Il supplizio di tante vittime innocenti era accompagnato dalle lagrime segrete dei loro amici e delle loro famiglie. La morte di Papiniano, Prefetto del Pretorio, fu pianta come una pubblica calamità. Negli ultimi sette anni di Severo egli avea esercitato i più importanti ufficj dell'Impero, o guidato, con i suoi savi consigli, i passi dell'Imperatore nel sentiero della giustizia e della moderazione. Severo, ben conoscendone la virtù ed i talenti, sul punto di morire lo supplicò di vegliare alla prosperità ed all'unione della famiglia imperiale[432]. Le onorate fatiche di Papiniano servirono solamente ad infiammare l'odio, che già Caracalla avea concepito contro il Ministro del padre. Dopo l'assassinio di Geta, il Prefetto ebbe ordine di usare tutta la forza del suo sapere e della sua eloquenza, per fare una studiata apologia di quell'atroce misfatto. Il filosofo Seneca aveva condisceso a comporre una somigliante lettera al Senato, in nome del figlio, e dell'assassino di Agrippina[433]. «È più facile commettere un parricidio, che giustificarlo»; questa fu la nobile risposta di Papiniano[434], il quale non esitò un momento tra la perdita della vita, o quella dell'onore. Una virtù così intrepida, che si era mantenuta pura ed illibata tra gl'intrighi della Corte, tra più serj negozj, e tra gli artifizj della sua professione, sparge più lustro sulla memoria di Papiniano, che non tutti i suoi grandi impieghi, le numerose sue opere, e la riputazione di eccellente giureconsulto, che egli ha goduta in tutti i secoli della giurisprudenza romana[435].

Era fin allora stata particolare felicità dei Romani, e consolazione loro ne' più infelici tempi che le virtù degl'Imperatori fossero piene di attività, e pieni d'indolenza i lor vizj. Augusto, Traiano, Adriano, e Marco Aurelio visitarono in persona i loro vasti dominj, ed il loro passaggio era segnato con atti di sapienza e beneficenza. La tirannide di Tiberio, di Nerone, e di Domiziano, che quasi costantemente risederono in Roma, o nelle ville adiacenti, fu ristretta negli ordini senatorio ed equestre[436]. Ma Caracalla si mostrò il nemico comune del genere umano. Lasciò la Capitale (nè mai più vi fece ritorno) circa un anno dopo la morte di Geta. Passò il resto del suo regno nello diverse province dell'Impero, particolarmente nelle orientali, ed ogni provincia divenne a vicenda il teatro della sua rapina e della sua crudeltà. I Senatori, forzati dal timore a secondare tutti i suoi capricci, erano obbligati di preparargli ogni giorno con immense spese nuovi divertimenti, che con disprezzo abbandonava alle sue guardie, e ad erigere in ogni città palazzi e teatri magnifici, ch'egli o sdegnava di visitare, o comandava che tolto fossero demoliti. Le più ricche famiglie furono rovinate con tasse e confiscazioni private, mentre il corpo intero dei sudditi il era oppresso da ricercate e gravose imposizioni[437]. In mezzo alla pace, e per una leggierissima offesa egli comandò uno scempio generale in Alessandria di Egitto. Da un posto sicuro nel tempio di Serapide, contemplava e regolava la strage di molte migliaia di cittadini e di stranieri, senza avere riguardo alcuno al numero, o alla colpa di quegl'infelici; giacchè (com'egli freddamente ne scrisse al Senato) tutti gli Alessandrini, e quelli ch'erano periti, e quelli che si erano salvati, meritavano ugualmente la morte[438].

Le savie istruzioni di Severo non fecero mai una impressione durevole sullo spirito del suo figlio, che sebbene non mancasse d'immaginazione e d'eloquenza, non avea nè giudizio, nè umanità[439]. Caracalla ripeteva spesso una massima pericolosa degna di un tiranno, e da lui posta in pratica sempre: «assicurarsi l'affezione dei soldati, e poco valutare il resto dei sudditi[440]». Ma la liberalità del padre era stata regolata dalla prudenza, e la indulgenza di lui verso le truppe fu temperata dalla fermezza e dall'autorità. Il figlio non conobbe altra politica che una cieca profusione, la quale produsse l'inevitabil rovina dell'esercito e dell'Impero. Il valor dei soldati, in vece di essere fortificato dalla severa disciplina del campo, si ammollì nel lusso delle città. L'accrescimento eccessivo della loro paga e i donativi[441] impoverirono lo Stato per arricchire, l'ordine militare, che si mantiene assai più modesto in pace, ed utile in guerra con una povertà onorevole. Il contegno di Caracalla era altiero e pieno d'orgoglio, ma colle truppe egli dimenticava perfino la dignità del proprio grado, incoraggiava l'insolente loro famigliarità, e trascurando gli essenziali doveri di un Generale, affettava d'imitare il vestire, ed i costumi di un soldato comune.

