Quando Massimiano ebbe con ripugnanza ceduto l'Impero, i venali contemporanei oratori applaudirono alla filosofica sua moderazione. Quando la sua ambizione eccitò o almeno animò una guerra civile, essi rendettero grazie al generoso suo patriottismo, e delicatamente criticarono quell'amore dell'ozio o della solitudine, che lo avea allontanato dal pubblico servizio[359]. Ma era impossibile che animi simili a quelli di Massimiano e del suo figliuolo, possedessero lungamente d'accordo una indivisa potenza. Massenzio si considerava come il legittimo Sovrano dell'Italia eletto dal Senato e dal popolo Romano; nè soffrir voleva il freno del suo genitore, il quale arrogantemente si dichiarava, che pel suo nome e pe' suoi talenti era stato quel temerario giovine stabilito sul trono. Fu la causa solennemente agitata dinanzi ai Pretoriani e quelle truppe che temevano la severità del vecchio Imperatore, sposarono il partito di Massenzio[360]. Fu però rispettata la vita e la libertà di Massimiano, ed egli si ritirò dall'Italia nell'Illirico, affettando di pentirsi della sua passata condotta, e secretamente macchinando nuovi mali. Ma Galerio, che ben conosceva il carattere di lui, l'obbligò bentosto ad allontanarsi dai suoi dominj, e l'ultimo refugio del deluso Massimiano fu la Corte del suo genero Costantino[361] Egli fu ricevuto con rispetto da quel Principe artificioso, e coll'apparenza di figlial tenerezza dalla Imperatrice Fausta. Esso, per allontanare ogni sospetto, depose una seconda volta la porpora Imperiale[362], dichiarandosi finalmente convinto della vanità delle grandezze e dell'ambizione. Se perseverato egli avesse in questa risoluzione, avrebbe potuto terminare la sua vita con quiete e riputazione, benchè meno decorosamente che nel suo primo ritiro. Ma il vicino aspetto di un trono gli rammemorò il grado dal quale egli era caduto, e deliberò di fare un disperato sforzo per regnare o perire. Una incursione dei Franchi avea richiamato Costantino con una parte del suo esercito alle rive del Reno. Il resto delle truppe era accampato nelle meridionali province della Gallia, che giacevano esposte alle imprese dell'Imperatore Italiano, ed era depositato nella città di Arles un considerabil tesoro. Massimiano o artificiosamente inventò, o frettolosamente accreditò un vano rumore della morte di Costantino. Senza esitazione egli montò sul trono, s'impadronì del tesoro, e spargendolo coll'usata sua profusione tra i sudditi, procurò di risvegliare nelle loro menti la memoria del suo antico splendore e delle antiche sue imprese. Prima ch'egli potesse assodar la sua autorità, o terminare il trattato, cui sembra ch'egli avesse cominciato col suo figliuolo Massenzio, la celerità di Costantino abbattè tutte le sue speranze. Al primo avviso della perfidia e dell'ingratitudine di lui, ritornò quel Principe con rapida marcia dal Reno alle rive della Saona, s'imbarcò su questo ultimo fiume a Chalons; ed a Lione affidandosi alla rapidità del Rodano, arrivò alle porte di Arles con una forza militare, a cui era impossibile per Massimiano il resistere, e che appena gli permise di ripararsi nella vicina città di Marsiglia. L'angusta lingua di terra, che univa quella piazza al continente, era fortificata contro gli assedianti, mentre il mare era aperto o alla fuga di Massimiano, o ai soccorsi di Massenzio, se voleva quest'ultimo coprire una sua invasione nella Gallia col decoroso pretesto di difendere un angustiato, o come avrebbe potuto allegare, un offeso genitore. Temendo le funeste conseguenze di un indugio, Costantino dette ordini per un immediato assalto, ma si trovarono le scale troppo corte per l'altezza delle mura, e Marsiglia avrebbe potuto sostenere un lungo assedio, come anticamente fece contro le armi di Cesare, se la guarnigione, conoscendo il suo fallo o il suo pericolo, non avesse comprato il perdono colla consegna della città e della persona di Massimiano. Fu contro l'usurpatore pronunziata una secreta ma irrevocabil sentenza di morte; egli ottenne solamente lo stesso favore, che fu accordato a Severo, e fu sparsa la voce, che oppresso dal rimorso dei suoi replicati delitti, si era strangolato colle proprie sue mani. Dopo ch'egli ebbe perduta l'assistenza, e disprezzati i moderati consigli di Diocleziano, il secondo periodo dell'attiva sua vita fu una serie di pubbliche calamità e di personali mortificazioni, che terminarono quasi in tre anni con una morte ignominiosa. Egli meritò il suo fato; ma si sarebbe con più ragione applaudita l'umanità di Costantino, se egli avesse avuto riguardo per un vecchio uomo, benefattore di suo padre, e padre della sua moglie. In tutto questo funesto affare, sembra che Fausta sacrificasse i sentimenti della natura ai suoi conjugali doveri[363].
