Misiteo avea passata la vita nella profession delle lettere, e non delle armi; ma sì pieghevole era l'ingegno di quel grand'uomo, che quando fu creato Prefetto del Pretorio, soddisfece ai suoi doveri militari con pari vigore ed abilità. Aveano i Persiani invasa la Mesopotamia, e minacciavano Antiochia. Alle persuasive del suocero, il giovane Imperatore lasciò le delizie di Roma, aprì (per l'ultima volta di cui faccia menzione la storia) il Tempio di Giano, e marciò in persona verso l'Oriente. Al suo arrivo con numeroso esercito, levarono i Persiani le loro guarnigioni dalle città che aveano già prese, e si ritirarono dall'Eufrate fino al Tigri. Ebbe Gordiano il piacere di annunziare al Senato il primo successo delle sue armi, che egli con dovuta modestia e gratitudine attribuiva alla prudenza del suo padre e Prefetto. Vegliò Misiteo, durante quell'impresa, alla salvezza e disciplina dei soldati, e prevenne le loro pericolose lagnanze, conservando una continua abbondanza nel campo, e mantenendo in ogni città della frontiera ampj magazzini provveduti di aceto, di carni salate, di paglia, di orzo e di grano[567]. Ma la prosperità di Gordiano spirò con Misiteo, che morì di una dissenteria non senza grave sospetto di veleno. Filippo, suo successore nella Prefettura, era Arabo di nascita, ed era stato per conseguenza ne' suoi primi anni ladro di professione. Il suo innalzamento da uno stato sì oscuro alle prime cariche dell'Impero prova quanto quegli fosse ardito ed abile condottiero. Ma l'ardir suo lo fece aspirare al trono, e la sua abilità fu impiegata a rovinare, non a servire il suo indulgente Signore. Irritò gli animi dei soldati introducendo artificiosamente nel campo la carestia; e l'angustia delle truppe fu attribuita all'incapacità del giovane Principe. Non è possibile di rintracciare i successivi passi della secreta Congiura, e dell'aperta sedizione, che divenne finalmente funesta a Gordiano. Fu innalzato un monumento sepolcrale alla memoria di lui, sul luogo[568] ov'egli rimase ucciso, vicino al confluente dell'Eufrate, e del piccolo fiume Abora[569]. Il fortunato Filippo, innalzato all'Impero dai voti dei soldati, fu prontamente riconosciuto dal Senato e dalle province[570].

Non posso trattenermi di trascrivere l'ingegnosa, benchè alquanto immaginaria descrizione, che un celebre Autore moderno ha fatta del militar governo dell'Impero romano. «Quella potenza (egli dice) a cui si dava in quel secolo il nome di Romano Impero, non era che una Repubblica irregolare, quasi simile alla aristocrazia[571] di Algeri,[572] dove le milizie hanno la sovranità, creano e depongono un magistrato, che ha il nome di Deì. Si può forse con verità stabilire per massima generale, che un governo militare, è per alcuni riguardi più repubblicano che monarchico. Nè si può dire che i soldati abbiano parte al governo solamente per la loro disubbidienza e per le ribellioni loro. Le parlate che ad essi faceano gl'Imperatori non eran elle finalmente della stessa natura che quelle fatte una volta al popolo dai Consoli, e dai Tribuni? E benchè le armate non avessero nè luogo certo, nè forma regolare per adunarsi, benchè brevi fossero le loro dispute, improvvisi i lor moti, e le loro risoluzioni raramente dettate da una placida riflessione, non disponevano esse con arbitrio assoluto della pubblica sorte? E che altro era l'Imperatore, se non il ministro di un Governo violento, eletto per la privata utilità de' soldati?

«Quando l'esercito ebbe eletto Filippo ch'era Prefetto del Pretorio del terzo Gordiano, questi richiese di esser egli il solo Imperatore, nè lo potè ottenere. Richiese che fosse il potere ugualmente fra loro diviso; l'armata non diede orecchio alle sue parole: si contentò di essere abbassato al grado di Cesare; gli fu ricusato questo favore: pregò di essere almeno fatto Prefetto del Pretorio; furono rigettate le sue preghiere. Dimandò finalmente la vita. L'esercito in questi diversi giudizj esercitava la suprema Magistratura.» Secondo lo Storico, il cui dubbio racconto è adottato dal Presidente di Montesquieu, Filippo che in tutto quel negoziato avea tenuto un ostinato silenzio, inclinò a risparmiare l'innocente vita del suo benefattore; finchè ricordandosi, che la di lui innocenza poteva risvegliare una pericolosa compassione nel Mondo romano, comandò, senza riguardo a' di lui supplichevoli gridi, che fosse preso, spogliato, e condotto immantinente alla morte. Dopo un momento di pausa fu eseguita l'inumana sentenza[573].

Ritornato dall'Oriente in Roma, Filippo, desideroso di cancellare la memoria de' suoi delitti, ed acquistarsi l'amore del popolo, celebrò i giuochi secolari con infinita pompa e magnificenza. Da che gli aveva Augusto o istituiti o ristabiliti[574], erano stati celebrati da Claudio, da Domiziano, e da Severo, e furono allora rinovati por la quinta volta, terminando l'intero periodo di mille anni dalla fondazione di Roma. Ogni particolarità dei giuochi secolari era mirabilmente acconcia a destare una venerazione solenne e profonda negli animi superstiziosi. Il lungo loro intervallo[575] eccedeva il termine della vita umana; e come niuno degli spettatori gli avea veduti, così niuno si potea lusingare di rivederli di nuovo. Si celebravano per tre notti i mistici sacrifizj sulle rive del Tevere; ed il campo Marzio, in fra le danze risuonava di concenti, illuminato da una quantità innumerabile di torce e di lampadi. Gli schiavi e gli stranieri non poteano in verun modo essere a parte di quelle nazionali cerimonie. Un coro di ventisette nobili giovanetti, e di altrettante nobili vergini, che non avessero perduto il padre o la madre, imploravano dai Numi propizj il loro favore per la presente e per la futura generazione, supplicandoli con inni devoti a conservare (secondo la fede degli antichi oracoli) la virtù, la felicità, e l'Impero del Popolo romano[576]. La magnificenza degli spettacoli di Filippo abbagliò gli occhi della moltitudine. I devoti erano interamente occupati nelle religiose cerimonie, mentre i pochi pensatori rivolgevano nelle loro ansiose menti la storia passata ed il futuro destino dell'Impero.

Erano già scorsi mille anni da che Romolo, con una picciola truppa di pastori e di banditi, venne a stabilirsi sulle colline vicino al Tevere[577]. Nei quattro primi secoli, i Romani avevano acquistate le virtù militari e civili nella laboriosa scuola della povertà. Vigorosamente usando di quelle virtù, ed assistiti dalla fortuna, ottennero nel corso dei tre susseguenti secoli l'impero assoluto sopra molte regioni dell'Europa, dell'Asia e dell'Affrica. Gli ultimi trecento anni erano passati in un'apparente prosperità ed in una decadenza interna. Questa nazione di soldati, di magistrati, e di legislatori, che componeva le trentacinque tribù del Popolo romano, si disciolse nella massa generale degli uomini, e rimase confusa tra tanti milioni di vili provinciali, che avean ricevuto il nome di Romani, senza adottarne lo spirito. Un esercito mercenario, levato tra i sudditi e tra i Barbari delle frontiere, fu l'unica classe d'uomini, che conservasse la sua indipendenza, e ne abusasse ad un tempo. Con tumultuarie elezioni furono da loro innalzati al trono di Roma un Siro, un Goto, ed un Arabo, e rivestiti di un potere dispotico sopra le conquiste e la patria degli Scipioni.

