Benchè Costantino, per un pregiudizio assai ovvio, parli del palazzo di Diocleziano con un affettato disprezzo[322], pure uno dei suoi successori, che potè solamente vederlo in uno stato mutilato e negletto, ne celebra la magnificenza con termini della più alta ammirazione[323]. Occupava questo un'estensione di terreno tra i nove o dieci jugeri inglesi. Era di forma quadrangolare, fiancheggiato da sedici torri. Due dei lati erano lunghi quasi seicento piedi, e gli altri due, quasi settecento. Era tutto costruito di bella pietra viva, tratta dalle vicine cave di Trau o Traguzio, molto poco inferiore al marmo stesso. Quattro strade, intersecate ad angoli retti, dividevano le diverse parti di questo grand'edifizio, e introduceva al principale appartamento un magnifico ingresso, che tuttavia si nomina la Porta d'oro. L'accesso era terminato da un peristilio di colonne di granito, da un lato del quale si scopriva il Tempio quadrato di Esculapio, e dall'altro il Tempio ottangolare di Giove. Diocleziano venerava il secondo di questi numi come protettore della sua fortuna, e il primo come custode della sua salute. Combinando i presenti avanzi colle regole di Vitruvio, le diverse parti di quell'edifizio, i bagni, la camera da letto, l'atrio, la Basilica, e le sale Cizicena, Corintia ed Egizia sono state descritte con qualche grado di precisione o almeno di probabilità. Le loro forme erano varie, giuste le loro proporzioni, ma erano tutte accompagnate da due difetti molto contrari alle nostre moderne idee di gusto, e di comodo. Queste magnifiche stanze non avevano nè finestre nè cammini. Ricevevano la luce dall'alto (giacchè non pare che l'edifizio avesse più di un solo piano) ed erano riscaldate per mezzo di tubi condotti lungo le mura. La fila dei principali appartamenti era difesa verso libeccio da un portico lungo 517 piedi che deve aver formato un assai nobile e dilettoso passeggio, quando alle bellezze della vista erano aggiunte quelle della pittura o della scoltura.

Se fosse questo magnifico edifizio rimasto in una solitaria contrada, sarebbe stato esposto all'ingiurie del tempo; ma avrebbe potuto forse sfuggire alla rapace industria degli uomini. Il villaggio di Aspalato,[324] e molto dopo la città provinciale di Spalatro, s'innalzarono sulle rovine di quello. La porta d'oro introduce adesso al mercato. S. Gio. Battista ha usurpato gli occhi di Esculapio: ed il Tempio di Giove è divenuto la Chiesa Cattedrale, sotto la protezione della Vergine. Siamo particolarmente debitori di questa descrizione del palazzo di Diocleziano ad un ingegnoso artefice dei nostri tempi e del nostro paese, che una molto nobil curiosità condusse nel cuore della Dalmazia[325]. Ma vi è luogo di sospettare che l'eleganza dei suoi disegni e dell'incisione abbia alquanto adornati gli oggetti che copiar si dovevano. Sappiamo da un più recente e molto giudizioso viaggiatore, che le maestose rovine di Spalatro mostrano non meno la decadenza delle arti, che la grandezza dell'Impero Romano al tempo di Diocleziano[326]. Se tale era veramente lo stato dell'architettura, dobbiamo naturalmente credere che la pittura, e la scoltura avessero sofferto un deterioramento ancor più sensibile. La pratica dell'architettura è diretta da poche generali, anzi meccaniche regole. Ma la scoltura, e la pittura specialmente si propongono l'imitazione non solo delle forme del corpo, ma ancora dei caratteri e delle passioni dell'animo. Poco vale in queste arti sublimi la destrezza della mano, se non viene animata dall'immaginazione, e guidata dal più corretto gusto e dall'osservazione.

È quasi inutile di osservare che le civili discordie dell'Impero, la licenza de' soldati, le irruzioni dei Barbari, ed il progresso del dispotismo divennero fatali al genio, ed anche al sapere. La successione dei Principi Illirici ristabilì l'Impero, senza ristabilire le scienze. La militare loro educazione non era diretta ad inspirare ad essi l'amor delle lettere; e lo spirito stesso di Diocleziano benchè attivo, e abile negli affari non era niente instruito dello studio, o dalla speculazione. Le professioni della legge, e della medicina sono di un uso così comune, o di un profitto così certo che sempre avranno un sufficiente numero di artisti, forniti di ragionevole abilità e sapere. Ma non sembra che gli studenti di quelle due facoltà citino alcun celebre maestro che fiorisse in quel secolo. Non si udiva lo voce della poesia. La Storia era ridotta a sterili o confusi compendi, privi egualmente di allettamento è d'istruzione. Una languida ed affettata eloquenza era tuttavia pensionata ed al servizio degl'Imperatori, i quali non incoraggiavano altre arti che quelle che contribuivano a soddisfare la loro superbia, o a difendere il loro potere[327].

