Nell'anno ventunesimo del suo regno, Diocleziano effettuò la sua memorabile risoluzione di rinunziare all'Impero; azione che più naturalmente poteva aspettarsi dal più vecchio, o dal più giovane degli Antonini, che da un Principe, il quale non avea mai praticate le lezioni della filosofia o nell'acquisto o nell'esercizio del supremo potere. Diocleziano ebbe la gloria di dare al mondo il primo esempio di una rinuncia[310], che non è stata molto frequentemente imitata dai posteriori Monarchi. Il paralello di Carlo Quinto per altro si presenterà naturalmente da se stesso alla nostra mente non solo perchè l'eloquenza di uno Storico moderno ha renduto quel nome tanto famigliare ad un Inglese lettore, ma per la molto viva rassomiglianza fra i caratteri de' due Imperatori, i cui talenti politici furono superiori al loro genio militare, e le cui speziose virtù furono effetto molto più dell'arte, che della natura. Sembra che la rinunzia di Carlo fosse affrettata dalle vicende della fortuna; e che lo sconcerto dei suoi favoriti disegni lo sforzasse ad abbandonare un potere, ch'egli non ritrovava proporzionato alla propria ambizione. Ma il Regno di Diocleziano era stato agitato da flutti di continue vicende, e non sembra che egli cominciasse a nutrire alcuna seria idea di rinunziare l'Impero, se non dopo aver vinti tutti i suoi nemici, e compiti tutti i suoi disegni. Nè Carlo, nè Diocleziano erano giunti ad un periodo di vita molto avanzato; giacchè l'uno avea soltanto cinquantacinque anni, e l'altro non più di cinquantanove; ma la vita attiva di questi Principi, le loro guerre ed i loro viaggi, le cure del trono, e la loro applicazione agli affari, aveano di già alterato il loro temperamento e prodotte le infermità di una anticipata vecchiezza[311].

A. D. 304

Malgrado la crudezza d'un freddissimo e piovoso inverno, Diocleziano lasciò l'Italia subito dopo la cerimonia del suo trionfo, e cominciò il suo viaggio verso l'Oriente per le Province Illiriche. Egli contrasse ben tosto dall'inclemenza dei tempi e dalla fatica del viaggio una lenta malattia, e benchè facesse comode marce, e fosse ordinariamente portato in una chiusa lettiga, era il suo male divenuto molto serio e pericoloso, avanti che egli arrivasse a Nicomedia, verso il fin della state. Rimase per tutto l'inverno confinato nel suo palazzo: il suo pericolo eccitava un generale e sincero cordoglio; ma il popolo poteva giudicare del vario stato della salute di lui solamente dalla gioia o dalla costernazione che egli vedea nell'aspetto e nel portamento dei Ministri. Fu per qualche tempo generalmente creduto al rumore della sua morte, e fu supposto che si tenesse celata onde prevenire le commozioni che potevano insorgere nell'assenza del Cesare Galerio. Finalmente però, il primo di marzo, Diocleziano comparve un'altra volta in pubblico, ma così pallido ed emaciato, che poteva esser appena riconosciuto da quelli, ai quali era più famigliare la sua persona. Era ormai tempo di por fine al penoso contrasto che egli avea sostenuto per più di un anno fra le cure della sua salute e della sua dignità. La prima esigeva gran riguardi e quiete, e l'ultima lo astringeva a dirigere dal letto, ove giacea infermo, il Governo di un vasto impero. Egli si risolvè a passare il resto de' suoi giorni in un onorevol riposo, di porre la sua gloria al coperto dei colpi di fortuna, e di abbandonare il teatro del mondo ai suoi più giovani e più operosi Colleghi[312].

Fu la cerimonia della sua rinuncia celebrata in una spaziosa pianura, distante tre miglia in circa da Nicomedia. Montò l'Imperatore sopra un elevato trono, ed in un discorso, pieno di buon senso e di maestà, dichiarò la sua intenzione al popolo insieme ed ai soldati, adunatisi in quella straordinaria occasione.

A. D. 305

Appena si fu egli spogliato della porpora, che si allontanò dall'attonita moltitudine; e traversando la città, in un cocchio coperto se n'andò senza indugio al favorito ritiro che scelto si era nel suo nativo paese della Dalmazia. Nello stesso giorno, che era il primo di maggio[313], Massimiano (secondo che avea antecedentemente concertato) fece in Milano la sua rinunzia della Imperiale dignità. In mezzo ancora allo splendore del trionfo Romano, Diocleziano avea meditato il mio disegno di rinunziare il Governo. Siccome egli desiderava di accertarsi dell'ubbidienza di Massimiano, esigè da esso o una general sicurezza di sottoporre le sue azioni all'autorità del suo benefattore, o una promessa particolare di discendere dal Trono ogni volta che ne ricevesse l'avviso e l'esempio. Questa obbligazione, benchè confermata colla solennità di un giuramento dinanzi all'altare di Giove Capitolino[314], sarebbe stata un debole freno al feroce carattere di Massimiano, la cui passione era l'amor del potere, e che nulla curava o la presente tranquillità, o la riputazione futura. Ma egli cede, benchè con ripugnanza, all'autorità che sopra di lui aveva acquistata il suo più saggio collega, e si ritirò, immediatamente dopo la sua rinunzia, in una villa nella Lucania, dove era quasi impossibile che un animo tanto impaziente trovar potesse alcuna durevole tranquillità.