A. D. 311
Gli ultimi anni di Galerio furono meno vergognosi e meno infelici; e benchè avesse occupato il subordinato grado di Cesare più gloriosamente che la superior dignità di Augusto, egli conservò fino al punto della sua morte il primo posto tra i Principi del Mondo Romano. Egli sopravvisse alla sua ritirata dall'Italia quasi quattr'anni, e saggiamente abbandonando le sue mire di monarchia universale, consacrò il resto della sua vita al godimento dei piaceri, ed alla esecuzione di alcune opere di pubblica utilità, tra le quali è da distinguersi quella di avere scaricate nel Danubio le acque superflue del lago Pelso, e di aver tagliate le immense foreste che lo circondavano; operazione degna di un Monarca, giacchè donò un esteso paese all'agricoltura de' suoi sudditi della Pannonia[364]. Fu la sua morte cagionata da un lungo e penosissimo male. Il suo corpo, per un intemperato sistema di vita, crebbe ad un estremo grado di gonfiezza, fu coperto di ulceri, e divorato da innumerabili sciami di quegli insetti, che han dato il nome ad una schifosissima malattia[365]: ma siccome avea Galerio oltraggiato un zelantissimo e possente partito tra i suoi sudditi, i patimenti di lui, in vece di eccitare la lor compassione, sono stati celebrati come visibili effetti della divina giustizia[366]. Appena che egli fu spirato nel suo palazzo di Nicomedia, i due Imperatori che al suo favore dovevan la porpora, cominciarono a radunar le loro forze, con intenzione o di disputare, o di dividere fra loro i dominj da lui lasciati senza padrone. S'indussero per altro a desistere dal primo disegno, e ad accordarsi nel secondo. Massimino ebbe in sorte le province dell'Asia; e quelle dell'Europa aumentarono la parte di Licinio. L'Ellesponto ed il Bosforo Tracio formarono i loro scambievoli confini; ed i lidi di quegli angusti mari, che scorrevano nel mezzo del Mondo Romano, furono coperti di soldati, d'armi e di fortificazioni. Le morti di Massimiano e di Galerio ridussero a quattro il numero degl'Imperatori. Il sentimento del vero loro interesse unì ben tosto Licinio e Costantino; fu tra Massimino e Massenzio conclusa una secreta alleanza, ed i loro infelici sudditi attesero con terrore le sanguinose conseguenze delle inevitabili loro dissensioni, le quali più non eran frenate dal timore o dal rispetto, che essi avevano conservato per Galerio[367].
Fra tanti delitti ed infortunj, cagionati dalle passioni dei principi Romani, si scopre con qualche piacere una sola azione, che può attribuirsi alla loro virtù. Nel sesto anno del suo regno, Costantino visitò la città di Autun, e generosamente condonò i tributi arretrati, riducendo nel tempo stesso la proporzione della tassa, da venticinque a diciottomila teste, soggette alla reale e personale capitazione[368]. Pure questa clemenza istessa è una indubitata prova della pubblica miseria. Questa tassa era tanto gravosa, o per se stessa o per la maniera di esigerla, che mentre l'estorsione aumentava l'entrata, la disperazione la diminuiva: una parte considerabile del territorio di Autun fu lasciata inculta; ed un gran numero di provinciali scelsero di viver come esuli e proscritti, piuttosto che sostenere il peso della civil società. È ancora molto probabile che il clemente Imperatore sollevasse con un atto particolare di generosità uno di quei tanti mali, che egli avea cagionati con le sue generali massime di governo. Ma quelle massime ancora erano piuttosto effetti della necessità che della scelta. Ed ove si eccettui la morte di Massimiano, sembra che il regno di Costantino nella Gallia fosse l'epoca più innocente e più virtuosa ancora della sua vita. Furono le province dalla sua presenza difese contro le irruzioni dei Barbari, i quali o ne temerono o ne provarono l'attivo valore. Dopo una segnalata vittoria riportata contro i Franchi e gli Alemanni, furono molti dei loro Principi per suo ordine esposti alle fiere nell'anfiteatro di Treveri; e pare che il popolo godesse dello spettacolo, senza trovare in quel trattamento dei prigionieri reali cosa alcuna che ripugnasse alle leggi delle nazioni o dell'umanità[369].
