I Persiani già da gran tempo dirozzati e corrotti, erano già lungi dal possedere quella marziale indipendenza, e quell'intrepido ardire di animo e di corpo, che hanno renduto i Barbari del settentrione padroni del Mondo. La scienza della guerra ch'era la più ragionata forza della Grecia e di Roma, come presentemente è dell'Europa, non fece mai progressi considerabili nell'Oriente. Quelle disciplinate evoluzioni che fanno agir di concerto ed animano una confusa moltitudine, erano sconosciute ai Persiani. Ignoravano parimente l'arte di costruire, assediare, e difendere le regolari fortificazioni. Si fidavano più nel numero che nel coraggio, e più nel coraggio che nella disciplina. L'infanteria era una truppa di contadini, codardi ed armati a metà, reclutati in fretta, ed adescati dalla speranza delle prede, e che egualmente si disperdevano per una vittoria o per una disfatta. Il Monarca ed i nobili portavano al campo la vanità ed il lusso del serraglio. Le militari operazioni erano impedite da un treno inutile di donne, di eunuchi, di cavalli e di cammelli; ed in mezzo ai successi di una fortunata campagna l'esercito persiano era spesso disperso, o distrutto da una fame improvvisa[632].
Ma i nobili Persiani, nel seno del lusso e del dispotismo, conservavano un forte sentimento di personale bravura, e d'onor nazionale. Dall'età di sette anni erano avvezzati a dir sempre la verità, a maneggiare l'arco, ed a cavalcare; e per confessione universale aveano in queste due ultime arti fatto progressi incredibili[633]. La gioventù più illustre veniva educata sotto l'occhio del Monarca. Faceva gli esercizj dinanzi alla porta del palazzo di lui, ed era severamente avvezzata alla temperanza, ed all'obbedienza nelle lunghe e faticose cacce. In ogni provincia, il Satrapo manteneva una simile scuola di virtù militare. I nobili persiani (tanto naturale è l'idea dei beni feudali) ricevevano dalla generosità del Re case e terreni, coll'obbligo di prestargli servizio in guerra. Alla prima chiamata montavano prontamente a cavallo, e con un guerriero e magnifico treno si univano ai numerosi corpi di guardie, ch'erano diligentemente scelte tra gli schiavi più robusti, e tra i più coraggiosi venturieri dell'Asia. Questi eserciti di cavalleria, e grave e leggiera, formidabile per l'impeto del primo assalto non meno che per la rapidità delle sue evoluzioni, minacciavano una vicina tempesta alle province orientali del decadente Impero romano[634].
CAPITOLO IX.
Stato della Germania fino all'invasione dei Barbari al tempo dell'Imperatore Decio.
Il governo e la religione della Persia hanno meritato qualche riguardo per la loro connessione colla decadenza e rovina dell'Impero romano. Noi faremo accidentalmente menzione delle tribù degli Sciti, e dei Sarmati, che colle loro armi, e co' loro cavalli, con i greggi e gli armenti, colle mogli e famiglie andavano errando per le immense pianure, che si stendono dal mar Caspio alla Vistola, dai confini della Persia a quelli della Germania. Ma i guerrieri Germani, che dopo avere resistito all'occidental monarchia dei Romani, ne divennero gl'invasori, e poi i distruttori, occuperanno un luogo più importante in questa Storia, ed hanno un diritto maggiore, e (se dir si può) più domestico per richiamare la nostra attenzione. Le più civili nazioni della moderna Europa uscirono dalle foreste della Germania, e nelle rozze istituzioni di quei Barbari si possono rintracciar tuttavia gli originali principj delle nostre leggi, e dei nostri costumi presenti. Tacito, il primo tra gli storici che applicasse la filosofia allo studio dei fatti, ha con occhio perspicace considerato i Germani nel loro primo stato di semplicità e d'indipendenza, e gli ha delineati coi soliti tratti del suo eccellente pennello. L'espressiva concisione delle sue descrizioni ha meritato di esercitare la diligenza d'innumerabili antiquarj, e di eccitare l'ingegno e l'acume degli storici filosofici de' nostri giorni. Questo soggetto, benchè vario e importante, è già stato discusso così spesso, così dottamente, e con tanto successo, che è divenuto ormai famigliare al lettore e difficile per lo scrittore. Ci contenteremo pertanto di osservare, o (per meglio dire) di ripetere alcune delle più importanti circostanze del clima, dei costumi, e delle istituzioni, per le quali i rozzi Barbari della Germania divennero nemici tanto formidabili alla potenza romana.
