Rimossa appena questa difficoltà, fu solennemente conclusa e ratificata la pace tra le due nazioni. Le condizioni di un trattato, tanto glorioso all'Impero e necessario alla Persia, possono meritare una più particolare attenzione, giacchè la storia di Roma presenta molto pochi trattati di simil natura; essendo state la maggior parte delle sue guerre o terminate coll'intera conquista, o fatte contro i Barbari ignoranti dell'uso delle lettere. I. L'Abora, o come vien detto da Senofonte, l'Arasse fu stabilito per confine delle due Monarchie[282]. Questo fiume, che nasceva vicino al Tigri, veniva accresciuto poche miglia sotto Nisibi dal piccolo torrente di Migdonio, scorreva lungo le mura di Singara, e aboccava nell'Eufrate a Circessio, città di frontiera, che fu dalla cura di Diocleziano molto validamente fortificata[283]. La Mesopotamia, oggetto di tante guerre, fu ceduta all'Impero; ed i Persiani rinunziarono con questo trattato a tutte le pretensioni su quella vasta Provincia. II. Essi abbandonarono ai Romani cinque Province di là dal Tigri[284]. La situazione di queste formava una molto vantaggiosa barriera, e fu la loro forza naturale ben presto accresciuta dall'arte e dalla scienza militare. Quattro di esse, al Settentrione del fiume, erano distretti di oscura fama e di poca estensione, Intiline, Zadicene, Arzanene, e Moxoene: ma all'Oriente del Tigri l'Impero acquistò il vasto e montagnoso territorio di Carduene, antica sede dei Carduchj, i quali conservarono per molti secoli la generosa lor libertà nel centro delle dispotiche monarchie dell'Asia. I diecimila Greci traversarono il loro paese, dopo una penosa marcia, o piuttosto battaglia, di sette giorni; e confessa il lor condottiero nella sua incomparabile relazione della ritirata, che essi soffrirono più danno dai dardi dei Carduchj, che dalle forze del gran Re[285]. I Curdi, loro posteri, con piccolissima alterazione e di nome e di costumi, riconoscono di puro nome la sovranità del gran Signore. III. È quasi inutile osservare, che Tiridate, il fido alleato di Roma, fu ristabilito sul trono dei suoi antenati, e che furono pienamente sostenuti ed assicurati i diritti dell'Imperiale preeminenza. Furono i confini dell'Armenia estesi fino alla fortezza di Sinta nella Media, e questo accrescimento di dominio fu un atto più di giustizia che di liberalità. Delle già nominate Province di là dal Tigri, le quattro prime aveano i Parti smembrate dalla corona dell'Armenia[286], e quando i Romani ne acquistarono il possesso, essi stipularono, a spese degli Usurpatori, un'ampia compensazione, per cui ebbe il loro alleato il vasto e fertile paese di Atropatene. La sua principal città, situata forse dov'è la moderna Tauris, fu spesso onorata dalla residenza di Tiridate; e siccome ebbe talvolta il nome di Ecbatana, egli imitò negli edifizi e nelle fortificazioni la magnifica capitale dei Medi[287]. IV. Il paese dell'Iberia era sterile; rozzi e selvaggi n'erano gli abitanti. Ma essi erano avvezzi all'uso delle armi, e separavano dall'Impero altri Barbari, più di loro feroci e più formidabili. Padroni delle anguste foci del monte Caucaso, poteano essi introdurre o escludere le erranti turme dei Sarmati, ogni qual volta lo spirito di rapina le portava ad inoltrarsi nelle più opulenti contrade del mezzogiorno[288]. La nominazione dei Re dell'Iberia, che fu agl'Imperatori ceduta dal Monarca Persiano, contribuì al vigore ed alla stabilità della Romana potenza nell'Asia[289]. Godè l'Oriente per quarant'anni una profonda tranquillità: e fu il trattato tra le due Monarchie strettamente osservato fino alla morte di Tiridate; quando una nuova generazione, animata da mire e da passioni diverse, successe al governo del mondo; ed il nipote di Narsete intraprese una lunga e memorabil guerra contro i Principi della famiglia di Costantino.