Il secolo della decadenza del sapere e del Genere Umano è nondimeno famoso per l'origine od il progresso dei nuovi Platonici. La scuola di Alessandria impose silenzio a quella d'Atene; e le antiche Sette si arrolarono sotto le insegne dei Maestri i più alla moda, che raccomandavano il loro sistema colla novità del lor metodo e coll'austerità dei loro costumi. Diversi di questi Maestri, Ammonio, Plotino, Amelio, e Porfirio[328], erano uomini di un pensar profondo e di una intensa applicazione: ma errando nel vero oggetto della filosofia, le loro fatiche contribuivano molto meno a migliorare che a corrompere l'umano intendimento. I nuovi Platonici trascuravano le cognizioni convenienti alla nostra situazione, ed alle nostre facoltà, l'intero circolo delle scienze morali, naturali, e matematiche, mentre spendevano tutto il loro vigore in dispute verbali di metafisica, tentavano di esplorare i secreti del Mondo invisibile, e procuravano di conciliare Aristotile con Platone sopra soggetti ignoti a quei due filosofi, ugualmente che al resto del Genere Umano. Consumando la loro ragione in queste profonde ma vane meditazioni, esponevano le loro menti alle illusioni dell'immaginazione. Si lusingavano di possedere il segreto di liberare lo spirito dalla sua corporea prigione; vantavano un famigliar commercio coi demoni e cogli spiriti, e convenivano (con singolarissima rivoluzione) lo studio della filosofia in quello dell'arte magica. Gli antichi Savi avevano derisa la popolar superstizione: i discepoli di Plotino e di Porfirio, dopo averne coperta la stravaganza col sottile pretesto dell'allegoria, ne divennero i più zelanti difensori. Convenendo coi Cristiani in alcuni pochi misteriosi punti di fede, combattevano il resto del loro teologico sistema con tutto il furore di una guerra civile. I nuovi Platonici appena meriterebbero un posto nella Storia delle scienze, ma in quella della Chiesa accaderà spesso far menzione di loro.

CAPITOLO XIV.

Turbolenze dopo la rinunzia di Diocleziano: morte di Costanzo. Innalzamento di Costantino e di Massenzio. Sei Imperatori ad un tempo. Morte di Massimiano e di Galerio. Vittoria di Costantino contro Massenzio e Licinio. Riunione dell'Impero sotto l'autorità di Costantino.

A. D.
305-323

La bilancia della potenza, da Diocleziano stabilita, si mantenne finchè fu sostenuta dalla ferma ed esperta mano del suo fondatore. Esigeva quella una tal fortunata combinazione di caratteri e di talenti diversi, che si poteva difficilmente trovare od anche sperare una seconda volta, due Imperatori senza gelosia, due Cesari senza ambizione, ed il medesimo generale interesse invariabilmente seguitato da quattro Principi indipendenti. Alla rinunzia di Diocleziano e di Massimiano succedettero diciotto anni di discordia e di confusione. Fu l'Impero afflitto da cinque guerre civili; ed il rimanente del tempo, anzi che uno stato di tranquillità, fu una sospensione di armi tra diversi nemici monarchi, che riguardandosi l'un l'altro con occhio di timore e di avversione, procacciavano di aumentare le loro rispettive forze a spese dei loro sudditi.

Appena che Diocleziano e Massimiano ebber rinunziato alla porpora, fu il lor posto (secondo le regole della nuova costituzione) occupato dai due Cesari Costanzo e Galerio, i quali presero immediatamente il titolo di Augusto[329]. Furono gli onori dell'anzianità e della precedenza accordati al primo di questi Principi, ed egli sotto un nuovo titolo continuò ad amministrare il suo antico dipartimento della Gallia, della Spagna e della Britannia. Il governo di quelle ampie Province era sufficiente ad occupare i talenti, ed a soddisfare l'ambizione di lui. La clemenza, la temperanza e la moderazione distinguevano il dolce carattere di Costanzo, ed i felici suoi sudditi ebber sovente occasione di paragonare le virtù del loro Sovrano coi trasporti di Massimiano, e fino cogli artifizi di Diocleziano[330]. In luogo d'imitare il lor fasto e la loro magnificenza orientale, conservò Costanzo la modestia di un Principe Romano. Egli dichiarava con non affettata sincerità, che il suo più stimato tesoro era nei cuori del suo popolo, e che qualunque volta la dignità del trono o il pericolo dello Stato esigesse qualche straordinario sussidio, egli poteva sicuramente contare sulla loro gratitudine e liberalità[331]. I provinciali della Gallia, e della Spagna e della Britannia, conoscendo il merito di lui e la propria loro felicità, riflettevano con inquietudine alla decadente salute dell'Imperatore Costanzo, ed alla tenera età della numerosa famiglia, che nata era dal secondo matrimonio di lui colla figlia di Massimiano.