L'antica Germania, escludendo da' suoi indipendenti confini l'occidentale provincia del Reno, che già era soggetta al giogo romano, comprendeva una terza parte dell'Europa. Quasi tutta la moderna Germania, la Danimarca, la Norvegia, la Svezia, la Finlandia, la Livonia, la Prussia, e la maggior parte della Polonia erano popolate dalle diverse tribù di una numerosa nazione, le quali nel colore, nei costumi, e nel linguaggio indicavano una comune origine, e conservavano una forte rassomiglianza. All'occidente il Reno separava l'antica Germania dalle galliche province dell'Impero, e al mezzogiorno il Danubio la dividea dalle illiriche. La catena dei monti Carpazj, che cominciavano dal Danubio, copriva la Germania dalla parte della Dacia, o dell'Ungheria. La frontiera orientale era debolmente segnata dai timori scambievoli dei Germani e dei Sarmati, e spesso confusa per lo mescuglio delle due confinanti nazioni, ora nemiche ed ora confederate. Nella remota oscurità del Settentrione gli antichi descrivevano imperfettamente un gelato Oceano che giace di là del Baltico, e dalla penisola, ovvero dall'isole[635] della Scandinavia.
Alcuni ingegnosi Scrittori[636] hanno sospettato che l'Europa fosse prima molto più fredda di quel che sia di presente, e le più antiche descrizioni del clima della Germania tendono moltissimo a confermare la loro teoria. Poco forse meritano di essere considerate le generali lagnanze d'intenso gelo, e di perpetuo inverno, giacchè non abbiamo un metodo di ridurre all'esatta misura del termometro i sensi o le espressioni di un oratore nato nelle più fortunate regioni della Grecia o dell'Asia. Ma io sceglierò due notevoli e meno equivoche prove. I. I due grandi fiumi, che coprivano le province romane, il Reno ed il Danubio, erano spesso gelati, e capaci di sostenere i pesi più enormi. I Barbari, scegliendo sovente quella rigida stagione per le loro incursioni, passavano senza timore o pericolo, con le loro numerose armate, con la cavalleria e con i pesanti carri sopra un vasto e stabile ponte di ghiaccio[637]. I secoli moderni non ci hanno dato alcun esempio di somigliante fenomeno. II. I Rangiferi, quegli animali sì utili, da cui ricava il Selvaggio del Settentrione i migliori sollievi della sua orrida vita, sono di un temperamento che soffre, anzi richiede il freddo più intenso. Si trovano sugli scogli di Spitzberg, dentro dieci gradi dal polo; sembrano dilettarsi delle nevi della Lapponia e della Siberia; ma adesso non possono vivere, e molto meno moltiplicare, in alcun paese al mezzogiorno del Baltico[638]. Ai tempi di Cesare i Rangiferi, come pure la Gran Bestia ed il toro salvatico, erano naturali della selva Ercinia, che allora occupava una gran parte della Germania e della Polonia[639]. I moderni miglioramenti spiegano abbastanza le cagioni della diminuzione del freddo. A poco a poco si sono abbattuti quei boschi immensi, che toglievano al suolo i raggi solari[640]. Si sono seccate le paludi, ed a proporzione che il terreno è stato coltivato, l'aria è divenuta più temperata. Il Canadà ai giorni nostri è l'esatto quadro dell'antica Germania. Benchè situato sotto il medesimo parallelo colle più belle province della Francia e dell'Inghilterra, soffre quel paese il freddo più rigoroso. Vi sono in gran numero i Rangiferi; la terra è coperta di neve alta e durevole; ed il gran fiume di S. Lorenzo è regolarmente gelato in una stagione, nella quale le acque della Senna e del Tamigi sono ordinariamente sciolte dal ghiaccio[641].
