha fatto rivivere la fama con quella de' poeti e degli eroi di quel tempo, comandava, per quanto dicono, ai Caledonj in quella memorabile occasione: egli resistè alla potenza di Severo, e riportò sulle rive del Carun una segnalata vittoria, nella quale il figlio del Re del Mondo Caracul fuggì precipitosamente attraverso i campi del suo orgoglio[416]. Queste tradizioni scozzesi sono tuttavia coperte da qualche nebbia, che le più ingegnose ricerche dei critici moderni non hanno potuto ancor dissipare[417]; ma se con certezza si potesse abbracciare la grata supposizione, che sia vissuto Fingal, ed Ossian abbia cantato, il bel contrasto della situazione e dei costumi delle contrarie nazioni riuscirebbe dilettevole ad un filosofico ingegno. Il parallelo non sarebbe molto vantaggioso alla nazione più culta, quando si paragonasse la vendetta implacabile di Severo colla generosa clemenza di Fingal; la timida e brutal crudeltà di Caracalla col valore, collo affetto, e col genio elegante di Ossian; i mercenarj uffiziali, che per timore o interesse servivano sotto le insegne imperiali, con i liberi guerrieri, che alla voce del Re di Morven volavano alle armi; quando in una parola si contemplassero i rozzi Caledonj animati dalle virtù naturali, ed i Romani degenerati e corrotti dai bassi vizj del lusso e della schiavitù.
La declinante salute, e l'ultima malattia di Severo infiammarono la fiera ambizione e le nere passioni dell'anima di Caracalla. Impaziente di ogni indugio e divisione dell'Impero, egli tentò più di una volta di accorciare quei pochi giorni di vita, che restavano al padre, e procurò, ma vanamente, di eccitare una sedizione fra le truppe[418]. Il vecchio Imperatore avea spesso criticata la malaccorta indulgenza di Marco Aurelio, che con un solo atto di giustizia avrebbe salvati i Romani dalla tirannide dell'indegno suo figlio. Posto nelle circostanze medesime, provò quanto facilmente l'affetto di padre addolcisca il rigore di giudice. Egli deliberava, minacciava, ma non sapeva punire; e questo suo ultimo e solo esempio di clemenza fu di più danno all'Impero, che non la lunga serie delle sue crudeltà[419].
Le angustie dell'animo irritarono i mali del corpo: egli desiderava impazientemente la morte, e questa sua impazienza ne affrettò la venuta. Morì a York l'anno sessantacinquesimo della sua età, e diciottesimo di un regno fortunato e glorioso. Nei suoi ultimi momenti raccomandò la concordia ai suoi figli, ed i suoi figli all'esercito. Il salutevole avviso non giunse al cuore, anzi neppure mosse l'attenzione di quei giovani impetuosi; ma le truppe più obbedienti, memori del lor giuramento di fedeltà e dell'autorità dell'estinto Signore, resisterono alle sollecitazioni di Caracalla, e proclamarono ambedue i fratelli Imperatori di Roma. I nuovi Principi baciarono subito i Caledonj in pace, ritornarono alla capitale, celebrarono il funerale del padre con onori divini, e furono riconosciuti con piacere per sovrani legittimi dal Senato, dal Popolo, e dalle province. Pare che fosse accordata al maggiore qualche preeminenza di grado, ma governavano l'Impero ambidue con eguale ed indipendente potere[420].
Una tale divisione di governo avrebbe generato discordie fra i due più affezionati fratelli. Era impossibile ch'essa potesse lungamente sussistere tra due implacabili nemici, che nè bramavano una riconciliazione, nè potevan fidarsene. Chiara cosa ell'era, che uno solamente regnar doveva, e l'altro doveva perire; e ciascuno di loro, da' suoi proprj disegni giudicando di quelli del suo rivale, usava la più esatta cura per difendersi dai ripetuti assalti del veleno o del ferro. Il rapido loro viaggio per la Gallia e l'Italia, durante il quale mai non mangiarono ad una stessa tavola, o dormirono in una casa stessa, presentò alle province l'odioso spettacolo della fraterna discordia. Arrivati in Roma, immediatamente si divisero la vasta estensione del palazzo imperiale[421]. Non fu lasciata comunicazione veruna tra i loro appartamenti; le porte ed i passaggi furono diligentemente fortificati, e poste e mutate sentinelle, come ad una piazza assediata. Gl'Imperatori non s'incontravano che in pubblico, in presenza dell'afflitta lor madre, e circondato ciascuno da un numeroso stuolo di armati. In quelle stesse occasioni di pubbliche cerimonie, la dissimulazione delle Corti potea mal celare il rancore dei loro cuori[422].
Questa guerra intestina già cominciava a lacerare lo Stato, quando fu suggerito un piano, che pareva ugualmente vantaggioso ai due fratelli nemici. Fu proposto che non essendo possibile di riconciliare i loro animi, separassero i loro interessi, o dividessero fra loro l'Impero. Le condizioni del trattato erano già distese con qualche esattezza. In esse si conveniva, che Caracalla, come fratello maggiore, rimarrebbe padrone dell'Europa e dell'Africa occidentale, rilasciando la sovranità dell'Asia e dell'Egitto a Geta, il quale potea risedere in Alessandria, o in Antiochia, città per opulenza e grandezza poco inferiori alla stessa Roma; che si terrebbero del continuo accampati numerosi eserciti sulle due rive del Bosforo Tracio, per difendere le frontiere delle Monarchie rivali; e che i Senatori d'origine europea riconoscerebbero il Sovrano di Roma, mentre i nativi dell'Asia seguiterebbero l'Imperatore dell'Oriente. Le lagrime dell'Imperatrice Giulia ruppero un trattato, la cui prima idea avea ripieno ogni petto romano di sorpresa e di sdegno. La vasta massa dell'Impero era talmente assodata dalla mano del tempo e della politica, ch'era necessaria la più gran violenza per separarla in due parti. I Romani avevan ragion di temere che le disgiunte membra sarebbono ben presto ridotte da una guerra civile sotto il dominio di un solo Signore; ma se la separazione era durevole, la divisione delle province dovea terminare nella dissoluzione di un Impero, la cui unità erasi mantenuta fino a quel tempo inviolata[423].
