Appena che l'ambizioso Artaserse ebbe trionfato della resistenza de' suoi vassalli, cominciò a minacciare gli Stati vicini, che durante il lungo letargo de' suoi predecessori avevano impunemente insultata la Persia. Ottenne diverse facili vittorie contro i barbari Sciti e gli effeminati Indiani; ma i Romani erano nemici, che per le offese passate e per la potenza presente esigevano tutto lo sforzo delle sue armi. Alle vittorie di Traiano erano succeduti quarant'anni di tranquillità, frutto del valore e della moderazione di esso. Nell'intervallo che passò dal principio del regno di Marco Aurelio al regno di Alessandro, vi fu due volte la guerra tra i Parti ed i Romani; e benchè gli Arsacidi impiegassero tutte le loro forze contro una parte delle milizie di Roma, questa fu per lo più vittoriosa. Macrino, mosso dalla sua precaria situazione e dalla sua pusillanimità, comprò la pace pel prezzo di quasi quattro milioni di zecchini[613]; ma i Generali di Marco Aurelio, l'imperatore Severo ed il suo figlio eressero molti trofei nella Armenia, nella Mesopotamia, e nella Siria. Di tutte le loro imprese (l'imperfetta relazione delle quali avrebbe intempestivamente interrotta la serie più importante delle domestiche risoluzioni) noi riferiremo soltanto le replicate calamità delle due grandi città Seleucia e Ctesifonte.
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Seleucia, situata sulla riva occidentale del Tigri, quasi quarantacinque miglia a settentrione dell'antica Babilonia, era la Capitale delle conquiste fatte dai Macedoni nell'Asia superiore[614]. Molti secoli dopo la rovina del loro Impero, Seleucia conservava i genuini caratteri di una greca colonia, le belle arti, il valor militare, e l'amore della libertà. Questa indipendente Repubblica era governata da un Senato di trecento nobili; i cittadini erano in numero di seicentomila. Forti erano le sue mura, e finchè tra i diversi ordini dello Stato regnò la concordia, essi riguardarono con disprezzo la potenza dei Parti. Ma il furore di una fazione fu diverse volte incitato ad implorare il pericoloso aiuto del comune inimico, che stava quasi alle porte della colonia[615]. I Monarchi parti, come i Sovrani mogol dell'Indostan, facevano la vita pastorale degli Sciti loro antenati; ed il campo imperiale era spesso attendato nella pianura di Ctesifonte, sulla riva orientale del Tigri, a tre sole miglia di lontananza da Seleucia[616]. Gli innumerabili seguaci del lusso e del dispotismo concorrevano alla Corte, ed il piccolo villaggio di Ctesifonte diventò insensibilmente una gran città[617]. Sotto il regno di Marco Aurelio, i Generali romani penetrarono sino a Ctesifonte e Seleucia. Furono essi ricevuti come amici da quella greca colonia, ma attaccarono come nemici la sede dei Parti; l'una e l'altra città ricevè il medesimo trattamento. Il saccheggio e l'incendio di Seleucia, con la strage di trecentomila abitanti, oscurarono la gloria del trionfo romano[618]. Seleucia, già indebolita per la vicinanza di un rivale troppo potente dovè succumbere senza riparo al colpo fatale; ma Ctesifonte, quasi dopo trentatre anni, avea ricuperate forze bastanti per sostenere un ostinato assedio contro l'Imperatore Severo. La città per altro fu presa d'assalto; il Re che la difendeva in persona si diede precipitosamente alla fuga; e centomila prigioni con un ricco bottino ricompensarono le fatiche dei soldati romani[619]. Nonostante questi disastri Ctesifonte succede a Babilonia ed a Seleucia, come una delle grandi Capitali dell'Oriente. Nell'estate il Monarca persiano godeva a Ecbatana il fresco vento dei monti della Media; e passava l'inverno nel più dolce clima di Ctesifonte.
