Nel regno dell'Imperator Caracalla uno sciame innumerabile di Svevi comparve sulle rive del Meno, ed in vicinanza delle province romane, in cerca o di vettovaglie, o di bottino, o di gloria[806]. Questa precipitosa armata di volontarj divenne a poco a poco una grande e stabil nazione, e composta essendo di tante diverse Tribù, prese il nome di Alemanni, ovvero All-men, tutti-uomini, per denotare insieme la loro diversa discendenza, ed il comune valore[807]. Fu questo ultimo ben tosto dai Romani provato in molte ostili irruzioni. Combattevano gli Alemanni specialmente a cavallo; ma la cavalleria loro era ancora più formidabile per un miscuglio d'infanteria leggiera, scelta tra i giovani più coraggiosi ed attivi, assuefatti dal frequente esercizio ad accompagnare i cavalieri nella più lunga marcia, nel più furioso assalto, o nella più precipitosa ritirata[808].
Erano quei bellicosi Germani rimasti attoniti dagli immensi preparativi di Alessandro Severo, e furono atterriti dalle armi del suo successore, barbaro eguale ad essi in valore ed in fierezza. Ma sempre scorrendo per le frontiere dell'Impero, accrebbero il generale disordine, che seguitò la morte di Decio. Crudeli ferite essi impressero nelle ricche province della Gallia, e furono i primi a squarciare il velo, che copriva la debole maestà dell'Italia. Un numeroso corpo di Alemanni passò il Danubio, e per le alpi Rezie penetrò nelle pianure della Lombardia, si avanzò fino a Ravenna, e spiegò le vittoriose insegne dei Barbari, quasi al cospetto di Roma[809]. L'insulto e il pericolo riaccesero nel Senato qualche scintilla della sua antica virtù. Erano ambi gl'Imperatori impegnati in guerre molto lontano, Valeriano nell'Oriente, e Gallieno sul Reno. Non aveano i Romani altro scampo ed altre speranze che in se stessi. In tale urgenza presero i Senatori la difesa della Repubblica, condussero fuori i Pretoriani, ch'erano stati lasciati per guarnigione nella Capitale, e ne compirono il numero, arrolando al pubblico servizio i più robusti e volonterosi plebei. Sbigottiti gli Alemanni dall'improvvisa comparsa di un esercito assai più numeroso del loro, si ritirarono nella Germania carichi di prede; e fu la ritirata loro dagl'imbelli Romani[810] considerata come una vittoria.
Quando Gallieno ricevè la notizia ch'era la sua Capitale liberata dai Barbari, rimase molto men soddisfatto che intimorito del coraggio dei Senatori, giacchè poteva questo un giorno animarli a liberare la Repubblica dalla domestica tirannide, come da una straniera invasione. Fu la sua timida ingratitudine disvelata ai suoi sudditi in un editto, che proibiva ai Senatori l'esercizio d'ogni militare impiego, e sino l'accostarsi ai campi delle legioni. Ma erano mal fondati i suoi timori. I ricchi e delicati nobili, ricadendo nel loro naturale carattere, accettarono come un favore questa disonorante esenzione dal militare servizio; e finchè poterono godere i loro teatri, i bagni e le ville loro, rimisero con piacere nelle rozze mani dei contadini e dei soldati[811] le più pericolose cure dell'Impero.
Un'altra invasione degli Alemanni, di più glorioso successo, vien riferita da uno Scrittore del basso Impero. Dicesi che trecentomila di quella bellicosa nazione furono vinti in una battaglia vicino a Milano da Gallieno in persona, alla testa di soli diecimila Romani[812]. Possiam per altro con gran probabilità attribuire questa incredibil vittoria o alla credulità dello Storico, o ad alcune esagerate imprese di qualche Generale di Gallieno. Procurò quest'ultimo, con armi molto diverse, di assicurare l'Italia contro il furor dei Germani. Egli sposò Pipa figlia di un Re dei Marcomanni, Tribù sveva, che fu spesso confusa cogli Alemanni nelle loro guerre e conquiste[813]. Al Padre, come in prezzo della sua alleanza, egli accordò un vasto stabilimento nella Pannonia. Sembra che i naturali vezzi di una rozza beltà fissassero in quella Principessa gli affetti dell'incostante Imperatore, ed i legami della politica furono più saldamente connessi da quei dell'amore. Ma il superbo pregiudizio di Roma negò sempre il nome di matrimonio alla profana unione di un cittadino con una Barbara; e infamò la Principessa germana coll'obbrobrioso titolo di concubina di Gallieno[814].
III. Noi abbiamo di già tracciato i Goti nelle loro emigrazioni dalla Scandinavia, o almen dalla Prussia alla foce del Boristene, e seguitate le vittoriose loro armi dal Boristene al Danubio. Sotto i regni di Valeriano e di Gallieno la frontiera dell'ultimo di questi fiumi fu perpetuamente infestata dalle irruzioni dei Germani, o dei Sarmati; ma fu dai Romani difesa con insolita fermezza e fortuna. Lo province, ch'erano il teatro della guerra, fornivano agli eserciti romani un inesauribil rinforzo di coraggiosi soldati; e più d'uno di quegl'illirici contadini arrivò al grado di Generale, e ne spiegò la perizia. Benchè alcune turme volanti di Barbari, che scorrevano continuamente sulle rive del Danubio, penetrassero talvolta sino ai confini dell'Italia e della Macedonia, era però ordinariamente dai Generali imperiali o arrestato il loro progresso, o intercetto il loro ritorno[815]. Ma il gran torrente delle gotiche ostilità fu divertito in un canale molto differente. I Goti, nel nuovo loro stabilimento nell'Ucrania, divennero presto padroni della costa settentrionale dell'Eusino. Al mezzogiorno di quel mare interno erano situate le molli ed opulenti province dell'Asia Minore, le quali avevano tutto ciò che poteva allettare un Barbaro conquistatore, e nulla che potesse resistergli.
Le rive del Boristene sono sessanta miglia solamente lontane dall'angusto ingresso[816] della penisola della Crimea, nota agli antichi sotto il nome di Chersoneso Taurico[817]. Su quelle inospite spiagge Euripide (adornando con arte eccellente le favole dell'antichità) ha situata la scena di una delle sue più commoventi tragedie[818]. I sanguinosi sacrifizj di Diana, l'arrivo di Oreste e di Pilade, ed il trionfo della virtù e della religione contro una selvaggia ferocia, servono per rappresentare una storica verità, che i Tauri, originarj abitatori della penisola, furono in qualche grado riformati nei loro brutali costumi dal commercio a poco a poco introdotto colle greche colonie, stabilitesi lungo la costa marittima. Il piccol regno del Bosforo, la cui Capitale era situata su gli stretti, pe' quali la palude Meotide comunica coll'Eusino, era composto di degenerati Greci, e di Barbari per metà ridotti al viver civile. Sussisteva questo come Stato indipendente, sin dal tempo della guerra del Peloponeso[819]: fu finalmente assorbito dall'ambizione di Mitridate[820], e col resto de' suoi dominj cadde poi sotto il peso dell'armi romane. Al tempo di Augusto[821] erano i Re del Bosforo umili, ma non inutili alleati dell'Impero. Coi doni, colle armi, e con una debole fortificazione fatta a traverso dell'Istmo, essi effettivamente difendeano contro gli erranti devastatori della Sarmazia l'accesso di un paese, che per la sua particolar situazione, e per gli adattati suoi porti comandava al mare Eusino ed all'Asia minore[822]. Finchè ne resse lo scettro una continuata linea di Regi, essi sostennero con vigilanza e buon successo l'importante lor peso. Le domestiche fazioni ed i timori, o il privato interesse di oscuri usurpatori, che s'impadronirono del trono vacante, ammisero i Goti nel centro del Bosforo. Coll'acquisto di una superflua estensione di fertile terreno, ottennero i vincitori il comando di una forza navale, bastante a trasportare i loro eserciti sulla costa dell'Asia[823]. I vascelli che usavansi nella navigazione dell'Eusino, erano di una costruzione molto singolare. Erano leggiere barche col fondo piano, fatte solamente di legno senza alcuna mescolanza di ferro, e ad ogni apparenza di tempesta coprivansi con un tetto inclinato[824]. In queste galleggianti case, i Goti