A. D. 303
L'ardua impresa di liberare l'angustiato Impero dai Tiranni e dai Barbari era stata interamente compita da una successione d'Illirici agricoltori. Subito che Diocleziano entrò nel ventesimo anno del suo regno, celebrò quell'epoca memorabile, e la fortuna insieme delle sue armi colla pompa di un Romano trionfo[290]. Massimiano, compagno a lui eguale nel potere, fu l'unico suo compagno nella gloria di quel giorno. Aveano i due Cesari combattuto e vinto; ma il merito delle loro geste veniva attribuito, secondo il rigore delle massime antiche, alla fausta influenza dei loro Padri ed Imperatori[291]. Il trionfo di Diocleziano e di Massimiano fu forse meno magnifico di quelli di Aureliano e di Probo, ma fu decorato da varie circostanze di maggior gloria e felicità. L'Affrica e la Britannia, il Reno, il Danubio ed il Nilo, gli somministrarono i loro rispettivi trofei; ma l'ornamento più illustre era di una specie più singolare, cioè una vittoria Persiana, accompagnata da una conquista importante. Furono pertanto dinanzi al carro Imperiale portate le rappresentazioni dei fiumi, dei monti, e delle Province. Le immagini delle mogli, delle sorelle e dei figliuoli del Gran Re, presentavano un nuovo e gradito spettacolo alla vanità del popolo[292]. È questo trionfo ragguardevole agli occhi della posterità, per una distinzione di un genere meno onorevole. Fu l'ultimo trionfo che mai più Roma vedesse. Tosto dopo quest'epoca gl'Imperatori cessarono di vincere, e Roma cessò di essere la Capitale dell'Impero.
Il suolo, sul quale fu Roma fabbricata, era stato consacrato con antiche cerimonie e con immaginari miracoli. Ogni parte della città sembrava animata dalla presenza di qualche nume, o dalla memoria di qualche Eroe, e l'Impero del mondo era stato promesso al Campidoglio[293]. I nativi Romani sentivano e riconoscevano la forza di questa dolce illusione. Procedeva essa dai loro antenati, era cresciuta coll'educazione, ed in parte avvalorata dall'opinione della pubblica utilità. La forma e la sede del Governo eran tra loro intimamente connesse, e si credeva impossibile il trasferir l'una senza distruggere l'altra[294]. Ma la sovranità della Capitale rimase a poco a poco annullata nell'estensione delle conquiste; s'innalzarono le Province allo stesso livello, e le vinte nazioni acquistarono il nome ed i privilegi dei Romani, senza adottarne i parziali interessi. Per un lungo tempo però gli avanzi della antica costituzione, e l'influenza del costume conservarono la dignità di Roma. Gl'Imperatori, benchè forse di Affricana o Illirica estrazione, rispettarono la patria da loro adottata, come sede della loro potenza e centro dei loro estesi dominj. L'emergenze della guerra rendevano sovente necessaria la loro presenza sulle frontiere; ma Diocleziano e Massimiano furono i primi Principi Romani i quali stabilissero, in tempo di pace, l'ordinaria loro residenza nelle Province, e la loro condotta, benchè derivar potesse da privati motivi, fu giustificata da mire di politica molto speciose.