Se quel trattato fosse stato eseguito, il Sovrano della Europa avrebbe presto conquistato l'Asia; ma Caracalla riportò una vittoria più facile e più scellerata. Artificiosamente egli porse orecchie ai preghi della madre, e consentì di trovarsi nell'appartamento di lei col suo fratello, per trattare delle condizioni della pace e della riconciliazione. Nel mezzo del loro abboccamento, alcuni Centurioni, che Caracalla aveva nascosti, si avventarono colle spade sguainate addosso al misero Geta. La sventurata madre procurò di salvarlo nelle sue braccia; ma nell'inutile sforzo fu ferita ella stessa in una mano; e coperta del sangue di Geta, vide il barbaro fratello animare e secondare[424] il furore degli assassini. Appena fu commesso il misfatto, Caracalla, coll'orrore sul volto, corse frettoloso al campo dei Pretoriani, come suo unico asilo, e si prosternò dinnanzi alle statue dei Numi tutelari[425]. I soldati presero ad alzarlo e confortarlo. Egli con rotte e confuse parole, gl'informò del suo fortunato scampo dall'imminente pericolo; fece loro credere di aver prevenuto i disegni del suo nemico, e dichiarò la sua risoluzione di vivere e di morire con le sue truppe fedeli. Geta era stato il favorito dei soldati; ma vano era il lamento, pericolosa la vendetta, ed essi rispettavano ancora il figliuol di Severo. Il loro malcontento si dissipò in oziose mormorazioni, e Caracalla presto li persuase della giustizia della sua causa, distribuendo loro con prodigo donativo i tesori accumulati sotto il regno del padre[426]. Le disposizioni dei soldati erano le sole importanti per la potenza o salvezza di lui; e la loro dichiarazione in suo favore comandò le rispettose proteste del Senato. Quella docile assemblea era pronta sempre a ratificare la decisione della fortuna; ma siccome Caracalla desiderava di addolcire i primi moti della pubblica indignazione, il nome di Geta fu rammentato con rispetto, ed egli ricevè gli onori funebri dovuti ad un Imperatore romano[427]. La posterità, deplorandone la sventura, ha gettato un velo sopra i suoi vizj. Noi consideriamo questo giovane Principe, come vittima innocente dell'ambizione di suo fratello; non rammentandoci che gli mancò piuttosto il potere, che il desiderio, per commettere attentati eguali di vendetta e di strage.
Il delitto per altro non rimase impunito: nè le occupazioni, nè i piaceri, nè l'adulazione poterono sottrarre Caracalla ai rimorsi di una coscienza colpevole; ed egli confessò, tra le angoscie di un animo martoriato, che la conturbata sua fantasia gli presentava spesso le immagini sdegnose del padre e del fratello, tornati in vita a minacciarlo e rimproverarlo[428]. La cognizione del suo delitto avrebbe dovuto indurlo a persuadere gli uomini, colle virtù del suo regno, che quel sanguinoso misfatto era stato involontario effetto di una funesta necessità. Ma il pentimento di Caracalla lo portò solamente a togliere dal mondo tutto ciò che potea rammentargli la sua colpa, o risvegliare in lui la memoria dell'assassinato fratello. Ritornando dal Senato al palazzo, trovò la madre, che in compagnia di varie nobili matrone piangeva l'acerbo fato del suo figliuolo minore. Il geloso Imperatore la minacciò di pronta morte; e fu la sentenza eseguita contro Fadilla, ultima figlia superstite dell'Imperator Marco Aurelio; ed anche l'afflitta Giulia fu obbligata a por fine ai lamenti, a soffocare i sospiri, ed a ricevere l'assassino con sorriso di approvazione e di gioia. Si pretende che sotto il vago pretesto dell'amicizia di Geta, più di ventimila persone di ambidue i sessi incontrassero la morte. Le guardie di Geta, i liberti, i ministri de' gravi affari, ed i compagni degli ozj e de' piaceri, quelli che per lui aveano ottenuto cariche nelle armate o nelle province, e tutti i numerosi loro clienti furono inclusi in quella proscrizione, colla quale si cercò di esterminare chiunque avesse avuta la minima corrispondenza con Geta, o ne deplorasse la morte, o ricordasse ancora il suo nome[429]. Elvio Pertinace, figlio del Principe di questo nome, perdè la vita per un motto imprudente[430]. Fu bastante delitto per Trasea Prisco il discendere da una famiglia, in cui l'amore della libertà parea una qualità ereditaria[431]. I particolari motivi di calunnia e di sospetto furono finalmente esauriti; e quando un Senatore veniva accusato di essere secreto nemico del Governo, l'Imperatore si contentava della generica prova, che fosse quegli ricco o virtuoso: piantato una volta questo principio, egli ne dedusse le più sanguinose illazioni.