sconsideratamente si affidarono alla discrezione di un mare sconosciuto, sotto la scorta di marinari forzati al servizio, la cui perizia e fedeltà erano egualmente sospette. Ma la speranza di saccheggiare aveva bandita ogni idea di pericolo, ed una naturale intrepidezza di carattere equivaleva nel loro animo a quella ragionevol confidanza, che è il giusto frutto del sapere e della esperienza. Guerrieri di animo così audace debbono ben e spesso aver mormorato contro la codardia delle loro guide, che richiedevano le più forti sicurezze di una stabile calma, prima di arrischiarsi all'imbarco, e che si sarebbero con pena lasciate indurre a perder di vista la terra. Tale almeno è l'uso dei Turchi moderni[825], niente inferiori probabilmente nell'arte della navigazione agli antichi abitatori del Bosforo.
La flotta dei Goti, lasciando a sinistra la costa della Circassia, si fece per la prima volta vedere davanti Pizio[826], ultimo confine delle province romane; città provveduta di un buon porto, e fortificata con salde mura. Quivi essi trovarono una resistenza più ostinata di quella che potessero aspettarsi dalla debole guarnigione di una remota fortezza. Furono essi respinti; e parve che il lor disastro diminuisse il terrore del gotico nome. Finchè Successiano, uffiziale di un grado e di un merito eminente, difese quella frontiera, inutili riuscirono tutti i loro sforzi: ma appena fu egli trasferito da Valeriano in un più onorevole, ma meno importante posto, ricominciarono essi l'assedio di Pizio, e colla distruzione di quella città cancellarono la memoria della loro prima disgrazia[827].
Girando intorno all'orientale estremità del mare Eusino, la navigazione da Pizio a Trebisonda è di quasi trecento miglia[828]. Il corso dei Goti li portò in vista del paese di Colchide, famoso tanto per la spedizione degli Argonauti; e tentarono persino (benchè senza successo) di saccheggiare un ricco tempio sulla foce del fiume Fasi. Trebisonda, celebrata nella ritirata dei diecimila come una antica colonia di Greci[829], dovea la sua opulenza ed il suo splendore alla munificenza dell'Imperatore Adriano, che aveva costruito un porto artificiale sopra una costa, lasciata dalla natura priva di sicuri ricoveri[830]. Era la città vasta e popolata; un doppio recinto di mura parea sfidare il furore dei Goti, e la solita guarnigione era stata rinforzata con l'aumento di diecimila uomini. Ma non vi è alcun vantaggio capace di supplire alla mancanza della disciplina e della vigilanza. La numerosa guarnigione di Trebisonda, corrotta dagli stravizzi e dal lusso, non si curò di difendere le inespugnabili sue fortificazioni. Presto conobbero i Goti l'estrema negligenza degli assediati, eressero un'alta catasta di fascino, montarono sulle mura nel silenzio della notte, ed entrarono in quella indifesa città colla spada sguainata. Fu trucidato il popolo tutto, mentre gli spaventati soldati fuggivano per le opposte porte. Furono nella general distruzione involti i tempj più sacri, ed i più illustri edifizj. Il bottino che cadde nelle mani del Goti fu immenso. Le ricchezze degli adiacenti paesi erano state depositate in Trebisonda, come in luogo sicuro. Incredibile fu il numero degli schiavi fatti dai Barbari vittoriosi, i quali scorsero senza opposizione per l'estesa provincia del Ponto[831]. Le ricche spoglie di Trebisonda riempirono una moltitudine di vascelli trovati nel porto. La robusta gioventù della costa marittima fu incatenata al remo; ed i Goti, soddisfatti del successo della lor prima navale spedizione, ritornarono trionfanti ai loro nuovi stabilimenti nel regno del Bosforo[832].