Da queste felici incursioni per altro non ricavarono i Romani alcun reale o durevole vantaggio; nè tentarono di conservare quelle remote conquiste, che un immenso deserto separava dalle province dell'Impero. La riduzione del regno di Osroene fu una conquista meno gloriosa, è vero, ma di più solido vantaggio. Quel piccolo Stato comprendeva la parte settentrionale e più fertile della Mesopotamia, tra l'Eufrate ed il Tigri, Edessa, sua capitale, era in distanza di quasi venti miglia di là dall'Eufrate; ed il suo popolo, fino dal tempo di Alessandro, era un mescuglio di Greci, di Arabi, di Siri, e di Armeni[620]. I deboli Sovrani di Osroene posti fra i pericolosi confini dei due Imperi rivali, erano per inclinazione parziali dei Parti; ma la potenza superiore di Roma esigeva da loro un forzato omaggio, che viene tuttora attestato dalle loro medaglie. Finita sotto Marco Aurelio la guerra dei Parti, fu giudicato prudente cosa l'assicurarsi della lor dubbia fede con mezzi più certi. Furono perciò costruiti in varie parti del loro paese diversi Forti, ed una guarnigione romana fu posta nella fortissima piazza di Nisibe. Nella confusione che accompagnò la morte di Commodo, i Principi di Osroene procurarono di scuotere il giogo; ma l'austera politica di Severo assicurò la loro dipendenza[621], e la perfidia di Caracalla compì la facil conquista. Abgaro, ultimo Re di Edessa, fu mandato a Roma in catene, il suo regno fu ridotto in provincia, e la Capitale onorata col titolo di colonia. Così i Romani, quasi dieci anni avanti la rovina dell'Impero dei Parti, acquistarono di là dall'Eufrate un fermo e permanente stabilimento[622].
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La prudenza insieme e la sete di gloria avrebbero potuto giustificare la guerra per parte di Artaserse, se le sue mire si fossero limitate alla difesa, o all'acquisto di una vantaggiosa frontiera. Ma l'ambizioso Persiano apertamente manifestò un disegno molto più vasto di conquistare, e si credè di poter sostenere l'alte sue pretensioni con le armi della ragione insieme e della forza. Ciro, egli diceva, avea il primo soggiogata ed i successori avean posseduta per lungo tempo tutta l'estensione dell'Asia fino alla Propontide ed al mare Egeo. Sotto il loro Impero, le province della Caria e della Jonia erano state governate dai Satrapi persiani, e tutto l'Egitto fino ai confini dell'Etiopia avea riconosciuta la loro sovranità[623]. Una lunga usurpazione aveva sospesi, ma non distrutti questi diritti; e non appena egli ebbe ricevuto il diadema persiano, che la nascita ed il fortunato valore messo gli aveano sopra la fronte, il principal dovere del suo posto lo richiamò a ristabilire gli antichi limiti e l'antico splendore della monarchia. Il gran Re pertanto (tale era il superbo stile delle sue imbasciate all'Imperatore Alessandro) comandò ai Romani di ritirarsi immediatamente dalle province dei loro antenati, e cedendo ai Persiani l'Impero dell'Asia, contentarsi della tranquilla possessione dell'Europa. Questo altiero comando fu fatto da quattrocento dei più alti e più belli Persiani, i quali con i loro superbi cavalli, colle armi lucenti, e col magnifico treno ostentavano l'orgoglio e la grandezza del loro Signore[624]. Una tale imbasciata era piuttosto una dichiarazione di guerra, che un principio di trattato. Alessandro Severo ed Artaserse, radunando ambidue le forze militari dei loro Imperi, risolverono di comandare in persona le loro armate in quella importante contesa.
Se diamo fede a quella che sembrerebbe la più autentica di tutte le memorie, che è a dire, un'orazione ancora esistente, inviata dall'Imperatore medesimo al Senato, dobbiamo confessare che la vittoria di Alessandro Severo non fu inferiore ad alcuna di quelle riportate una volta sopra i Persiani dal figliuol di Filippo. L'armata del gran Re era di centoventimila uomini a cavallo vestiti con l'intera armatura di acciaio: di settecento elefanti, che portavano sul dorso torri piene di arcieri, e di mille ottocento carri armati di falci. Un cotanto formidabile esercito, simile al quale mai non si trova nella storia degli Orientali, ed è appena stato immaginato nei loro romanzi[625], fu sconfitto in una gran battaglia, nella quale il romano Alessandro si mostrò intrepido soldato ed abilissimo generale. Il gran Re fu messo in fuga dal di lui valore; e un immenso bottino e la conquista della Mesopotamia furono gl'immediati frutti di una segnalata vittoria. Tali sono le circostanze di così fastosa ed improbabile relazione, dettata, come troppo chiaramente apparisce, dalla vanità del Monarca, adornata dalla sfacciata adulazione dei cortigiani, e ricevuta senza contraddizione dal lontano, ed ossequioso Senato[626]. Lungi dal credere che le armi di Alessandro riportassero alcun memorabile vantaggio sopra i Persiani, siamo indotti a dubitare che tutta questa luce di gloria immaginaria fosse diretta a nascondere qualche vero disastro.