Era impossibile, che il carattere e la condotta di Caracalla potessero inspirare amore o stima; ma finchè i suoi vizj furono utili alle armate, visse sicuro da ogni pericolo di ribellione. Una secreta congiura, suscitata dalla propria sua gelosia, riuscì fatale al tiranno. La Prefettura del Pretorio era divisa tra due ministri. Il dipartimento militare era affidato ad Avvento, soldato di maggiore esperienza che abilità, e presedeva al dipartimento civile Opilio Macrino, che per la sua destrezza negli affari erasi innalzato a quella sublime carica. Ma il favore ch'egli godeva, variava secondo il capriccio dell'Imperatore, e la vita di lui poteva dipendere dal più leggiero sospetto, e dalla più casuale circostanza. La malizia o il fanatismo avea dettata ad un Affricano, versato a quanto credeasi, nella scienza del futuro, una predizione molto pericolosa; cioè, che Macrino e il suo figlio erano destinati all'Impero. Se ne sparse subilo il rumore per la provincia; e quando il profeta fu mandato carico di catene a Roma, egli ancora in presenza del Prefetto della città sostenne la verità della sua predizione. Quel magistrato, che avea ricevute le più premurose istruzioni di fare ricerca dei successori di Caracalla, spedì immediatamente l'esame dell'Affricano alla corte imperiale, che risedeva allora nella Siria. Ma non ostante la celerità dei pubblici corrieri, un amico di Macrino trovò mezzo di avvertirlo del suo vicino pericolo. L'Imperatore ricevè le lettere da Roma, e siccome egli era allora impegnato in guidare un cocchio alla corsa, le consegnò senza aprirle al Prefetto del Pretorio, ordinandogli di spedire gli affari ordinarj, e di dargli ragguaglio dei più importanti. Lesse Macrino l'imminente suo fato, e risolse di prevenirlo. Infiammò alcuni uffiziali inferiori, già malcontenti, ed impiegò la mano di Marziale, disperato soldato, che non avea potuto ottenere il grado di Centurione. La devozione di Caracalla avealo mosso a fare un pellegrinaggio da Edessa al celebre tempio della Luna a Carre. Era accompagnato da un corpo di cavalleria; ma essendosi fermato sulla strada per qualche necessario bisogno, le guardie si tennero per rispetto in distanza, e Marziale accostandosi a lui sotto pretesto di ossequio, lo trafisse con un pugnale. Fu il temerario assassino immediatamente ucciso da un arciere scita della guardia imperiale. Questo fine ebbe quel mostro, la cui vita disonorò l'umana natura, e il cui regno accusò la pazienza dei Romani[442]. I soldati riconoscenti, obbliando i suoi vizj, ne rammentavano solamente la parziale generosità, ed obbligarono i Senatori a prostituire la loro dignità, e quella della religione, con accordargli un posto fra i Numi.

Finchè egli fu sulla terra, Alessandro il Grande fu il solo Eroe, che questo Nume giudicasse degno della sua ammirazione. Ne prese il nome e l'insegne, formò per la sua guardia una falange macedone, perseguitò i discepoli di Aristotile, e con entusiasmo puerile fece mostra del solo sentimento, che indicasse in lui qualche stima per la virtù e per la gloria. Non è difficile comprendere che dopo la battaglia di Narva e la conquista della Polonia, Carlo XII, benchè non avesse le più amabili qualità del figliuolo di Filippo, potesse vantarsi d'averne emulato il valore e la magnanimità. Ma Caracalla in tutte le azioni della sua vita non mostrò la minima somiglianza coll'eroe macedone, se non che nell'uccisione di un gran numero dei suoi amici, e di quei di suo padre[443].

