I paesi degli Sciti, che verso l'Oriente confinavano coi nuovi stabilimenti dei Goti, non presentavano alle loro armi se non se l'incerto evento di una inutile vittoria. Ma allettante assai più era l'aspetto dei territorj romani; e le campagne della Dacia erano coperte di messi ubertose, seminate dalle mani di un popolo industrioso, ed esposte ad essere raccolte da quelle di una nazione guerriera. È probabile che le conquiste di Traiano, conservate dai suoi successori più per un decoro ideale, che per alcun reale vantaggio, avessero contribuito a indebolire l'Impero da quella parte. La nuova e non bene ancora stabilita provincia della Dacia non era nè forte abbastanza per resistere alla rapacità dei Barbari, nè ricca assai per saziarla. Finchè le remote rive del Niester si considerarono come gli argini della potenza romana, le fortificazioni del Danubio inferiore furono più trascuratamente custodite, e gli abitanti della Mesia vissero in una indolente sicurezza, scioccamente credendosi ad una inaccessibil distanza da qualunque Barbaro invasore. L'irruzione dei Goti sotto il regno di Filippo, fu per loro un disinganno funesto. Il Re o sia condottiero di quella feroce nazione traversò con disprezzo la Dacia, e passò il Niester ed il Danubio senza incontrare ostacolo, che ritardar potesse i suoi progressi. Il rilassamento della disciplina fece perdere alle guarnigioni romane i posti più importanti, ed il timore del meritato castigo indusse gran parte di loro ad arrolarsi sotto le insegne dei Goti. Comparve finalmente quella moltitudine di tanti diversi Barbari sotto le mura di Marcianopoli, città fabbricata da Traiano in onore della sorella, e Capitale allora della seconda Mesia[750]. Gli abitanti furono contenti di riscattare le loro vite ed i loro beni con una somma considerabile, e gl'invasori si ritirarono di nuovo nei loro deserti, animati, anzichè soddisfatti dai primi successi dell'armi loro contro un ricco, ma debol paese. Venne ben presto a Decio la nuova che Gniva, Re dei Goti, avea di nuovo passato il Danubio con forze più considerabili; che i suoi numerosi distaccamenti devastavano la Mesia; mentre il grosso dell'esercito, consistente in 70000 Germani e Sarmati, forza sufficiente per le più ardite imprese, esigeva la presenza del Monarca romano, e lo sforzo del suo poter militare.
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Decio trovò i Goti che assediavano Nicopoli sull'Iatro, uno dei molti monumenti delle vittorie di Traiano[751]. Levarono essi al suo arrivo l'assedio, ma con idea soltanto di marciare ad una più importante conquista, all'assedio di Filippopoli, città della Tracia, fondata dal Padre di Alessandro, presso alle falde dell'Emo[752]. Decio li seguitò per cammini scabrosi, e con marcie forzate; ma quando egli credea di essere ben lontano dalla retroguardia dei Goti, Gniva si rivolse con impeto furioso contro i suoi persecutori. Fu il campo dei Romani sorpreso e saccheggiato, e per la prima volta il loro Imperatore fu messo in disordinata fuga da una truppa di Barbari mezzo armati. Dopo una lunga resistenza Filippopoli, priva di ogni soccorso, fu presa d'assalto; e si riferisce che furono centomila persone trucidate nel saccheggio di quella vasta città[753]. Molti riguardevoli prigionieri accrebbero il valor del bottino, e Prisco, fratello dell'ultimo Imperatore Filippo, non arrossì di prendere la porpora sotto la protezione dei Barbari nemici di Roma[754]. Il tempo, per altro, da loro impiegato in quel lungo assedio, diè campo a Decio di reclutar le sue truppe, di rianimarne il coraggio, e di ristabilirne la disciplina. Tagliò diverse partite di Carpi ed altri Germani, che si affrettavano per partecipare nella vittoria dei loro concittadini[755], affidò i passi dei monti ad uffiziali di una fedeltà e di un valore sperimentato[756], riparò ed accrebbe le fortificazioni del Danubio, ed impiegò tutta la sua vigilanza per opporsi o all'avanzamento dei Goti, o alla loro ritirata. Incoraggiato dalla nuova fortuna, ansiosamente egli aspettava l'occasione di ristabilire con un colpo grande e decisivo la sua propria gloria, e quella delle armi romane[757].