I vizi di Massenzio rendevano più illustri le virtù di Costantino. Mentre le Galliche Province godevano tutta quella felicità che permettevano le circostanze di quei tempi, l'Italia e l'Affrica gemevano sotto il dominio di un dispregevole non men che odioso Tiranno. L'amor dell'adulazione e del partito ha per dir vero troppo sovente sacrificata la riputazione dei vinti alla gloria dei loro fortunati rivali; ma quegli scrittori ancora, i quali hanno svelato colla maggior libertà e col maggior piacere i difetti di Costantino, unanimemente confessano, che Massenzio era crudele, rapace, e scellerato[370]. Egli ebbe la buona sorte di sedare una leggiera ribellione nell'Affrica. Il Governatore e pochi suoi aderenti erano stati i colpevoli; la Provincia fu punita del loro delitto. Le floride città di Cirta e di Cartagine, e tutta l'estensione di quella fertil campagna furon devastate dal ferro e dal fuoco. All'abuso della vittoria succedè l'abuso delle leggi e della giustizia. Una formidabile armata di Sicofanti, e di delatori invase l'Affrica: i ricchi ed i nobili furono facilmente convinti d'intelligenza co' ribelli; e quelli tra loro, che provarono la clemenza dell'Imperatore, furono solamente puniti colla confiscazione dei loro beni[371] . Una così segnalata vittoria venne celebrata con trionfo magnifico, e Massenzio espose agli occhi del popolo le spoglie ed i prigionieri di una Provincia Romana. Lo stato della Capitale non era meno compassionevole di quello dell'Affrica. L'opulenza di Roma forniva un impensato fondo per le vane e prodighe spese di Massenzio, ed i ministri delle sue entrate erano eccellenti nell'arte della rapina. Sotto il regno di lui fu per la prima volta inventato il metodo di esigere dai Senatori un libero donativo; e siccome ne fu insensibilmente aumentata la somma, così i pretesti di esigerlo, vale a dire una vittoria, una nascita, un matrimonio, un consolato imperiale, furono a proporzione moltiplicati[372]. Era Massenzio imbevuto di quella stessa implacabile avversione verso il Senato, che avea contraddistinto la maggior parte dei primi tiranni di Roma: nè era possibile, che il suo ingrato carattere perdonasse alla generosa fedeltà, che lo aveva innalzato al trono, e sostenuto contro tutti i suoi nemici. Erano le vite dei Senatori esposte ai suoi gelosi sospetti, e il disonore delle loro consorti e delle figlie loro aumentava la soddisfazione dei suoi sensuali piaceri. È presumibile che un amante imperiale rare volte fosse ridotto a sospirare invano; ma qualunque volta era inutile la persuasione, egli ricorreva alla violenza; ed è rimasto un memorabile esempio di una nobil Matrona, che conservò la sua castità con una volontaria morte[373]. I soldati erano il solo ordine di persone, per cui sembrasse avere qualche rispetto, od a cui cercasse di piacere. Riempì Roma e l'Italia di truppe armate; dissimulò i loro tumulti: lasciò che impunemente saccheggiassero e trucidassero ancora l'inerme popolo[374]; e permettendo ad esse la stessa licenza, della quale godeva il loro Imperatore, Massenzio concesse sovente a' suoi militari favoriti la superba villa o la bella moglie di un Senatore. Un Principe di tal indole, ugualmente incapace di governare o in pace o in guerra, potea ben comprare l'appoggio dell'esercito, ma non mai ottenerne la stima. Pure era la sua superbia uguale agli altri suoi vizi. Mentre egli passava l'indolente sua vita o dentro le mura del suo palazzo, o nei vicini giardini di Sallustio, si udiva ripetutamente vantarsi, che egli solo era Imperatore, e che gli altri Principi non erano che suoi luogotenenti, ai quali affidata avea la difesa delle province di frontiera, per poter godere senza interrompimento l'elegante lusso della Capitale. Roma, che sì lungamente avea pianta l'assenza del suo Sovrano, ne deplorò la presenza ne' sei anni del regno di lui[375].