Dopo l'estinzione della famiglia di Severo, il Mondo romano rimase per tre giorni senza padrone. La scelta dell'esercito (giacchè poco riguardo si aveva alla autorità di un Senato lontano e debole) restò sospesa, non presentandosi alcun pretendente, che per merito o per nascita potesse cattivarsi l'affetto dei soldati ed unire i loro suffragi. La decisiva preponderanza delle guardie Pretoriane gonfiò le speranze dei loro Prefetti, e quei possenti ministri cominciarono a sostenere il legittimo loro diritto di occupare il trono vacante. Avvento, benchè il Prefetto più anziano, conoscendo la sua età ed i suoi incomodi, la sua picciola reputazione ed i suoi mediocri talenti, rinunziò quell'onore pericoloso alla scaltra ambizione del suo collega Macrino, che affettando un vero dolore, evitò il sospetto di avere avuto parte nella morte del suo Sovrano[444]. Le truppe non amavano, nè stimavano il suo carattere. Girarono gli occhi all'intorno in cerca d'un altro competitore, e finalmente cederono con ripugnanza alle sue promesse di una illimitata liberalità ed indulgenza. Poco tempo dopo il suo avvenimento conferì al figlio Diadumeniano, in età di soli 10 anni, il titolo imperiale, e il nome di Antonino sì caro al popolo. Si sperò che la bellezza del giovane, assistita da un donativo straordinario, al quale quella cerimonia servì di pretesto, potesse guadagnare il favor dell'esercito, ed assicurare il trono vacillante di Macrino.

L'autorità del nuovo Sovrano era stata ratificata dalla lieta sommissione del Senato e delle province. Esultavano per l'inaspettata loro liberazione da un odiato tiranno; e non sembrava necessario di esaminare le virtù di un successore di Caracalla. Ma appena furono cessati i primi trasporti di sorpresa e di gioia, si cominciò ad esaminare i meriti di Macrino con una severa critica, ed a biasimare la precipitata scelta dell'armata. Si era fino allora considerato, come principio fondamentale della costituzione, che l'Imperatore dovesse sempre essere scelto tra i Senatori, e che il sovrano potere, non più esercitato da quell'intero corpo, fosse sempre delegato a qualcheduno dei suoi membri. Ma Macrino non era Senatore[445]. La subita elevazione dei Prefetti del Pretorio faceva rammentare la bassezza della loro origine; e l'Ordine Equestre era sempre stato in possesso di quel grande uffizio, che esercitava un arbitrario potere sopra le vite e sopra i beni de Senatori. Si cominciò a mormorare, che un uomo, la cui oscura estrazione[446] non era mai stata illustrata da qualche segnalato servizio, osasse portare la porpora, invece di rivestirne qualche cospicuo Senatore, per nascita e per dignità, meritevole dello splendore del trono. Appena i malcontenti ebbero esaminato con occhio acuto il carattere di Macrino, vi scoprirono facilmente alcuni vizj e molti difetti. La scelta de' suoi Ministri gli meritò spesso giusti rimproveri; ed il popolo, mal soddisfatto, con la solita libertà accusava insieme l'indolente dolcezza e l'eccessiva severità del Sovrano[447].

La temeraria ambizione di Macrino l'aveva fatto montare a tale altezza, ch'era difficile il mantenervisi, ed impossibile il caderne senza incontrare la morte. Educato nelle forme della Corte e tra gli affari civili, tremava in presenza della fiera e indisciplinata moltitudine, della quale aveva preso il comando; erano disprezzati i suoi militari talenti, e n'era sospetto il coraggio. Un rumore sparsosi pel campo, scoprì il fatale segreto della congiura contro l'estinto Imperatore; la viltà dell'ipocrisia aggravò l'atrocità del delitto, e s'unì l'odio a far maggiore il disprezzo. Per alienare affatto i soldati, e procacciarsi una rovina inevitabile, altro non mancava a Macrino, che pretendere di riformare la disciplina; e per la sua particolare sventura, si vide costretto a cominciare questa odiosa riforma. La prodigalità di Caracalla avea quasi rovinato lo Stato e lasciato tutto in disordine; e se quell'indegno tiranno fosse stato capace di riflettere sulle inevitabili conseguenze della sua condotta, si sarebbe forse rallegrato al tristo prospetto delle miserie e calamità, che preparava ai suoi successori.