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Nel tempo stesso che Decio lottava con quella furiosa tempesta, il suo spirito riflessivo e tranquillo in mezzo al tumulto della guerra, investigava le cagioni più generali, che dal secolo degli Antonini avean tanto affrettata la decadenza della Romana grandezza. Si avvide ben presto ch'era impossibile di ristabilire questa grandezza sopra una ferma base, se prima non si facevano risorgere la pubblica virtù, i costumi, e le massime antiche, e l'oppressa maestà delle leggi. Per eseguire questo nobile ed arduo disegno, volle prima ristabilire l'antiquato uffizio di Censore; ufficio il quale, finchè sussistè nella primiera sua integrità, avea tanto contribuito alla conservazione dello Stato[758]; ma fu poi usurpato dai Cesari, e a poco a poco negletto[759]. Sapendo che può il favor del Sovrano conferire il potere, ma che la sola stima del popolo può accordare l'autorità, egli rimise la scelta del Censore alla incorrotta voce del Senato. Con voti, anzi con acclamazioni unanimi, Valeriano, allora illustre ufficiale nell'esercito di Decio, e poi Imperatore, fu dichiarato il più degno di quell'eccelsa dignità. Appena ebbe l'Imperatore ricevuto dal Senato il decreto, convocò nel suo campo un numeroso consiglio, e prima della investitura rappresentò all'eletto Censore, la difficoltà e l'importanza del grande impiego. «Fortunato Valeriano» (disse il Principe a quel suddito illustre) «fortunato per la generale approvazione del Senato e della romana Repubblica: ricevi la Censura del Genere Umano, e giudica i nostri costumi. Tu eleggerai quelli che meritano di conservare il nome di Senatori; tu renderai all'ordine equestre il suo primo splendore; tu aumenterai le pubbliche entrate, ma prima modererai i pubblici pesi. Tu dividerai in classi regolari la varia ed infinita moltitudine dei cittadini, ed esaminerai diligentemente tutto quel che appartiene alla forza militare, alle ricchezze, alle virtù, ed alla potenza di Roma. L'esercito, la Corte, i ministri della giustizia, e le cariche più grandi dell'Impero sono tutte soggette al tuo Tribunale, da cui saranno esenti soltanto i Consoli ordinarj[760], il Prefetto della Città, il Re dei sacrifizj, e la maggiore delle Vestali, finchè illibata conserva la sua castità: e questi pochi, benchè non possano temere la severità del romano Censore, ne cercheranno ansiosamente la stima[761].»
Un Magistrato, rivestito di un poter così esteso, sarebbe paruto più collega che ministro del suo Sovrano[762]. Valeriano temè giustamente un'elevazione così esposta all'invidia ed ai sospetti. Egli modestamente esagerò la spaventosa grandezza di un tanto peso, la sua propria insufficienza, e l'incurabile corruttela dei tempi. Insinuò accortamente che la carica di Censore era inseparabile dalla dignità imperiale, e che la destra di un suddito era troppo debole per sostenere un così immenso peso di cure e di potere[763]. L'imminente esito della guerra pose fine al proseguimento di un sì specioso, ma impraticabil progetto; e preservando Valeriano dal pericolo, salvò l'Imperator Decio dagli sconcerti, che probabilmente ne sarebbero derivati. Può un Censore conservare, ma non mai ristabilire i costumi di uno Stato. È impossibile che un tal Magistrato eserciti utilmente, o con efficacia almeno, la sua autorità, se non è sostenuto da un vivo sentimento di onore e di virtù negli animi del popolo, da un decente rispetto per la pubblica opinione, e da una serie di utili pregiudizj, i quali combattano in favore dei nazionali costumi. In un secolo, in cui sieno questi principj annullati, la giurisdizione del Censore deve o degenerare in una vana pompa, o convertirsi in un parziale istrumento di molesta oppressione[764]. Era più facile vincere i Goti, che sradicare i pubblici vizj; e nella prima ancora di queste imprese, Decio perdè l'esercito e la vita.
Erano i Goti allora circondati per tutto e inseguiti dall'armi romane. Il fiore delle loro truppe era perito nel lungo assedio di Filippopoli, e l'esausta regione non poteva più lungamente somministrare la sussistenza alla rimanente moltitudine di quei Barbari licenziosi. Ridotti a tale estremità, avrebbero i Goti di buon grado comprata, con la restituzione di tutto il loro bottino e dei prigionieri, la permissione di ritirarsi senza essere molestati. Ma l'Imperatore, stimando la vittoria sicura, e risoluto di spargere un salutare spavento tra i Popoli settentrionali col castigo di questi invasori, non volle ascoltare alcuna proposizione di accordo. I magnanimi Barbari preferirono la morte alla schiavitù. Una oscura città della Mesia, nominata Forum Terebronii[765], fu il teatro della battaglia. Era l'armata gotica schierata in tre linee, e fosse per elezione o per caso, la fronte della terza era coperta da una palude. Sul principio dell'azione il figliuolo di Decio, giovine di bellissime speranze, e già associato agli onori della porpora, fu da una freccia ucciso innanzi agli occhi dell'infelice padre, il quale richiamando tutta la sua virtù, disse alle truppe atterrite, che la perdita di un solo soldato era di piccola importanza per la Repubblica[766]. Fu terribile il conflitto; combatteva la disperazione contro il cordoglio e la rabbia. Fuggì finalmente disordinata la prima linea dei Goti; e la seconda, avanzatasi per sostenerla, ebbe la stessa sorte. La terza solamente rimase intera, e preparata a disputare il tragitto della palude, che fu imprudentemente tentato dal presuntuoso nemico. «Qui si cangiò la fortuna di quella giornata, e tutto divenne ai Romani contrario: il suolo era profondamente fangoso, cedente sotto i piedi di quelli che stavan fermi, e sdrucciolevole per gli altri che s'avanzavano: grave era la loro armatura, profonde le acque, nè poteano essi maneggiare i pesanti lor dardi in quell'incomoda situazione. I Barbari, al contrario, erano avvezzi a combattere nel fango; alti erano di statura, ed avean lunghe lance per ferir da lontano»[767]. In questa palude, dopo un inutil contrasto fu l'esercito romano irreparabilmente perduto; nè potè mai ritrovarsi il corpo dell'Imperatore[768]. Tal fu il destino di Decio nell'anno cinquantesimo, Principe perfetto, attivo in guerra, ed affabile in pace[769], e che insieme col suo figliuolo ha meritato di essere paragonato, nella sua vita e nella sua morte, ai più luminosi esemplari dell'antica virtù[770].
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Questo colpo fatale umiliò, ma per poco, l'insolenza delle legioni. Sembra che pazientemente attendessero, o ricevessero con sommissione il decreto del Senato, che regolava la successione al trono. Per un giusto riguardo alla memoria di Decio, fu il titolo imperiale conferito ad Ostiliano, unico suo figlio superstite: ma si diede un grado uguale, ed un più effettivo potere a Gallo, la cui esperienza ed abilità parevano proporzionate al grande impegno di Custode del giovinetto e dell'Impero angustiato[771]. La prima cura del nuovo Imperatore fu di liberare le province illiriche dal peso intollerabile dei vittoriosi Goti. Consentì a lasciare nelle lor mani i ricchi frutti della loro invasione, un immenso bottino, e ciò ch'era più vergognoso, un gran numero di prigionieri d'un ordine e d'un merito il più distinto. Fornì abbondantemente al loro campo tutti i comodi, che potessero addolcire la costoro ferocia, o facilitarne la tanto sospirata partenza; e promise perfino di pagar loro annualmente una gran somma d'oro, a condizione che non mai più ritornassero ad infestare colle loro incursioni i territori romani.[772].
Nel secolo degli Scipioni, i più opulenti Re della Terra, che richiedevano la protezione della vittoriosa Repubblica, si contentavano di doni così frivoli, che non potevano trar valore se non dalla mano, che ad essi largivali; una sedia d'avorio, una rozza veste di porpora, un piccol pezzo di argento, o una quantità di rame coniato[773]. Dopo che le ricchezze delle nazioni si concentrarono in Roma, gl'Imperatori mostrarono la loro grandezza, ed anco la politica loro, col regolare esercizio di una costante e moderata liberalità verso gli alleati dello Stato. Sollevavano la povertà dei Barbari, onoravano il loro merito, e ne ricompensavano la fedeltà. Questi volontari segni di benevolenza non s'intendeva che derivassero dalla paura, ma dalla generosità o dalla gratitudine dei Romani; e mentre generosamente si distribuivano doni e sussidj agli amici ed ai supplicanti, venivano fieramente negati a chiunque li pretendea come un debito[774]. Ma questa stipulazione di un'annuale paga ad un nemico vittorioso si mostrò senza velo nell'aspetto di un vergognoso tributo; gli animi dei Romani non erano avvezzi ancora a ricevere leggi così ineguali da una tribù di Barbari; ed il Principe che con una necessaria concessione avea forse salvata la patria, divenne l'oggetto del disprezzo e dell'avversion generale. La morte di Ostiliano, benchè accadesse nel colmo della più fiera pestilenza, fu interpretata come un personale delitto di Gallo[775]; e la disfatta persino dell'ultimo Imperatore fu dalla voce del sospetto attribuita ai perfidi consigli dell'abborrito suo successore[776]. La tranquillità di cui godè l'Impero nell'anno primo del suo governo[777], servì piuttosto ad inasprire, che a calmare il pubblico disgusto; ed appena che allontanati furono i timori di guerra, l'infamia della pace più grave divenne e più sensibile.