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Ma furono assai più irritati i Romani, allorchè si avvidero che neppure il sacrificio del loro onore assicurato aveva il loro riposo. Il fatal secreto dell'opulenza e della debolezza dell'Impero era stato svelato al Mondo. Nuovi sciami di Barbari incoraggiati dal buon successo, e che non credevansi vincolati dall'obbligazione dei loro fratelli, sparsero la devastazione per le province illiriche, ed il terrore fino alle porte di Roma. Prese Emiliano Governatore della Pannonia e della Mesia la difesa della Monarchia, che abbandonata sembrava dal pusillanime Imperatore; e radunando le forze disperse, rianimò il languente coraggio delle truppe. Furono inaspettatamente i Barbari assaliti, sconfitti, cacciati e perseguitati di là dai Danubio. Il vittorioso condottiere distribuì per donativo il denaro raccolto pel tributo; e le acclamazioni dei soldati lo acclamarono Imperatore sul campo di battaglia[778]. Gallo, che trascurando la generale prosperità, s'ingolfava nei piaceri dell'Italia, fu quasi nel tempo medesimo informato del successo della ribellione, e del rapido avvicinarsi dell'ambizioso suo Luogotenente. Si avanzò ad incontrarlo fino nelle pianure di Spoleto. Quando gli eserciti furono in vista un dell'altro, i soldati di Gallo paragonarono l'ignominiosa condotta del loro Sovrano colla gloria del suo rivale. Ammirarono il valore di Emiliano, e furono attratti dalla sua liberalità, che offeriva a tutti i disertori un considerabile aumento di paga[779]. L'uccisione di Gallo e del suo figliuolo Volusiano, terminò la guerra civile; ed il Senato diede una legittima sanzione ai diritti della conquista. Le lettere di Emiliano a quell'assemblea erano un misto di moderazione, e di vanità. Egli assicurava i Senatori che avrebbe rimesso alla loro prudenza il governo civile; e che contentandosi della qualità di lor Generale, avrebbe in poco tempo assicurata la gloria di Roma, e liberato l'Impero da tutti i Barbari del Settentrione, e dell'Oriente[780]. Fu la costui superbia adulata dagli applausi del Senato; ed esistono tuttora medaglie che lo rappresentano col nome e cogli attributi di Ercole Vittorioso, e di Marte Vendicatore[781].
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Se il nuovo Monarca avea le qualità necessarie per soddisfare a queste illustri promesse, gli mancò però il tempo a farlo. Non passarono quattro mesi dalla vittoria alla caduta[782]. Egli aveva vinto Gallo, ma cedè sotto il peso di un più formidabile competitore. Quell'infelice Principe avea mandato Valeriano, già distinto coll'onorevol titolo di Censore, per condurre in suo aiuto le legioni della Gallia, e della Germania[783]. Eseguì Valeriano la commissione con zelo e fedeltà; ed essendo giunto troppo tardi per salvare il suo Sovrano, deliberò vendicarlo. Le truppe di Emiliano, che stavano ancora accampate nelle pianure di Spoleto, furono intimorite dalla santità del suo carattere, ma molto più dalla forza superiore dell'esercito; e divenute ormai incapaci di una personale affezione, come sempre lo erano state di una massima costituzionale, s'imbrattarono subitamente le mani nel sangue di un Principe, che poc'anzi era stato oggetto della loro parziale elezione. Essi commisero il delitto, ma Valeriano solo ne colse il frutto. Egli ottenne il possesso del trono, col mezzo, è vero, della guerra civile, ma con un grado d'innocenza, rara in quel secolo di rivoluzioni; perocchè egli non doveva nè gratitudine nè fedeltà al suo predecessore, che balzato aveva dal soglio.