La seconda spedizione dei Goti fu intrapresa con forze maggiori di uomini e di vascelli; ma tennero essi un corso diverso, e disprezzando le devastate province del Ponto, costeggiarono il lido occidentale dell'Eusino, passarono dinanzi alle larghe foci del Boristene, del Niester, e del Danubio, ed aumentando la lor flotta colla presa di molte barche di pescatori, si accostarono all'angusto canale, per cui l'Eusino versa le sue acque nel Mediterraneo, e divide i continenti dell'Europa e dell'Asia. Era la guarnigione di Calcedonia accampata vicino al tempio di Giove Urio sopra un promontorio, che dominava l'ingresso dello stretto, e questo corpo di truppe superava l'armata Gotica, tanto piccolo era il numero di quei barbarici e sì temuti invasori, ma nel numero solamente la superava. Abbandonarono queste truppe precipitosamente il vantaggioso lor posto, lasciando alla discrezione dei conquistatori la città di Calcedonia, di armi e di ricchezze la più copiosamente provvista. Mentre dubitavano i Goti se preferir dovessero, il mare alla terra, l'Europa all'Asia, per teatro delle loro ostilità, un perfido fuggitivo indicò Nicomedia, già capitale dei Re della Bitinia, come ricca e facil conquista. Guidò egli la marcia, che fu di sole sessanta miglia dal campo di Calcedonia, diresse l'irresistibile assalto[833], e a parte fu del bottino; giacchè aveano i Goti acquistata bastante politica per ricompensare un traditore, che detestavano. Nice, Prusa, Apamea, Cio, città emule un tempo, o imitatrici dello splendore di Nicomedia, furono involte nella stessa calamità, che in poche settimane infierì senza contrasto alcuno in tutta la provincia della Bitinia. Trecento anni di pace, goduti dai molli abitatori dell'Asia, avevano abolito l'esercizio delle armi, ed allontanato il timor del pericolo. Si lasciavano cadere le antiche mura, e tutta l'entrata delle più opulenti città si riservava per la costruzione dei Bagni, dei Tempi, e dei Teatri[834].
Quando la città di Cizico resistè a' più grandi sforzi di Mitridate[835], si distingueva per le savie sue leggi, per una forza navale di dugento galere, e per tre arsenali d'armi, di macchine militari, e di grano[836]. Era essa tuttavia la sede dell'opulenza e del lusso; ma niente più le restava dell'antica sua forza che la situazione in una piccola isola della Propontide, unita con due ponti solamente al continente dell'Asia. Dopo il sacco di Prusa, si avanzarono i Goti a diciotto miglia da quella città[837], già da loro destinata alla distruzione; ma un fortunato accidente differì la rovina di Cizico. Era la stagione piovosa, ed il lago Apolloniate, ricetto di tutte le acque del monte Olimpo, crebbe ad un'insolita altezza. Il piccolo Rindaco, che scaturisce dal lago, divenne, gonfiando, un ampio e rapido fiume, ed arrestò il progresso dei Goti. La loro ritirata nella marittima città di Eraclea, dov'era probabilmente la flotta, fu accompagnata da un lungo treno di carri carichi delle spoglie della Bitinia, e segnata dalle fiamme di Nice e di Nicomedia da loro per diletto incendiate[838]. Si riportano alcuni oscuri argomenti di una incerta battaglia, che assicurò la loro ritirata[839]. Ma una piena vittoria ancora stata sarebbe di poco vantaggio, giacchè l'avvicinamento dell'equinozio autunnale intimava ad essi di affrettare il ritorno. Il navigare nell'Eusino avanti il mese di Maggio, o dopo quel di settembre, è stimato dai Turchi moderni come il più certo esempio di temerità o di pazzia[840].