A. D. 312
Benchè Costantino vedesse con abborrimento la condotta di Massenzio, e con pietà la situazione dei Romani, non vi è ragion di presumere che volesse prender l'armi per punir l'uno e per sollevar gli altri. Ma il tiranno dell'Italia osò temerariamente di provocare un formidabil nemico, la cui ambizione era fino allora stata raffrenata da considerazioni di prudenza, piuttosto che da massime di giustizia[376]. Dopo la morte di Massimiano ne furono con ignominia, secondo lo stabilito costume, cancellati i titoli, ed atterrate le statue. Il figliuolo di lui, che lo aveva perseguitato e abbandonato in vita, fece affettata mostra del più religioso rispetto per la sua memoria, ed ordinò che un simil trattamento fosse fatto a tutte le statue, che si erano erette nell'Italia e nell'Affrica in onore di Costantino. Questo savio Principe, il quale desiderava sinceramente di evitare una guerra, della quale egli bastantemente vedeva la difficoltà e l'importanza, dissimulò a principio l'insulto, e cercò i rimedi per la via più mite dei trattati, finchè non fu convinto, che gli ostili ed ambiziosi disegni dell'Imperatore italiano lo ponevano nella necessità di armarsi per la propria difesa. Massenzio, che apertamente dichiarava le sue pretensioni a tutta la monarchia dell'Occidente, aveva di già preparate forze considerabili per invader le Galliche province dalla parte della Rezia, e benchè non potesse promettersi alcun aiuto da Licinio, si lusingò colla speranza, che le legioni Illiriche, allettate dai suoi doni e dalle sue promesse, abbandonerebbero l'insegna di quel Principe, e si dichiarerebbero unanimemente suoi soldati e suoi sudditi[377]. Costantino non esitò più lungamente. Avea deliberato con cautela, ed operò con vigore. Diede privata udienza agli Ambasciatori, che a nome del Senato e del Popolo lo supplicavano a liberar Roma da un detestato tiranno; e senza curare le timide rimostranze del suo Consiglio, risolvette di prevenire il nemico, e portar la guerra nel cuor dell'Italia[378].
Piena ugualmente di pericolo e di gloria era l'impresa; e l'infelice successo delle due antecedenti invasioni bastavano ad inspirare i più serj timori. Le truppe dei veterani, che veneravano tuttavia il nome di Massimiano, avevano in ambidue quelle guerre abbracciato il partito del suo figliuolo, ed erano allora ritenute per un sentimento di onore non meno che d'interesse dal nutrire un'idea di una seconda diserzione. Massenzio, che riguardava i Pretoriani siccome il più saldo sostegno del suo trono, gli aveva accresciuti fino all'antico lor numero: ed essi componevano, col resto degl'Italiani arrolati al servizio di lui, un formidabil corpo di ottantamila uomini. Quarantamila Mori e Cartaginesi erano stati reclutati dopo la riduzione dell'Affrica. La Sicilia ancora diede la sua porzione di truppe e l'esercito di Massenzio non ascendeva a meno di centosettantamila pedoni e diciottomila cavalli. Le ricchezze dell'Italia servirono alle spese della guerra; e le adiacenti province vennero esauste, per formare immensi magazzini di grano e di ogni altra sorta di provvisioni. Tutte le forze di Costantino consistevano in novantamila pedoni ed ottomila cavalli[379]; e siccome la difesa del Reno esigeva una straordinaria attenzione nell'assenza dell'Imperatore, non poteva impiegare più della metà delle sue truppe per la guerra d'Italia, senza sacrificare la pubblica salvezza alla sua privata contesa[380]. Egli marciò alla testa di quarantamila uomini, ad incontrar un nemico, le cui truppe erano per lo meno quattro volte più numerose delle sue. Ma gli eserciti Italiani, posti a una sicura distanza dal pericolo, erano snervati dalla licenza e dal lusso. Avvezzi ai bagni ed ai teatri di Roma, vennero in campo con ripugnanza, ed erano composti principalmente di veterani, quasi dimentichi dell'armi e della guerra, o di nuove ed inesperte reclute. Le robuste legioni della Gallia aveano lungamente difese le frontiere dell'Impero contro i Barbari del Settentrione; e nell'adempimento di quel faticoso servizio si era esercitato il loro valore, ed assodata la lor disciplina. Erano i condottieri ugualmente diversi che gli eserciti. Il capriccio o l'adulazione aveano tentato Massenzio colle speranze della vittoria; ma queste ambiziose speranze cederono presto agli abiti del piacere ed alla cognizione della propria inesperienza. L'intrepido spirito di Costantino era stato dalla prima sua gioventù educato per la guerra, per l'azione, e pel militare comando.
Quando Annibale passò dalla Gallia nell'Italia, fu obbligato prima a scoprire, e dopo ad aprirsi una strada sopra monti, e tra selvagge nazioni che non avean mai dato il passo ad un esercito regolare[381]. Erano allora le Alpi difese dalla natura, e sono adesso fortificate dall'arte. Varie cittadelle costruite con uguale abilità, fatica e spesa, dominano ogni ingresso nella pianura, e rendono da quella parte l'Italia quasi inaccessibile ai nemici del Re di Sardegna[382]. