Artaserse avea servito con molta riputazione nelle armate di Artabano, ultimo Re dei Parti, e si vede che l'ingratitudine regia (solita ricompensa del merito sopreminente) lo rendette esule e ribelle. Oscura era la costui nascita, e questa oscurità diede egualmente luogo alle satire dei nemici, ed all'adulazione degli aderenti. Se porgiamo fede alle accuse dei primi, Artaserse nasceva dall'adulterio della moglie di un conciatore di pelli[580] con un soldato comune. Gli ultimi poi lo rappresentano come discendente da un ramo degli antichi Re di Persia, benchè il tempo e le disgrazie avessero a poco a poco ridotti i suoi antenati all'umile condizione di cittadini privati[581]. Come erede per discendenza della monarchia, sostenne i suoi diritti al trono, e prese il nobile impegno di liberare i Persiani dall'oppressione, sotto la quale gemevano per più di cinque secoli dopo la morte di Dario. I Parti furon disfatti in tre grandi battaglie. Nell'ultima di queste perì il loro Re Artabano, e con esso fu abbattuto per sempre lo spirito della nazione[582]. L'autorità di Artaserse venne riconosciuta solennemente in una grande adunanza tenuta a Balch nel Korasan. Due più giovani rampolli della reale famiglia di Arsace furon confusi tra i Satrapi umiliati. Un terzo, più ricordevole dell'antica grandezza che della presente necessità, tentò di ritirarsi con un seguito numeroso di vassalli verso il Re di Armenia, suo congiunto; ma questa piccola armata di disertori fu sorpresa e distrutta dalla vigilanza del conquistatore[583], il quale prese arditamente il doppio diadema, e il titolo di Re dei Re, goduto dal suo predecessore. Ma questi pomposi titoli in vece di gratificare la vanità del Persiano, servirono solamente a rammentargli il suo dovere, e a destargli in seno l'ambizione di render alla religione e all'Impero di Ciro tutto il suo primiero splendore.

I. Durante la lunga servitù della Persia sotto il giogo dei Macedoni e dei Parti, le nazioni dell'Europa e dell'Asia avevano scambievolmente adottate e corrotte le superstizioni l'una dell'altra. Gli Arsacidi osservavano, è vero, il culto dei Magi; ma lo disonoravano macchiandolo con vario mescuglio di straniera idolatria. La memoria di Zoroastro, antico profeta e filosofo dei Persiani[584], era sempre venerata nell'Oriente; ma il linguaggio antiquato e misterioso nel quale era composto lo Zendavesta[585], apriva un campo di controversie a settanta differenti Sette, che variamente spiegavano le dottrine fondamentali della loro religione, ed erano tutte egualmente derise da una moltitudine di infedeli, i quali rigettavano la divina missione ed i miracoli del Profeta. Il pio Artaserse chiamò i Magi da tutte le parti del suo Impero per sopprimere gl'idolatri, unire gli scismatici, e confutare gl'increduli con l'infallibile decisione di un concilio generale. Questi preti che sì lungamente avean gemuto nel disprezzo e nell'oscurità, obbedirono al grato invito; ed in numero di quasi ottantamila comparvero tutti nel giorno prefisso. Ma siccome le discussioni di una assemblea così tumultuosa non avrebbero potuto essere regolate dalla autorità della ragione o dirette dall'arte della politica, il Sinodo persiano fu con successive operazioni ridotto a quarantamila, a quattromila, a quattrocento, a quaranta, e finalmente a sette magi i più rispettabili per la loro scienza e pietà. Erdavirabo, uno di essi, prelato giovane, e tenuto per santo, ricevè dalle mani dei suoi fratelli tre tazze di vino soporifero, e bevutolo, subito cadde in un sonno lungo e profondo. Svegliato appena, raccontò al Re ed alla credula moltitudine il suo viaggio al Cielo, e le sue intime conferenze con la divinità. Ogni dubbio fu quietato con questa soprannaturale testimonianza, e gli articoli della fede di Zoroastro vennero determinati con eguale autorità e precisione[586]. Un breve quadro di quel famoso sistema sarà utile non solo per conoscere il carattere dei Persiani, ma ancora per ischiarire molte delle loro azioni le più importanti in pace ed in guerra con l'Impero romano[587].

Il grande e fondamentale articolo del sistema era la celebre dottrina dei due principj; ardito e irragionevole sforzo della filosofia Orientale per conciliare l'esistenza del male fisico e morale, con gli attributi di un benefico Creatore e Rettore dell'Universo. L'Ente primo e originale, nel quale, o per il quale l'Universo esiste, è nominato negli scritti di Zoroastro Tempo senza limiti; ma conviene confessare, che questa sostanza infinita sembra piuttosto un'astrazione metafisica della mente, che un oggetto reale dotato della cognizione di se stesso, o ricolmo di perfezioni morali. Dalla cieca dunque o intelligente operazione di questo Tempo Infinito, che ha una grande affinità con il Caos dei Greci, furon ab eterno prodotti i due secondarj ed attivi principj dell'universo, Ormusd, e Ahriman, avente ciascuno la potenza creatrice, ma ciascuno disposto, per la sua invariabile natura, ad esercitarla con mire diverse. Il principio del bene è eternamente assorto nella luce; quello del male è eternamente sepolto nelle tenebre. La saggia beneficenza di Ormusd formò l'uomo capace di virtù, e provvide abbondantemente la sua bella abitazione di materiali per la felicità. Dalla sua vigilante provvidenza si mantengono e il moto dei pianeti, e l'ordine delle stagioni, e la mescolata temperanza degli elementi. Ma la malizia di Ahriman ha da gran tempo rotto l'uovo di Ormusd; o in altri termini, ha violata l'armonia delle sue opere. Da quella fatale rottura in poi, le più minute particelle del bene e del male sono intimamente frammischiate e agitate fra loro; tra le piante più salutifere germogliano l'erbe più velenose; i diluvj, i terremoti, gl'incendj indicano il conflitto della natura, e il piccol mondo dell'uomo è perpetuamente perturbato dal vizio e dalle sciagure. Mentre il resto del genere umano è tratto prigione nelle catene dal suo infernale nemico, il fedel Persiano soltanto riserva la sua religiosa adorazione per il suo amico e protettore Ormusd, e combatte sotto la sua bandiera di luce, con la piena confidenza che nel giorno finale sarà a parte del suo glorioso trionfo. In quel giorno decisivo, l'illuminata sapienza della bontà renderà la potenza di Ormusd superiore alla furiosa malizia del suo rivale. Ahriman ed i suoi seguaci, disarmati ed oppressi, piomberanno nella nativa loro oscurità; e la virtù conserverà eternamente la pace e l'armonia dell'Universo[588].

Gli stranieri e la maggior parte ancora de' suoi discepoli intendevano confusamente la teologia di Zoroastro; ma gli osservatori anche meno attenti ammiravano la filosofica semplicità del culto persiano. «Questa nazione», dice Erodoto[589], rigetta l'uso de' templi, delle are, dei simulacri, e deride la follia di quei popoli, i quali s'immaginano che gli Dei derivino dalla natura umana o abbiano con essa qualche affinità. Le cime delle più alte montagne sono i luoghi destinati a sacrifizj. Gl'inni e le preci sono il culto principale. Il supremo Nume, che riempie il vasto cerchio del cielo, è l'oggetto a cui s'indirizzano». Nel tempo stesso però, da vero politeista li accusa di adorare la Terra, l'Acqua, il Fuoco, i Venti, il Sole e la Luna. Ma i Persiani hanno in ogni secolo smentita una tale accusa, spiegando la condotta equivoca, che sembrava accreditarla. Gli elementi, e più specialmente il Fuoco, la Luce ed il Sole, da essi chiamato Mithra, erano gli oggetti della loro religiosa venerazione, perchè li consideravano come i simboli più puri, le produzioni più nobili, e gli agenti più grandi della Potenza e Natura Divina[590].

Ogni religione, per fare una impressione profonda e durevole nello spirito umano, deve esercitare la nostra obbedienza, imponendo pratiche di devozione, delle quali non possiamo assegnare ragione veruna; e deve acquistare la nostra stima inculcando massime morali analoghe ai dettami del nostro cuore. La religione di Zoroastro abbondava moltissimo delle prime, e sufficientemente dell'altre. Il fedel Persiano, giunto alla pubertà, era adornato di una misteriosa cintura, pegno della protezione divina; e da quel momento in poi tutte le azioni della sua vita, anche le più indifferenti o le più necessarie, erano santificate da particolari preghiere, da giaculatorie o genuflessioni, l'omissione delle quali in qualunque circostanza era un grave peccato, non inferiore alla violazione dei doveri morali. I morali doveri però di giustizia, di misericordia, di liberalità ec., erano ancor essi necessarj ai discepoli di Zoroastro, i quali desideravano di fuggire dalla persecuzione di Ahriman e vivere con Ormusd in una beata eternità, dove il grado di felicità sarà esattamente proporzionato al grado di virtù e di pietà[591].

Ma vi sono alcuni passi notevoli, nei quali Zoroastro, non più profeta, ma legislatore, mostra per la pubblica e privata felicità un generoso interesse, che raramente si trova nei meschini o visionarj sistemi della superstizione. Il digiuno ed il celibato, ordinarj mezzi per acquistarsi il favore divino, sono da lui con orror condannati, come un colpevol rifiuto dei migliori doni della provvidenza. Il santo, nella religione dei Magi, è obbligato a procreare figliuoli, a piantare alberi utili, a distruggere gli animali nocivi, a condur l'acqua nei terreni aridi della Persia, ed a lavorare per la propria salvezza, non omettendo alcuna delle fatiche dell'agricoltura. Si può ricavare dallo Zendavesta una massima saggia e benefica che compensa molte assurdità. «Quegli che semina il terreno con attenzione e diligenza, acquista un capitale più grande di merito religioso, che se ripetesse diecimila orazioni[592]». Ogni anno di primavera si celebrava una festa destinata a rappresentare la primitiva uguaglianza, e l'attuale connessione degli uomini. I superbi Re di Persia, cambiando la vana lor pompa con una più sincera grandezza, si frammischiavano liberamente con i più umili ed i più utili insieme dei loro sudditi. In quel giorno gli agricoltori erano ammessi senza distinzione alla tavola del Re e dei Satrapi. Il monarca riceveva le loro suppliche, esaminava le loro querele, e conversava con essi con la maggiore famigliarità. «Dalle vostre fatiche» soleva egli dire (e dirlo con verità se non con sincerità), «noi riceviamo la nostra sussistenza; voi dovete la vostra quiete alla vigilanza nostra; giacchè adunque noi siamo scambievolmente necessarj l'uno all'altro, viviamo insieme come fratelli in concordia ed amore[593]». Una tal festa in un opulento e dispotico Impero dovea, per vero dire, degenerare in una rappresentanza teatrale; ma era almeno una commedia ben degna della presenza sovrana, e che potea talvolta imprimere nella mente di un Principe giovane una lezione salutevole.

Se avesse Zoroastro in tutte le sue istituzioni sostenuto invariabilmente questo sublime carattere, il suo nome ben si starebbe accanto a quelli di Numa e di Confucio, ed il suo sistema meriterebbe giustamente tutti gli applausi, che alcuni tra i nostri teologi, e tra i filosofi ancora si sono compiaciuti di dargli. Ma in quella mista composizione, dettata dalla ragione e dalla passione, dall'entusiasmo e dai motivi personali, alcune verità utili e sublimi sono degradate da un mescuglio della più vile e pericolosa superstizione. I Magi, o sia l'ordine sacerdotale, erano numerosissimi, giacchè (come abbiam di sopra osservato) ottantamila se ne adunarono in un concilio generale. Le loro forze si accrebbero con la disciplina. Fu stabilita in tutte le province della Persia una regolare gerarchia; e l'Arcimago dio risedeva a Balch, era rispettato come il capo visibile della chiesa, ed il legittimo successore di Zoroastro[594]. Era considerabile il patrimonio dei Magi. Oltre al meno invidiabil possesso di un largo tratto delle terre più fertili della Media[595], levavano una tassa generale su i beni e sull'industria dei Persiani[596]. «Sebbene le vostre buone opere,» dice l'interessato profeta, «superassero in numero le foglie degli alberi, le gocciole della pioggia, le stelle del cielo, le arene del lido, saranno tutte inutili per voi, se accettate non sono dal Destor o sacerdote. Per ottenere l'accettazione di questa guida alla salvezza, dovete fedelmente pagargli le decime di tutto ciò che possedete, dei vostri beni, dei vostri terreni e del vostro denaro. Se il Destor sarà soddisfatto, l'anima vostra scamperà dai tormenti infernali; e vi assicurerete gloria in questo mondo, e felicità nell'altro. Perchè i Destori sono maestri della religione; essi sanno tutto, e liberano tutti gli uomini[597]».

