Mentre da una compagnia di donne e di eunuchi si concertava la congiura con prudenza, e si conduceva con vigorosa rapidità, Macrino che con un moto decisivo avrebbe potuto schiacciare il suo nemico fanciullo, ondeggiava fra i due opposti estremi del terrore e della sicurezza, che lo ritenevano ad Antiochia nell'indolenza. Lo spirito di ribellione si diffuse per tutti i campi e tutte le guarnigioni della Siria: diversi distaccamenti successivamente uccisero i loro uffiziali[451], e si unirono ai ribelli; e la tarda restituzione, che fece Macrino della paga e dei privilegi militari, fu attribuita alla nota sua debolezza. Egli finalmente partì d'Antiochia per incontrarsi col giovane rivale, la cui armata, piena di zelo, diventava ogni giorno più formidabile. Le truppe di Macrino si presentarono alla battaglia senza ardore e con qualche ripugnanza, ma nel calore del combattimento[452] le guardie Pretoriane, quasi per un impulso involontario, sostennero la superiorità del loro valore e della lor disciplina. Le file dei ribelli erano già rotte, quando la madre e l'ava del Principe siro (che secondo il costume orientale seguitavan l'esercito) si gettarono dai loro coperti carri, ed eccitando la compassione dei soldati, procurarono di rianimarne il cadente coraggio. Antonino stesso, che nel resto della sua vita non fece mai azioni da uomo, in quella importante crisi del suo destino operò da eroe. Montò a cavallo, ed alla testa delle riordinate sue truppe si scagliò colla spada in pugno dove erano più folti i nemici; mentre l'eunuco Ganni, le cui occupazioni fino allora s'erano confinate alla cura del serraglio, ed all'effeminato lusso dell'Asia, spiegava i talenti di un Generale abile e sperimentato. Era incerta ancor la vittoria, e forse Macrino l'avrebbe riportata, se non avesse tradita la propria causa con una fuga vile e precipitosa. La sua codardia servì solamente a prolungargli la vita per pochi giorni, e ad imprimere sopra le sue disgrazie la meritata ignominia. È inutile aggiungere, che il suo figlio Diadumeniano fu involto nella stessa rovina. Appena gli ostinati Pretoriani si avvidero, che combattevano per un Principe, il quale vilmente gli avea abbandonati, si renderono al vincitore: i due emuli eserciti romani, mescolando lagrime di tenerezza e di gioia, si riunirono sotto le insegne dell'immaginario figlio di Caracalla, e l'Oriente riconobbe con piacere il primo Imperatore che nato fosse nell'Asia.

Macrino si era degnato di scrivere al Senato avvisandolo delle piccole turbolenze cagionate nella Siria da un impostore; e venne fatto immediatamente un decreto, che dichiarava il ribelle e la sua famiglia pubblici nemici; colla promessa del perdono, per altro, a qualunque dei delusi aderenti, che lo meritasse coll'immediato ritorno al dovere. Nei venti giorni che passarono da questa dichiarazione alla vittoria di Antonino (che fu in sì breve intervallo deciso il destino dell'Impero romano) la Capitale e le province, specialmente le orientali, furono tra la speranza e il timore agitate da tumulti, e macchiate di civil sangue inutilmente versato, poichè qualunque dei due rivali vincesse nella Siria, l'Impero dovea in esso avere un padrone. Le lettere studiate, colle quali il giovane vincitore annunziò all'obbediente Senato la sua vittoria, erano ripiene di proteste di virtù, e di moderazione. Egli promettea di seguitare nel suo governo i luminosi esempj di Marco Aurelio e di Augusto; ed affettava di recarsi a gloria la forte rassomiglianza che l'età sua e la sua fortuna avea con quella di Augusto, il quale nella prima gioventù con una guerra felice vendicò la morte del padre. Prendendo il nome di Marco Aurelio Antonino, figlio di Antonino, e nipote di Severo, tacitamente sostenne il suo ereditario diritto all'Impero; ma arrogandosi il potere tribunizio e proconsolare, avanti che un decreto del Senato glielo avesse conferito, offese la delicatezza dei pregiudizj romani. Questa nuova ed imprudente violazione della costituzione fondamentale dee forse attribuirsi all'ignoranza dei cortigiani della Siria, o alla sprezzante alterigia delle milizie che lo seguivano[453].