La Corte dell'Impero di Occidente risedeva per lo più in Milano, la cui situazione al piè dell'Alpi sembrava assai più di quella di Roma favorevole all'importante oggetto di vegliare su i movimenti dei Barbari della Germania. Acquistò ben tosto Milano lo splendore di una città Imperiale. Gli Storici ne descrivon le case come numerose, e ben fabbricate, e come culti e liberali i costumi del popolo. Un circo, un teatro, una zecca, un palazzo, i bagni che portavano il nome del loro fondator Massimiano; i portici adorni di statue, e un doppio recinto di mura contribuivano alla bellezza della nuova Capitale, che non sembrava abbattuta dalla vicinanza di Roma[295]. Fu pure ambizione di Diocleziano l'emulare la maestà di Roma; ed egli impiegò il suo ozio e le ricchezze dell'Oriente nell'abbellimento di Nicomedia, città posta sul confine dell'Europa e dell'Asia, quasi ad ugual distanza fra il Danubio e l'Eufrate. Il buon gusto del Monarca e la spesa del popolo diedero in pochi anni a Nicomedia un grado di magnificenza, che sembrava frutto della fatica di molti secoli, e la renderono inferiore solamente a Roma, ad Alessandria e ad Antiochia nell'ampiezza e nella popolazione[296]. Fu la vita di Diocleziano e di Massimiano una vita attiva, e ne consumarono essi gran parte nei campi o nelle loro lunghe e frequenti marce; ma sembra che ogniqualvolta aveano qualche riposo dai pubblici affari, si ritirassero con piacere nelle loro favorite residenze di Nicomedia e di Milano. È cosa molto dubbiosa se Diocleziano visitasse l'antica Capitale dell'Impero, prima del ventesimo anno del suo Regno, in cui celebrò il suo trionfo Romano. In quella memorabile occasione ancora, la sua permanenza non oltrepassò i due mesi. Disgustato dalla licenziosa famigliarità del popolo, egli si partì precipitosamente da Roma, tredici giorni prima del tempo che si aspettava di vederlo comparire in Senato, rivestito colle insegne della dignità Consolare[297].
L'avversione mostrata da Diocleziano per Roma e per la Romana libertà, non era l'effetto di un momentaneo capriccio, ma conseguenza della più artificiosa politica. Avea quell'accorto Principe abbozzato un nuovo sistema d'Imperial governo, che fu di poi perfezionato dalla famiglia di Costantino; e siccome nel Senato si conservava religiosamente l'immagine dell'antica costituzione, egli risolvè di spogliare quell'ordine de' suoi piccoli avanzi di potenza e di considerazione. Possiamo rammentarci quali fossero, quasi otto anni avanti l'innalzamento di Diocleziano, la passeggiera grandezza e le ambiziose speranze del Senato Romano. Finchè prevalse l'entusiasmo, molti dei Nobili fecero imprudente mostra del loro zelo per la causa della libertà; e quando ebbero i successori di Probo cessato di proteggere il partito Repubblicano, non seppero i Senatori nascondere l'impotente loro risentimento. Fu affidata a Massimiano, come Sovrano dell'Italia, la cura di estinguere questo più incomodo che pericoloso spirito d'indipendenza, e tale incarico conveniva perfettamente al crudele carattere di lui. I più illustri membri del Senato, pe' quali sempre mostrò Diocleziano un'affettata stima, furono dal Collega di lui involti nella accusa di immaginarie congiure, e la possessione di una magnifica villa o di un ben coltivato territorio era interpretata come una convincente prova di colpa[298]. Il campo dei Pretoriani, che avea sì lungamente oppressa la Maestà di Roma, cominciò a proteggerla, e siccome quelle altere truppe conoscevano la decadenza del loro potere, eran naturalmente disposte a congiunger la loro forza coll'autorità del Senato, Fu per le savie misure di Diocleziano insensibilmente diminuito il numero dei Pretoriani, furono i loro privilegi aboliti[299], e nel posto loro subentrarono due fedeli legioni dell'Illirico, che sotto i nuovi nomi di Gioviani e di Erculiani furono destinate a fare il servizio delle guardie Imperiali[300]. Ma la più fatale, benchè segreta ferita, che ricevesse il Senato dalle mani di Diocleziano e di Massimiano, fu l'inevitabil fatto della lunga lor lontananza. Finchè gli