Sono confermati i nostri sospetti dall'autorità di uno storico contemporaneo, il quale parla con rispetto delle virtù di Alessandro, e con sincerità de' suoi difetti. Egli descrive il giudizioso disegno, ch'era stato formato per la condotta di quella guerra. Tre eserciti romani doveano invadere nel tempo stesso, e da tre diverse parti, la Persia: ma le operazioni della campagna, benchè saggiamente concertate, non vennero eseguite con abilità, o con buon successo. La prima di queste armate appena si fu innoltrata nelle paludose pianure di Babilonia, verso l'artificiale confluente dell'Eufrate e del Tigri[627], fu circondata dal numero superiore dei nemici, e distrutta dalle loro saette. L'alleanza di Cosroe re dell'Armenia[628], e il lungo tratto di montuoso paese, nel quale poco agiva la cavalleria persiana, aprì un libero ingresso nel cuore della Media alla seconda armata romana. Queste valorose truppe devastarono le province adiacenti, e con diversi felici combattimenti contro Artaserse diedero un debole colore alla vanità del Monarca romano. Ma la ritirata di questo esercito vittorioso fu imprudente, o almeno infelice. Ripassando i monti, un gran numero di soldati perì per la difficoltà delle strade, e pel rigore del verno. Era stato risoluto, che mentre questi due numerosi distaccamenti penetravano negli opposti confini dell'Impero persiano, il grosso dell'esercito, sotto il comando di Alessandro medesimo, sostenesse i loro assalti facendo un'invasione nel centro del Regno. Ma l'inesperto giovane, sedotto dai consigli della madre, e forse dai suoi timori, abbandonò quei coraggiosi soldati, e il bel prospetto della vittoria; e dopo aver consumato nella Mesopotamia un'estate in un ozio inglorioso, ricondusse ad Antiochia un'armata diminuita dalle malattie, ed irritata dal cattivo successo. La condotta di Artaserse era stata ben differente. Correndo rapidamente dai monti della Media alle paludi dell'Eufrate, si era da per tutto opposto in persona agl'invasori; e nell'una e nell'altra fortuna aveva unito alla più saggia condotta a la più intrepida risolutezza. Ma in diversi ostinati conflitti contro le legioni veterane di Roma, il Monarca persiano avea perduto il fiore delle sue truppe. Le sue vittorie medesime ne avevano indebolite le forze. In vano si presentarono alla sua ambizione le favorevoli occasioni dell'assenza di Alessandro, e della confusione, che succedè alla morte di quell'Imperatore. In vece di scacciare i Romani (com'ei pretendeva) dal continente dell'Asia, non gli fu possibile di togliere dalle loro mani la piccola provincia della Mesopotamia[629].
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Il Regno di Artaserse, che durò solamente 14 anni dopo l'ultima disfatta dei Parti, è un'epoca memorabile nella Storia orientale, e ancora nella romana. Sembra che il carattere di lui abbia avuto quell'espressione ardita ed imperiosa, che distingue generalmente i conquistatori degli eredi di un Impero. Fino all'ultimo periodo della Monarchia persiana, il codice delle sue leggi fu rispettato come la base del loro reggimento civile e religioso[630]. Molte delle sue sentenze si sono conservate. Una di queste particolarmente mostra una profonda cognizione della costituzione del Governo. «L'autorità del Principe» (diceva Artaserse) «deve essere difesa dalla forza militare; questa forza non può mantenersi che colle tasse; tutte le tasse devono, in ultimo, cadere sull'agricoltura; e l'agricoltura non può mai fiorire se non è protetta dalla giustizia e dalla moderazione[631].» Artaserse lasciò a Sapore, figlio degno di un sì gran padre, il suo nuovo Impero ed i suoi ambiziosi disegni contro i Romani; ma questi disegni erano troppo vasti per le forze della Persia, e servirono soltanto ad involgere ambedue le nazioni in una lunga serie di sanguinose guerre, e di scambievoli calamità.