L'attenzione del nuovo Imperatore veniva distratta dai più frivoli divertimenti, ond'egli consumò molti mesi nel pomposo suo viaggio dalla Siria nell'Italia, passò a Nicomedia il primo inverno dopo la sua vittoria, e differì fino alla nuova estate il suo trionfale ingresso nella capitale. Un fedele ritratto però, che lo precedette, e fu posto per ordin suo sull'altare della Vittoria nel tempio dove si radunava il Senato, presentò ai Romani la giusta, ma vergognosa immagine della persona e de' costumi di lui. Era dipinto nei suoi abiti sacerdotali di seta e d'oro, sciolti ed ondeggianti alla foggia dei Medi e dei Fenicj; portava un'alta tiara sul capo, e le numerose collane ed i monili, di cui andava adorno, erano tutti coperti di gemme preziose. Avea le ciglia tinte di nero, e le gote dipinte di un rosso e bianco artificiale[454]. I gravi Senatori confessarono sospirando, che dopo avere lungamente sofferta la truce tirannia de' suoi concittadini, Roma era finalmente umiliata sotto l'effeminato lusso del dispotismo orientale.

Il Sole era in Emesa adorato sotto il nome di Elagabalo[455], e sotto la forma di una pietra nera fatta a cono, che secondo l'universale credenza era caduta dal cielo in quel sacro luogo. A questo Nume suo tutelare attribuiva Antonino, non senza qualche ragione, il suo innalzamento al trono; e in tutto il suo regno l'unica sua seria occupazione fu di far mostra della superstiziosa sua gratitudine. Il grande oggetto del suo zelo e della sua vanità fu di far trionfare il Dio di Emesa sopra tutte le religioni della terra; e il nome di Elagabalo (giacchè pretese come Pontefice, e favorito di prender quel sacro nome) gli fu più caro, che tutti i titoli della grandezza imperiale. In una solenne processione per le contrade di Roma il suolo era coperto di polvere d'oro, e la pietra nera, adornata di preziose gemme, era posta sopra un carro tirato da sei bianchissimi cavalli, riccamente guarniti. Il devoto Imperatore tenea le redini, e sostenuto dai suoi Ministri, si movea lentamente all'indietro, per avere la sorte di goder sempre la vista di quella divinità. Furono celebrati, con ogni accompagnamento di lusso o di solennità, i sacrifizj del Dio Elagabalo in un tempio magnifico, innalzato sul monte Palatino. I vini più squisiti, le vittime più rare, ed i più preziosi aromati si consumavano con profusione sull'ara. Intorno ad essa un coro di sirie donzelle intrecciava danze lascive al suono di barbari strumenti, mentre i più gravi personaggi dello Stato e dell'esercito, vestiti di lunghe toghe fenicie, vi esercitavano le più vili funzioni con uno zelo affettato, ed una indignazione secreta[456]. Il fanatico Imperatore volle deporre in quel tempio, come nel centro comune della religione, gli Ancili, il Palladio[457], e tutti i sacri pegni del culto di Numa. Una moltitudine di divinità inferiori, diversamente situate, corteggiava la maestà del Dio di Emesa; ma la sua Corte era ancora imperfetta, finchè una compagna di un ordine superiore non fosse ammessa entro il suo letto. Pallade era stata da principio eletta per sua consorte; ma temendosi che il guerriero aspetto di lei non atterrisse la molle delicatezza di un Nume della Siria, fu la Luna, che gli Affricani adoravano sotto il nome di Astarte, creduta più conveniente per essere consorte del Sole. La immagine di questa, con le ricche offerte del suo tempio, come per dote, fu trasportata con solenne pompa da Cartagine a Roma, e il giorno di queste mistiche nozze fu generalmente celebrato nella Capitale e per tutto l'Impero[458].