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Era Valeriano nell'età di quasi sessant'anni[784] quando gli fu conferita la porpora, non dal capriccio del popolo, o dai clamori dell'esercito, ma dall'unanime voce del Mondo romano. Nella sua elevazione per gradi agli onori dello Stato egli aveva meritato il favore dei Principi virtuosi, e si era dichiarato nemico dei tiranni[785]. La nobile sua nascita, i suoi dolci ed irreprensibili costumi, il suo sapere, la prudenza e l'esperienza sua erano venerate dal Senato e dal Popolo; e se il Genere Umano (secondo l'osservazione di un antico Scrittore) avuto avesse la libertà di scegliersi un padrone, sarebbe sicuramente in Valeriano caduta la scelta[786]. Forse non era il merito di questo Imperatore adeguato alla sua riputazione; forse i suoi talenti erano indeboliti e raffreddati dalla vecchiezza, o almeno tal era il suo spirito. La conoscenza del suo declinare lo trasse a dividere il trono con un più giovine e più attivo collega[787]: le necessità del tempo chiedevano un Generale non meno che un principe; e la sperienza del romano Censore avrebbe dovuto guidarlo nel conferire la porpora imperiale a chi la meritasse, qual ricompensa di guerriera virtù. Ma in cambio di fare una giudiziosa scelta, che avrebbe assodato il suo regno e fatto amare la sua memoria, Valeriano, non consultando che i dettami dell'affetto o della vanità, immediatamente investì de' supremi onori il suo figliuolo Gallieno, giovane i cui effeminati vizj erano fino allora rimasti ascosi dall'oscurità di una condizione privata. Il governo congiunto del padre e del figlio durò circa sette anni, e l'amministrazione sola di Gallieno ne continuò circa otto altri. Ma tutto quel periodo di tempo fu una serie non interrotta di confusione, e di calamità. Siccome l'Impero romano, nel tempo stesso e per ogni parte, venne assalito dal cieco furor di stranieri invasori, e dalla feroce ambizione di usurpatori domestici, così noi serviremo all'ordine e alla chiarezza, seguitando non tanto l'incerta serie delle date, quanto la più naturale distribuzione delle materie. I più pericolosi nemici di Roma durante il Regno di Valeriano e Gallieno furono 1. i Franchi 2. gli Alemanni 3. i Goti 4. i Persiani. Sotto queste generali denominazioni si possono comprendere le avventure delle meno considerabili tribù, i cui oscuri e barbari nomi servirebbero solamente ad opprimere la memoria, e a confondere l'attenzione del leggitore.
I. La posterità dei Franchi compone una delle più grandi ed illuminate nazioni dell'Europa; laonde le forze dell'erudizione e dell'ingegno si sono esaurite nella ricerca dei loro inculti antenati. Alle novelle della credulità, sono successi i sistemi della fantasia. È stato esaminato ogni passo, e veduto ogni luogo, che rivelar potesse alcune deboli tracce dell'origine loro. È stato supposto che la Pannonia[788], che la Gallia, che le parti settentrionali della Germania[789] abbiano dato i natali a quella celebre colonia di guerrieri. Finalmente i critici più ragionevoli, rigettando le fittizie emigrazioni d'ideali conquistatori, sono convenuti in un sentimento, la cui semplicità ne persuade la verità[790]. Suppongono essi che verso l'anno dugentoquaranta[791] si formasse sotto il nome di Franchi una nuova confederazione degli antichi abitatoti del Reno inferiore e del Weser. Il presente circolo di Vestfalia, il Langraviato di Assia, ed i Ducati di Brunsvich e Luneburgo furono l'antica sede dei Chauci, che nelle inaccessibili loro paludi sfidarono le armi romane[792]; dei Cherusci, superbi della fama di Arminio; dei Catti, formidabili per la ferma ed intrepida loro infanteria; e di diverse altre tribù d'inferiore potenza e riputazione[793]. L'amore della libertà era la dominante passione di questi Germani, il godimento di quella il loro miglior tesoro, e la voce, ch'esprimeva un tal godimento, era la più dolce alle loro orecchie. Meritarono essi, e presero, e conservarono il glorioso epiteto di Franchi o uomini liberi, che nascondeva, ma non distruggeva i particolari nomi dei varj popoli confederati[794]. Il tacito consenso, ed il vantaggio scambievole dettarono le prime le prime leggi di quella unione; l'uso e l'esperienza l'assodarono a poco a poco. La lega dei Franchi può in qualche modo paragonarsi al Corpo Elvetico, nel quale ogni Cantone ritenendo la sua indipendente sovranità, consulta insieme co' suoi fratelli nella causa comune, senza riconoscere l'autorità di verun Capo supremo o di una rappresentante assemblea[795]. Ma il principio delle due confederazioni era estremamente diverso. Uno spirito incostante, la sete della rapina, ed il violamento de più solenni trattati disonorarono il carattere dei Franchi.