È difficile il determinare, e facile l'ingrandire l'influenza del clima dell'antica Germania sopra gli animi e sopra i corpi dei nazionali. Molti Scrittori hanno supposto, e moltissimi hanno affermato (benchè, per quanto sembra, senza alcuna adeguata prova) che il freddo rigoroso del settentrione fosse favorevole alla lunga vita, ed alla forza generatrice; che le donne vi fossero più feconde, e la specie umana più prolifica, che nei climi più caldi o più temperati[642]. Noi possiamo asserire con maggior confidanza che l'aria pungente della Germania formasse le grandi e maschie membra dei nazionali, i quali erano in generale di una più alla statura, che i popoli del mezzogiorno[643]; e desse loro una specie di forza meglio adatta ai violenti esercizj che alla paziente fatica; ed inspirasse un valor macchinale, che è l'effetto dei nervi e degli spiriti. L'asprezza di una campagna d'inverno, che agghiacciava il coraggio dello truppe romane, veniva appena sentita da quei robusti figli del Settentrione[644], i quali erano a lor volta incapaci di resistere ai calori estivi, e cadevano in languidezza ed infermità sotto i raggi d'un sole d'Italia[645].
Non v'è in tutto il globo un largo tratto di paese, che sia stato scoperto privo d'abitatori, o la cui prima popolazione possa fissarsi con qualche grado di storica certezza. E ciò non ostante, siccome le menti le più filosofiche possono raramente trattenersi dall'investigare l'infanzia delle grandi nazioni, la nostra curiosità si consuma in faticosi ed inutili sforzi. Quando Tacito considerò la purità del sangue germano, e il ributtante aspetto del paese, si determinò a dichiarare Indigeni, ovvero nativi del suolo quei barbari. Possiamo asserire con sicurezza e forse con verità, che l'antica Germania non fu originariamente popolata da alcuna colonia straniera, già unita in società politica[646], ma che il nome e la nazione riceverono l'esistenza dalla lenta unione dei vagabondi selvaggi delle Ercinie foreste. Il sostenere che quei Selvaggi erano una naturale produzione della terra da loro abitata, sarebbe una temeraria dottrina, condannata dalla religione, e non sostenuta dalla ragione.
Un dubbio così ragionevole mal si combina collo spirito della vanità popolare. Le nazioni, che adottarono la storia Mosaica del Mondo, han fatto dell'Arca di Noè quell'uso medesimo che fecero una volta i Greci e i Romani dell'assedio di Troia. Sulla angusta base di quella riconosciuta verità, è stato innalzato un vasto ma uniforme edifizio di favole; ed il rozzo Irlandese[647] non meno che il Tartaro selvaggio[648] potrebbero indicare qual fu tra i figli di Jafet quegli, da' cui lombi direttamente discesero i lor maggiori. L'ultimo secolo fu fertile in dottissimi e creduli antiquarj, i quali colla dubbia scorta delle leggende e delle tradizioni, delle congetture e delle etimologie, condussero i discendenti di Noè dalla torre di Babel fino alle estremità del Globo. Tra que' critici giudiziosi, Olao Rudbeck, professore dell'Università di Upsal[649], è il più dilettevole. Questo zelante cittadino riferisce alla sua patria tutto ciò, che vi ha di celebre nella favola o nella storia. Dalla Svezia (ch'era una parte considerabile della Germania) riceverono i Greci il loro alfabeto, la religione e l'astronomia. Quella amena regione, (che tal pareva agli occhi di un nazionale), avea dato luogo alle deboli ed imperfette copie dell'Atlantide di Platone, del paese degli Iperborei, degli orti Esperidi, delle Isole Fortunate, e dei campi Elisi. Un clima, sì prodigamente favorito dalla natura, non potea rimanere lungo tempo disabitato dopo il diluvio. Il dotto Rudbeck concede alla famiglia di Noè pochi anni per moltiplicare da otto sole persone a ventimila. Li disperde quindi in diverse piccole colonie per popolar la terra e propagare la specie umana. Il distaccamento germano o svezzese (che, se non m'inganno, marciò sotto il comando di Askenaz, figlio di Gomer, figlio di Jafet) si distinse con una straordinaria diligenza nel proseguimento di questa grand'opera. Il settentrionale alveare mandò i suoi sciami nella maggior parte della Europa, dell'Affrica e dell'Asia, e (per servirsi della metafora dell'autore) il sangue tornò indietro dalle estremità al cuore.