Un voluttuoso, che non abbia rinunziato alla ragione, segue con invariabil rispetto i moderati dettami della natura, ed accresce i diletti del senso col sociale commercio, coi dolci legami, e con i delicati colori del gusto e dell'immaginazione. Ma Elagabalo, (parlo dell'Imperatore di questo nome) corrotto dalle passioni della gioventù, dai costumi della sua patria, e dalla propria prosperità, si abbandonò ai piaceri più grossolani con isfrenato furore, e trovò presto la sazietà e la nausea nei mezzo dei suoi godimenti. Si chiamarono in soccorso tutti gl'irritanti rimedj dell'arte: una moltitudine confusa di donne, di vini e di cibi, e la ricercata varietà d'atteggiamenti lascivi e di salse servivano a ravvivare i suoi languenti appetiti. Nuovi termini, e nuove invenzioni in queste scienze, le sole che il Sovrano coltivasse e proteggesse[459], segnalarono il suo regno, e ne trasmisero l'obbrobrio alla posterità. Una capricciosa prodigalità suppliva alla mancanza del buon gusto e dell'eleganza, e mentre Elagabalo dissipava i tesori dello Stato nelle maggiori stravaganze, egli stesso e i suoi adulatori facevano applauso ad un genio e ad una magnificenza incognita alla bassezza de' suoi predecessori. Sue delizie erano il confondere gli ordini delle stagioni, e dei climi[460], il farsi beffe delle passioni e dei pregiudizj dei sudditi, e sovvertire tutte le leggi della natura e della decenza. Un numeroso seguito di concubine, ed una rapida successione di mogli (tra le quali vi fu una Vestale rapita a forza dal sacro asilo[461],) non servivano a soddisfare l'impotenza delle sue passioni. Il padrone del Mondo romano, affettando d'imitare le femmine nel vestito o nelle maniere, preferì la conocchia allo scettro, disonorò le prime cariche dell'Impero, distribuendole a' suoi numerosi amanti; uno de' quali ricevè pubblicamente il titolo e l'autorità di marito[462] dell'Imperatore, o dell'Imperatrice, come ei da se stesso più propriamente si nominava.

Forse l'immaginazione, il pregiudizio e la calunnia hanno ingranditi i vizj e le pazzie di Elagabalo[463]. Ma ristringendoci ancora alle pubbliche scene rappresentate avanti il romano popolo, ed attestate da gravi e contemporanei scrittori, la loro indicibile infamia vince quella d'ogni altro secolo o paese. Le dissolutezze di un Sultano restano nascoste agli occhi dei curiosi dalle inaccessibili mura del suo serraglio. I sentimenti di onore e le maniere galanti hanno introdotto nelle moderne Corti d'Europa il raffinamento nel piacere, il rispetto per la decenza, ed il riguardo per la publica opinione; ma i doviziosi e corrotti nobili di Roma adottavano tutti i vizj, che v'introduceva il concorso delle nazioni e dei costumi stranieri. Sicuri della impunità, e non curanti della censura, vivevano senza alcun freno nell'umile e sommessa società dei loro schiavi o dei loro parassiti. L'Imperatore, dal canto suo, riguardando tutti i suoi sudditi con egual disprezzo ed indifferenza, sosteneva senza ritegno veruno il sovrano suo privilegio delle dissolutezze e del lusso.

I più indegni tra gli uomini non temono di condannare negli altri quei vizj medesimi, nei quali essi pure s'ingolfano. Per giustificare questa parzialità sono sempre pronti a trovare qualche leggiera differenza nell'età, nel carattere, o nelle circostanze. I licenziosi soldati, che avevano innalzato al trono l'indegno figlio di Caracalla, arrossirono dell'infame loro scelta, e fremendo alla vista di quel mostro, si rivolgevano con piacere a contemplare le nascenti virtù del suo cugino Alessandro, figliuol di Mammea. L'accorta Mesa prevedendo che il suo nipote Elagabalo con i suoi proprj vizj correva ad inevitabil rovina, volle dare alla sua famiglia un altro più sicuro sostegno. Profittando di un momento favorevole di tenerezza e di devozione, avea indotto il giovane Imperatore ad adottare Alessandro, e dargli il nome di Cesare, affinchè le sue divine occupazioni non fossero più lungamente interrotte dalle cure terrene. Questo Principe amabile, posto nel secondo seggio, presto si acquistò l'amore del pubblico, ed eccitò la gelosia del tiranno, che risolse di por fine ad un pericoloso paragone, corrompendo i costumi del suo rivale, o togliendogli la vita. Furono inutili i suoi tentativi, ed i suoi vani disegni vennero sempre scoperti dalla sua folle loquacità, o sconcertati da quei domestici virtuosi e fedeli che la prudente Mammea aveva dati al suo figlio. In un precipitoso trasporto di collera risolse Elagabalo di far con la forza quel che non avea potuto eseguir con la frode, e con una sentenza dispotica degradò il suo cugino dalla dignità e dagli onori di Cesare. Fu ricevuto quest'ordine dal Senato con silenzio, e dalle truppe con furore. I soldati Pretoriani giurarono di difendere Alessandro, e vendicar la maestà di un trono disonorato. I pianti e le promesse del tremante Elagabalo, che solamente pregavali a lasciargli la vita ed il suo amato Jeroele, sospesero il lor giusto sdegno; e si contentarono d'incaricare i loro Prefetti di vegliare sulla salvezza d'Alessandro, e sulla condotta dell'Imperatore[464].