Usò Macrino in questa necessaria riforma una circospetta prudenza, che avrebbe con modo facile e impercettibile saldate le piaghe dello Stato, e restituito gli eserciti romani nel loro primo vigore. Fu egli costretto di lasciare ai soldati già arrolati i pericolosi privilegi e l'esorbitante paga accordata loro da Caracalla; ma obbligò le nuove reclute ad accettare il più moderato, comechè liberale sistema di Severo, ed a poco a poco le avvezzò alla modestia ed all'obbedienza[448]. Un errore funesto distrusse i salutevoli effetti di un disegno così giudizioso. In cambio di disperdere immediatamente nelle diverse province la numerosa armata, che l'ultimo Imperatore avea radunata in Oriente, Macrino la lasciò raccolta nella Siria per l'intero inverno, che seguì il suo avvenimento. In mezzo all'ozioso lusso dei loro quartieri conobbero le truppe la loro forza ed il lor numero; si comunicarono i loro lamenti, e rivolsero in mente i vantaggi di una nuova rivoluzione. I veterani, invece di essere lusingati dalla vantaggiosa distinzione, riguardarono quel primo passo come sicuro presagio dell'intera riforma, che l'Imperatore meditava. Le reclute entravano con ritrosia e ripugnanza in un servizio, le cui fatiche erano state accresciute, e le ricompense diminuite da un Sovrano avaro e non guerriero. Le mormorazioni dell'armata finirono impunemente in sedizioni clamori, ed i particolari ammutinamenti indicavano uno spirito di avversione e disgusto, che aspettava il più leggiero pretesto per iscoppiar da per tutto in una generale ribellione. Presto se ne presentò l'occasione ad animi così disposti.

L'imperatrice Giulia avea provate tutte le vicende della fortuna. Da un'umile condizione era stata innalzata ad un alto posto, per gustarne soltanto la superiore amarezza. Fu condannata a gemere sopra la morte di uno dei figli, e sopra la vita dell'altro. Il crudo fato di Caracalla (benchè da gran tempo la prudenza lo avesse fatto a lei prevedere) risvegliò nel suo animo tutti i sentimenti di una madre e di una Imperatrice. Non ostante i rispettosi riguardi, che l'usurpatore avea per la vedova di Severo, fu cosa ben dura per una Sovrana il discendere alla condizione di suddita; e con volontaria morte mise prontamente fine alla angustiosa ed umiliante sua dipendenza[449]. Giulia Mesa, di lei sorella ebbe ordine di lasciare la Corte ed Antiochia. Si ritirò in Emesa con immense ricchezze, frutto di un favor di vent'anni, accompagnata da due figliuole, Soemia e Mammea, ciascuna delle quali era vedova, ed aveva un sol figlio. Bassiano, che tale era il nome del figlio di Soemia, si era consacrato all'onorevole ministero di gran sacerdote del Sole; e questo stato, abbracciato per prudenza, o per superstizione, contribuì ad innalzare il giovane siro all'Impero di Roma. Un numeroso corpo di truppe era stanziato in Emesa; e siccome la severa disciplina di Macrino le costringeva a passare l'inverno nel campo, erano ansiose di vendicarsi della crudeltà di quelle insolite fatiche. I soldati, che concorrevano in folla al tempio del Sole, riguardavano con venerazione e piacere l'abito e la figura elegante del giovane Pontefice: vi riconobbero, o crederono di riconoscervi le fattezze di Caracalla, di cui adoravano ancor la memoria. L'artificiosa Mesa si avvide con piacere di questa nascente parzialità, e prontamente sacrificando la riputazione della sua figlia alla fortuna del suo nipote, fe correr la voce, che Bassiano era figlio naturale del loro ucciso Sovrano. Le somme distribuite con mano liberale dagli emissarj di lei, dileguarono ogni obbiezione, e questa larghezza provò sufficientemente la parentela, o almeno la somiglianza di Bassiano con Caracalla. Il giovane Antonino (giacchè egli prese e disonorò questo venerabile nome) fu dichiarato Imperatore dalle truppe di Emesa, attestò il suo ereditario diritto, ed invitò ad alta voce gli eserciti a seguitare le insegne di un Principe giovane e liberale, che avea preso le armi per vendicare la morte del padre, e l'oppressione dell'ordine militare[450].