Queste comode massime di venerazione e di fede implicita erano con gran cura impresse come certissime nelle tenere menti della gioventù; giacchè i Magi erano i direttori dell'educazione in Persia, e i figli medesimi della famiglia reale erano affidati alle loro mani[598]. I Sacerdoti persiani che aveano un talento speculativo, conservavano ed investigavano i segreti dell'orientale filosofia; ed acquistavano o per superiore dottrina o per superior arte la riputazione di essere molto versati in alcune scienze occulte, che devono ai Magi il lor nome[599]. Quelli di più attiva disposizione si mescolavano col mondo nelle Corti e nelle città; e si osserva che l'amministrazione di Artaserse era in gran parte regolata dai consigli dell'ordine sacerdotale, alla cui dignità avea quel Principe o per politica, o per divozione restituito l'antico splendore[600].

Il primo consiglio dei Magi fu conveniente all'indole insociabile della lor religione[601], all'uso degli antichi Re[602], ed anche all'esempio del loro legislatore, che era caduto vittima di una guerra di religione, suscitata dall'intollerante suo zelo[603]. Artaserse con un editto proibì severamente l'esercizio di ogni altro culto, fuor quello di Zoroastro. I tempj dei Parti, ed i simulacri dei loro divinizzati monarchi, furono ignominiosamente abbattuti[604]. La spada di Aristotile (tale era il nome dato dagli Orientali al politeismo ed alla filosofia dei Greci) fu facilmente spezzata[605]; le fiamme della persecuzione distrussero ben presto i più ostinati Ebrei e Cristiani[606], nè fu perdonato agli eretici della propria nazione e religione. La maestà di Ormusd, ch'era gelosa di un rivale, fu secondata dal dispotismo di Artaserse, che non potea soffrire un ribelle; e gli scismatici di tutto quel vasto impero furono in breve ridotti allo spregevole numero di ottantamila[607]. Questo spirito di persecuzione copre di disonore la religione di Zoroastro; ma siccome non produsse veruna turbolenza civile, servì a fortificare la nuova monarchia, unendo tutti i diversi abitatori della Persia col il legame dello zelo di religione.

II. Artaserse, con il suo valore e la sua condotta, avea tolto lo scettro dell'Oriente all'antica reale famiglia dei Parti. Restava ancora la più difficile impresa di stabilire per tutta la vasta estensione della Persia un'amministrazione vigorosa ed uniforme. Gli Arsacidi, per una debole compiacenza, avean accordate ai loro figli e ai fratelli le principali province e le cariche le più importanti del Regno come beni ereditarj. I Vitassi, ovvero i diciotto Satrapi più potenti, aveano il privilegio di portare il titolo di Re; ed il vano orgoglio del Monarca era ben lusingato dal dominio di puro nome sopra tanti Re suoi vassalli. I Barbari stessi nelle loro montagne, e le greche città dell'Asia superiore[608], dentro le loro mura, riconoscevano appena un superiore, o gli ubbidivano raramente; e l'Impero dei Parti presentava sotto altro nome una viva immagine del sistema feudale[609], che poi si stabilì nella Europa. Ma l'attivo vincitore visitò in persona, alla testa di un esercito numeroso e disciplinato, tutte le province della Persia. La disfatta de' più audaci ribelli, e la riduzione delle piazze più forti[610] diffusero il terrore delle sue armi, e aprirono la strada al pacifico riconoscimento della sua autorità. Una resistenza ostinata era fatale ai capi, ma i loro seguaci erano clementemente trattati[611]. Una volontaria sommissione era ricompensata con ricchezze ed onori; ma il prudente Artaserse non soffrendo che altri fuori di lui prendesse il titolo di Re, abolì ogni intermedia potenza fra il trono ed il popolo. Il suo regno, quasi uguale in estensione alla Persia moderna, era per ogni parte circondato dal mare o da fiumi considerabili; dall'Eufrate, dal Tigri, dall'Arasse, dall'Oxo e dall'Indo; dal mar Caspio e dal golfo Persico. Nell'ultimo secolo quel paese si pretendeva che contenesse cinquecento cinquantaquattro città, sessantamila villaggi, e quasi quaranta milioni di sudditi[612]. Se paragoniamo il governo dei Sassanidi con quello della famiglia di Sefi, e la politica influenza della religione dei Magi con quella della maomettana, ne dedurremo con molta probabilità, che il regno di Artaserse conteneva almeno un numero eguale di città, di villaggi e di abitatori. Ma conviene confessare altresì, che in ogni secolo la mancanza di porti di mare, e la scarsezza di acqua dolce nelle province interne, hanno molto impedito il commercio e l'agricoltura dei Persiani; e sembra che nel calcolo del loro numero, essi abbiano usato uno de' più meschini, benchè comuni artifizi della vanità nazionale.