Diocleziano che si era da una servile origine innalzato al Trono, passò in una privata condizione gli ultimi nove anni della sua vita. La ragione avea a lui suggerito il ritiro, e sembra che ve lo accompagnasse la contentezza. In esso egli godè per lungo tempo il rispetto di quei Principi, ai quali ceduto aveva il dominio del Mondo[315].

È raro che gli animi, lungamente esercitati negli affari, abbiano mai formato alcun abito di conversar con se stessi; e nella perdita della potenza deplorano principalmente la mancanza di occupazione. I trattenimenti delle lettere e della devozione, che sono di tanto compenso nella solitudine, erano incapaci di fissare l'attenzione di Diocleziano; ma egli avea conservato, o almeno presto ricuperò il gusto per li più innocenti e più naturali piaceri, e le sue ore di ozio erano sufficientemente impiegate in fabbricare, in piantare, e in coltivare un giardino. Vien meritamente celebrata la sua risposta a Massimiano. Veniva egli sollecitato da quell'inquieto Vecchio a riassumere le redini del Governo e la porpora Imperiale. Rigettò esso la tentazione con un sorriso di compassione, tranquillamente osservando che se egli potesse mostrare a Massimiano i cavoli da se piantati colle sue proprie mani in Salona, non sarebbe più stimolato ad abbandonare il godimento della felicità per andare in traccia della potenza[316]. Ne' suoi discorsi cogli amici confessava sovente che di tutte le arti la più difficile era quella di regnare, e si esprimeva su questo favorito argomento con tal calore, che potea essere solamente l'effetto dell'esperienza. «Quante volte (soleva egli dire) è interesse di quattro, o cinque ministri di accordarsi insieme ad ingannare il loro Sovrano. Separato dal Genere Umano per la sublime sua dignità, la verità gli è sempre nascosta; egli non può vedere che per gli occhi di quelli, ed altro non ode che le loro false rappresentanze. Conferisce le cariche più importanti al vizio ed alla debolezza, e trascura i più virtuosi e più meritevoli tra i suoi sudditi. Con questi infami artifizi (soggiungea Diocleziano) i migliori e più savi Principi sono venduti alla venal corruzione dei loro Cortigiani[317].» Una giusta stima della grandezza, o la sicurezza di una immortale riputazione accrescono il nostro gusto per li piaceri della solitudine, ma il Romano Imperatore avea occupato un posto troppo importante nel mondo, per godere senza mescolanza di dispiacere i contenti e la sicurezza di una condizione privata. Era impossibile che egli ignorasse le turbolenze, dalle quali fu dopo la sua rinunzia travagliato l'Impero. Era impossibile che ne fossero per lui indifferenti le conseguenze. Il timore, il cordoglio e il disgusto lo perseguitarono talora nella solitudine di Salona. La sua tenerezza, o almeno il suo orgoglio fu sensibilmente ferito dalle sventure della consorte e della figlia, e gli ultimi momenti di Diocleziano furono amareggiati da alcuni affronti, che Licinio e Costantino avrebber potuto risparmiare al Padre di tanti Imperatori, ed al primo autore della loro fortuna. Una fama, benchè molto dubbia, è arrivata a' nostri tempi, che egli prudentemente si sottraesse dal loro potere con una volontaria morte[318].

A. D. 313

Prima di tralasciare l'esame della vita e del carattere di Diocleziano, possiamo per un momento rivolgere lo sguardo al luogo del suo ritiro. Salona, città principale della sua nativa Provincia della Dalmazia, era lontana (secondo la misura delle pubbliche strade) quasi dugento miglia Romane da Aquileia, e dai confini dell'Italia; e quasi dugentosettanta da Sirmio, solita residenza degli Imperatori, ogni qualvolta visitavano l'Illirica frontiera[319]. Un miserabil villaggio conserva tuttora il nome di Salona, ma fino nel sedicesimo secolo gli avanzi di un teatro, ed il confuso prospetto di archi rotti, e di colonne di marmo attestavano tuttavia il suo antico splendore[320]. In distanza di sei o sette miglia in circa dalla città, Diocleziano costruì un magnifico palazzo; e si può dalla grandezza di quella fabbrica inferire da quanto tempo egli avea meditato il suo disegno di rinunziare l'Impero. La scelta di un sito, che riunisse tutto ciò che potesse contribuire o alla salute o al lusso, non richiedeva la parzialità di un natio del paese. «Era asciutto e fertile il suolo, l'aria pura e salubre, e benchè eccessivamente calda nei mesi estivi, quel paese prova di rado quei venti caldi e nocivi, ai quali sono esposte le coste dell'Istria ed alcune parti dell'Italia. Le vedute dal palazzo non eran men belle, di quello che fosse allettante il suolo ed il clima. Giace all'occidente il fertil lido, che si stende lungo l'Adriatico, nel quale sono sparse molte isolette in tal guisa, che danno a questa parte del mare l'apparenza di un vasto lago. Vi è dalla parte di settentrione la baia che conduceva all'antica città di Salona; il prospetto e la campagna, che si vede al di là della stessa, forma un bel contrapposto a quella più estesa veduta di acqua, che l'Adriatico presenta al mezzogiorno ed all'oriente. Verso il Settentrione è chiusa la scena da alte e irregolari montagne, situate in giusta distanza, e coperte in molti luoghi di villaggi, di boschi, e di vigne[321]