L'Impero romano si stendeva tuttavia dall'Oceano occidentale fino al Tigri, e dal monte Atlante fino al Reno e al Danubio. Filippo sembrava all'occhio poco penetrante del volgo un Monarca non meno potente di Adriano e di Augusto. La forma era tuttora la stessa, ma la robustezza e la forza animatrice mancavano. L'industria del popolo era scoraggiata ed infiacchita da una lunga serie di oppressioni. La disciplina delle legioni, che sola, dopo l'estinzione di ogni altra virtù, avea sostenuta la grandezza dello Stato, era corrotta dall'ambizione, o rilassata dalla debolezza degl'Imperatori. La forza delle frontiere, che prima consisteva nelle armi, più che nelle fortificazioni, si era indebolita insensibilmente; e le più belle province giacevano esposte alla rapacità o all'ambizione dei Barbari, che presto si accorsero della decadenza dell'Impero di Roma.

CAPITOLO VIII.

Stato della Persia dopo il ristabilimento della Monarchia per opera di Artaserse.

Qualunque volta Tacito si compiace in quei belli episodj, nei quali rapporta qualche domestico interesse dei Germani o dei Parti, il suo oggetto principale è di sollevare l'attenzione del lettore da una scena uniforme di vizj e di sciagure. Dal regno di Augusto al tempo di Alessandro Severo, i nemici di Roma erano nel suo seno, i tiranni cioè ed i soldati, e la prosperità della medesima aveva un interesse ben debole e remoto in rivoluzioni, che accadessero al di là dell'Eufrate e del Reno. Ma quando le milizie ebbero ridotto in una strana anarchia il potere del Principe, le leggi del Senato, e la disciplina istessa del campo, i Barbari del Settentrione e dell'Oriente, che fin allora avevano fatte scorrerie su i confini, assalirono arditamente le province di un Impero cadente. Le loro inquiete incursioni divennero irruzioni formidabili, e dopo una lunga vicenda di scambievoli calamità, molte tribù di quei vittoriosi invasori si stabilirono nelle province dell'Imperio romano. Per avere una più chiara notizia di questi grandi avvenimenti, procureremo di dar prima una idea del carattere, delle forze, e dei disegni di quelle nazioni, che vendicarono il fato di Annibale e di Mitridate.

Nei più antichi secoli del mondo, quando le selve che copriano l'Europa servivano di ritiro a pochi vagabondi selvaggi, gli abitatori dell'Asia erano già raccolti in città popolate, e ridotti sotto vasti Imperi, sedi delle arti, del lusso, e del dispotismo. Gli Assiri regnarono sull'Oriente[578], finchè lo scettro di Nino e di Semiramide cadde dalle mani degl'infiacchiti loro successori. I Medi ed i Babilonesi si divisero il loro Impero, poi furono essi stessi assorbiti nella monarchia dei Persiani, le cui armi non poterono contenersi negli angusti confini dell'Asia. Serse, il discendente di Ciro, seguitato, come si dice, da due milioni d'uomini, invase la Grecia. Trentamila soldati, comandati da Alessandro, figliuolo di Filippo, a cui i Greci avean affidata la loro gloria e vendetta, bastarono per soggiogare la Persia. I Principi della famiglia di Seleuco usurparono e perderono l'Impero macedone dell'Oriente. Quasi nel tempo stesso che con un vergognoso trattato cedevano ai Romani il paese, che giace di qua dal monte Tauro, i Parti, oscura tribù d'origine scitica, li discacciarono da tutte le province dell'Asia superiore. La formidabile potenza dei Parti, che si stendeva dall'India alle frontiere della Siria, fu distrutta a sua volta da Ardshir o Artaserse, fondatore di una nuova dinastia, la quale sotto il nome di Sassanidi governò la Persia fino all'invasione degli Arabi. Questa grande rivoluzione, di cui presto sentirono i Romani la fatale influenza, seguì nel quarto anno di Alessandro Severo, dugento ventisei anni dopo[579] l'Era Cristiana.