Era impossibile che tale reconciliazione potesse durare, o che Elagabalo, per vile che fosse, volesse regnare a condizioni così umilianti. Procurò ben presto con una pericolosa prova di esplorare gli animi dei soldati. Il rumore della morte di Alessandro, ed il natural sospetto, ch'egli fosse stato veramente ucciso, eccitò nel campo una ribellione, che la presenza e l'autorità di quel Principe diletto poterono sole acquietare. Irritato da questa novella prova del loro affetto verso il suo cugino, e del loro disprezzo verso la sua persona, l'Imperatore si arrischiò a punire alcuni capi della sedizione. La sua intempestiva severità divenne in un momento funesta ai suoi Favoriti, alla sua madre, a lui stesso. Fu Elagabalo trucidato dagli sdegnati Pretoriani, e strascinato il suo mutilato cadavere per le strade di Roma, poi gettato nel Tevere. Il Senato dannò la memoria di lui a perpetua infamia, e la posterità ha ratificato questa giusta sentenza[465].

In luogo di Elagabalo fu da' Pretoriani innalzato al trono il cugino di lui, Alessandro. La relazione che questi avea con la famiglia di Severo, di cui prese il nome, era la stessa che quella del suo predecessore: la virtù di lui ed il pericolo, che avea corso, lo avevan renduto caro ai Romani, ed il Senato con gran liberalità gli conferì in un sol giorno tutti i titoli e tutto il potere della dignità imperiale[466]. Ma siccome Alessandro era un modesto e rispettoso giovane in età di soli diciassette anni, le redini del governo rimasero in mano della sua madre Mammea, e di Mesa sua ava. Dopo la morte di quest'ultima, che poco sopravvisse all'elevazione di Alessandro, Mammea fu la sola reggente e del figlio e dell'Impero.

In ogni secolo ed in ogni paese, il sesso più saggio, o almeno più forte, ha usurpato tutte le cariche dello Stato, e confinato l'altro nelle cure e nei piaceri della vita domestica. Nelle monarchie ereditarie per altro, e particolarmente in quelle dell'Europa moderna, il galante spirito di cavalleria, e la legge di successione ci hanno avvezzati ad una singolare eccezione; ed una donna è spesso riconosciuta per assoluta Sovrana di un vasto regno, nel quale sarebbe creduta incapace di esercitare il minimo impiego militare e civile. Ma siccome gl'Imperatori romani erano sempre considerati come Generali e Magistrati della Repubblica, così le loro consorti e le madri loro, benchè distinte col nome di Auguste, non furono mai associate ai loro personali onori, ed uno scettro retto da una man femminile sarebbe sembrato un portento inesplicabile agli occhi di quei primi Romani, che si maritavano senza amore, ed amavano senza delicatezza e rispetto[467]. La superba Agrippina tentò, è vero, di aver parte agli onori dell'Impero, al quale essa aveva innalzato il suo figlio; ma la sua folle ambizione, detestata da tutti i cittadini, che ancor veneravano la maestà di Roma, fu sconcertata dalle arti e dalla fermezza di Seneca e di Burro[468]. Il buon senso e l'indifferenza dei Principi successivi si trattenne dall'offendere i pregiudizj dei loro sudditi; ed era riservato all'infame Elagabalo di disonorare gli atti del Senato con il nome della sua madre Soemia, che sedeva accanto ai Consoli, e soscriveva, come gli altri Senatori, i decreti di quell'assemblea legislatrice. La sua sorella Mammea ricusò prudentemente questa inutile ed odiosa prerogativa, e fu promulgata una legge solenne, che escludeva per sempre le donne dal Senato, e consacrava agli Dei infernali il capo di chiunque violasse un tale decreto[469]. L'oggetto della virile ambizione di Mammea era la realtà, non l'apparenza del potere. Ella si conservò un impero assoluto e durevole sullo spirito del figlio, ed in ciò non potè quella madre soffrire un rivale. Alessandro, col consenso di lei, sposò la figlia di un patrizio, ma il di lui rispetto pel suocero, e l'amore per l'Imperatrice, erano incompatibili colla tenerezza, e coll'interesse di Mammea. Il Patrizio, ben presto accusato di tradimento, soffrì l'ultimo supplizio, e la moglie di Alessandro fu scacciata vergognosamente dal palazzo, e rilegata nell'Affrica[470].