Avevano i Romani per lungo tempo sperimentato l'ardimentoso valore dei popoli della Germania inferiore; l'unione delle loro forze minacciò alla Gallia una più formidabile invasione, e richiese la presenza di Gallieno, erede e collega della imperiale dignità[796]. Mentre questo Principe, col suo figliuolo Salonino ancora fanciullo, spiegava nella Corte di Treveri la maestà dell'Impero, erano le sue armate abilmente condotte da Postumo loro Generale, il quale, benchè tradisse di poi la famiglia di Valeriano, fu però sempre fedele al grande interesse della Monarchia. L'ingannevole linguaggio dei panegirici e delle medaglie oscuramente annunzia una lunga serie di vittorie. I trofei ed i titoli attestano (se può questa prova attestare) la fama di Postumo, ch'è ripetutamente chiamato il conquistator dei Germani ed il liberator della Gallia[797].
Ma un semplice fatto (il solo veramente, di cui abbiamo una esatta notizia) distrugge in gran parte questi monumenti della vanità e dell'adulazione. Il Reno, benchè onorato col titolo di baluardo delle province, fu un debol riparo contro l'ardito ed intraprendente spirito, ond'erano i Franchi animati. Le rapide loro devastazioni si estesero dal fiume alle falde dei Pirenei; nè furono da questi monti arrestate. La Spagna, che non mai avea temute le irruzioni dei Germani, non potè loro resistere. Per dodici anni (la maggior parte del regno di Gallieno) quella opulente contrada fu il teatro d'ineguali e devastatrici ostilità. Tarragona, florida capitale di una pacifica provincia, fu saccheggiata e quasi distrutta[798]; e fino ai giorni di Orosio, che scriveva nel quinto secolo, poche miserabili capanne sparse tra le rovine delle magnifiche città, rammentavano ancora il furore dei Barbari[799]. Quando nel desolato paese non più trovarono i Franchi da saccheggiare, presero alcuni vascelli nei porti della Spagna[800], e si trasportarono nella Mauritania. Rimase quella remota provincia atterrita dal furore di questi Barbari, che parevano all'improvviso caduti da un nuovo Mondo; giacchè il loro nome, i loro costumi, ed il loro aspetto erano ugualmente sconosciuti sulle coste dell'Affrica[801].
II. In quella parte della Sassonia superiore di là dall'Elba, detta adesso il Marchesato di Lusazia, sorgeva negli antichi tempi un sacro bosco, tremenda sede della superstizion degli Svevi. Non era ad alcuno permesso di entrare nel sacro recinto, senza confessare con servili legami e con supplichevole positura, l'immediata presenza del Nume supremo[802]. Il patriottismo insieme e la devozione contribuirono a rendere sacro il Sonnenwald, o sia bosco dei Sennoni[803]. Si credeva universalmente che avesse la nazione ricevuta la sua prima esistenza in quel sacro luogo. In certi determinati tempi le numerose Tribù che vantavano il sangue svevico, vi concorrevano per mezzo dei loro ambasciatori; e vi si perpetuava con barbari riti e con umani sacrifizi la memoria della comune loro origine. Il molto esteso nome degli Svevi empieva le interne contrade della Germania dalle rive dell'Oder a quello del Danubio. Si distinguevano essi dagli altri Germani per la maniera particolare di acconciare i lunghi loro capelli che rozzamente annodavano in cima alla testa; e si dilettavano di un ornamento, che facea comparire più alte e più terribili le loro schiere agli occhi dei nemici[804]. Gelosi, come lo erano i Germani della gloria militare, riconoscevano tutti il superior valore degli Svevi, e le Tribù digli Usipeti, e dei Tencteri, che con numeroso esercito si fecero incontro a Cesare il Dittatore, si dichiaravano di non recarsi a vergogna l'essere fuggiti dinanzi ad un popolo, alle armi del quale neppure gli stessi Dei immortali potrebber resistere[805].