Imperatori risederono in Roma, poteva il Senato essere oppresso, ma difficilmente poteva esser negletto. I successori di Augusto usavano del potere di dettare tutte quelle leggi, che loro suggerir poteva la prudenza o il capriccio; ma queste leggi venivano ratificate dalla sanzione del Senato. Si conservava nelle sue deliberazioni e ne' suoi decreti l'immagine dell'antica libertà; ed i savi principi, che rispettavano i pregiudizi del popolo Romano, erano in qualche modo obbligati a tenere il linguaggio e la condotta conveniente al Generale ed al primo Magistrato della Repubblica. Ne' campi e nelle Province spiegavano la dignità di Monarchi, e quando essi posero ferma residenza lungi dalla Capitale, abbandonarono per sempre la dissimulazione, da Augusto raccomandata ai suoi successori. Nell'esercizio della potenza legislativa e dell'esecutiva, il Sovrano deliberava coi suoi Ministri, in vece di consultare il gran Consiglio della nazione. Il nome del Senato si rammentò con onore fino all'ultimo periodo dell'Impero. La vanità de' suoi membri[301] era sempre lusingata con onorifiche distinzioni, ma l'assemblea, che per tanto tempo era stata e la sorgente, e l'istrumento della potenza, fu rispettosamente lasciata cadere in obblìo. Il Senato di Roma, perdendo ogni connessione colla Corte Imperiale e coll'attual costituzione, fu lasciato come un venerabile ma inutile monumento di antichità sul colle Capitolino.
Quando i Principi Romani ebber perduto di vista il Senato e l'antica lor Capitale, facilmente obbliarono l'origine e la natura del loro legittimo potere. Le cariche civili di Console, di Proconsole, di Censore e di Tribuno, dall'unione delle quali quel potere era stato formato, ne mostravano al popolo la repubblicana origine. Questi modesti titoli[302] furono tralasciati, e se quei Principi tuttavia distinguevano l'alta lor dignità col nome d'Imperatore, si prendeva quella voce in un senso nuovo e più nobile, nè più denotava il Generale de' Romani eserciti, ma il Sovrano del mondo Romano. Il nome d'Imperatore, che a principio era d'instituzione militare, fu unito ad un altro di genere più servile. L'epiteto di Dominus, o di Signore, nella significazione sua primitiva, esprimeva non l'autorità di un Principe sopra i sudditi o di un comandante sopra i soldati, ma il dispotico potere di un Padrone sopra i domestici schiavi[303]. Riguardandolo in questo odioso aspetto, lo aveano rigettato con orrore i primi Cesari. Divenne insensibilmente più debole la loro resistenza, e meno odioso il nome, finchè in ultimo il titolo di nostro Signore e Imperatore fu non solamente accordato dalla adulazione, ma regolarmente inserito nella legge e nei pubblici monumenti. Questi cotanto superbi epiteti erano sufficienti ad innalzare o contentare la vanità più esorbitante, e se i successori di Diocleziano ricusavano tuttavia il nome di Re, ciò sembra essere stato l'effetto non tanto della loro moderazione, quanto della loro delicatezza. Dovunque era in uso la lingua latina, ed essa era il linguaggio del governo per tutto l'Impero, il titolo Imperiale, come particolare ad essi, spiegava un'idea più rispettabile del nome di Re, che avrebbero avuto comune con cento Barbari capitani, o che al più poteano derivar solamente da Romolo o da Tarquinio. Ma i sentimenti dell'Oriente erano assai diversi da quelli dell'Occidente. Fino dai più rimoti tempi della Storia, i Sovrani dell'Asia erano stati celebrati nel greco linguaggio col titolo di Basileus o di Re; e poichè questo si riguardava come la prima distinzione fra gli uomini, fu ben tosto usato dai servili Provinciali dell'Oriente nelle loro umili suppliche al trono Romano[304]. Anche gli attributi o almeno i titoli della Divinità furono usurpati da Diocleziano e da Massimiano, che li trasmisero ad una successione d'Imperatori cristiani[305]. Queste stravaganti formole di rispetto perdono però ben presto la loro empietà, perdendo il loro significato; e quando l'orecchio è una volta avvezzo a quel suono, si ascoltano con indifferenza come vaghe, benchè eccessive espressioni di ossequio.
Dal tempo di Augusto a quello di Diocleziano i Principi Romani, conversando famigliarmente tra i loro concittadini, erano salutati solamente con quello stesso rispetto che era solito usarsi coi Senatori e coi Magistrati. Il loro principal distintivo era la Imperiale, o militare veste di porpora; mentre l'abito Senatorio era distinto con una larga, o l'equestre con una stretta fascia o lista del medesimo onorifico colore. La superbia, o piuttosto la politica di Diocleziano, indusse quel Principe artifizioso a introdurre la splendida magnificenza della Corte di Persia[306]. Egli si arrischiò ad assumere il Diadema, ornamento detestato dai Romani come odiosa insegna della dignità Reale, ed il cui uso era stato considerato come l'atto più disperato della follìa di Caligola. Altro non era il diadema che una larga e bianca fascia, adorna di perle, che cingeva la testa dell'Imperatore. Le sontuose vesti di Diocleziano e de' suoi successori erano di seta e di oro; e vien con indignazione osservato che fino le loro scarpe erano guarnite delle gemme più preziose. L'accesso alla lor sacra persona si rendeva ogni dì più difficile per l'istituzione di nuove formalità e cerimonie. Gli aditi del palazzo erano diligentemente custoditi dalle diverse scuole, come cominciarono allora a chiamarsi, di Uffiziali domestici. Gli appartamenti interiori furono affidati alla gelosa vigilanza degli Eunuchi, la moltiplicazione ed influenza dei quali era il più infallibile indizio del progresso del dispotismo. Quando un suddito veniva finalmente ammesso all'Imperial presenza, era obbligato, qualunque fosse la sua condizione, al prostrarsi al suol, e di adorare, secondo il costume orientale, la divinità del suo Signore e Padrone[307]. Diocleziano era un uomo sensato, che nel corso di una vita e privata e pubblica avea concepito il giusto valore e di se stesso e del genere umano: e non è facile l'immaginare, che nel sostituire i costumi della Persia a quelli di Roma egli fosse seriamente animato da così basso principio, quale è quello della vanità. Egli si lusingò, che una ostentazione di splendore e di lusso soggiogherebbe l'immaginazione della moltitudine; che il Monarca sarebbe meno esposto alla rozza licenza dei popolo e dei soldati, a misura che la sua persona fosse meno esposta alla pubblica vista; e che le abitudini di sommissione insensibilmente produrrebbero sentimenti di venerazione. L'alterigia usata da Diocleziano era, egualmente che l'affettata modestia di Augusto, una teatrale rappresentazione; ma si dee confessare, che delle due commedie, la seconda era di un carattere molto più nobile e generoso della prima. La mira dell'uno era di nascondere l'infinito potere che aveano gl'Imperatori sul mondo Romano: l'oggetto dell'altro era di farne pompa.
L'ostentazione era il primo principio del nuovo sistema istituito da Diocleziano; e la divisione, il secondo. Egli divise l'Impero, le Province, ed ogni ramo della civile, e della militar amministrazione. Egli moltiplicò le ruote della macchina del Governo e ne rendè meno rapide ma più sicure le operazioni. Tutti quei vantaggi e quei difetti, che poterono accompagnare queste innovazioni, doverono in gran parte attribuirsi al primo inventore; ma siccome il nuovo edifizio di politica fu a poco a poco perfezionato e compito dai Principi successori, sarà ben fatto differire a considerarlo al tempo della sua piena maturità e perfezione[308]. Riserbando pertanto al regno di Costantino un più esatto quadro del nuovo Impero, ci contenteremo di descriverne il principale e decisivo contorno, come fu disegnato dalla mano di Diocleziano. Egli aveva associato tre colleghi all'esercizio del sapremo potere; e giudicando che i talenti di un solo erano inadeguati alla pubblica difesa, considerò la congiunta amministrazione di quattro Principi non come temporario espediente, ma come legge fondamentale della costituzione. Volle che il distintivo dei due più vecchi Principi fossero il diadema e il titolo di Augusto; che questi (secondo che l'affetto o la stima dirigesse la loro scelta) regolarmente chiamassero in loro aiuto due subordinati colleghi; e che i Cesari, innalzati a vicenda al primo posto, dessero una successione non interrotta d'Imperatori. L'Impero fu diviso in quattro parti. L'Oriente e l'Italia erano le più onorevoli; il Danubio ed il Reno, le più faticose. Le prime esigevano la presenza degli Augusti; le seconde erano affidate al Governo dei Cesari. La forza delle legioni era nelle mani dei quattro Soci della sovranità, e la disperazione di vincer successivamente quattro formidabili rivali, poteva intimorire l'ambizione di un intraprendente Generale. Nel governo civile gl'Imperatori supponevansi esercitare l'indiviso potere della Monarchia, ed i loro editti, autenticati coi loro nomi uniti, erano ricevuti in tutte le Province come promulgati dai loro scambievoli consigli e dalle loro autorità. Nonostante queste precauzioni, la politica unione del Mondo Romano fu a poco a poco disciolta, e si introdusse un principio di divisione, che nel corso di pochi anni cagionò la perpetua separazione degl'Imperi Orientale ed Occidentale.
Il sistema di Diocleziano fu accompagnato da un altro molto sostanziale svantaggio, che merita ancora adesso la nostra attenzione, ed è uno stabilimento più dispendioso e conseguentemente un aumento di tasse, e l'oppressione del popolo. Invece di una modesta famiglia di schiavi e di liberti, quale era bastata alla semplice grandezza di Augusto e di Traiano, furono stabilite tre o quattro magnifiche Corti nelle varie parti dell'Impero, ed altrettanti Re Romani gareggiarono l'uno coll'altro e col Monarca Persiano per la vana superiorità della pompa e del lusso. Il numero dei Ministri, dei Magistrati, degli Uffiziali, e dei servitori, che occupavano i diversi dipartimenti dello Stato, si moltiplicò oltre l'esempio dei primi tempi; e (se noi possiamo usare la robusta, espressione di un contemporaneo) «quando la proporzione di quelli che ricevevano, eccedè la proporzione di quelli che contribuivano, le Province furono oppresse dal peso dei tributi[309].» Da questa epoca fino all'estinzione dell'Impero, sarebbe facile il dedurre una continua serie di clamori e di lagnanze. Ogni scrittore, secondo la sua religione e la sua situazione, prende o Diocleziano, o Costantino, o Valente o Teodosio per l'oggetto delle sue invettive: ma si accordano tutti unanimemente a rappresentare il peso delle pubbliche imposizioni e particolarmente la tassa prediale e l'imposizion sulle teste, come l'intollerabile e sempre crescente gravame dei loro tempi. Da tale uniformità di lagnanze uno Storico imparziale, ch'è obbligato di ricavare la verità dalla satira non meno che dal panegirico, sarà disposto a dividere il biasimo tra i Principi, che ne sono accusati, ed attribuire le loro esazioni assai meno ai loro vizi personali, che all'uniforme sistema del loro governo. L'Imperator Diocleziano fu veramente l'autore di questo sistema, ma durante il suo regno il male crescente fu ristretto entro i confini della modestia e della discrezione; ed egli piuttosto che il rimprovero di avere esercitata l'oppressione, merita quello di averne stabiliti i perniciosi principj. Si può aggiungere che erano le sue entrate amministrate con prudente economia; e che dopo esser tutte le spese correnti pagate, vi rimaneva tuttavia nel tesoro Imperiale un'ampia provvisione o per la giudiziosa liberalità o per qualche emergenza dello Stato.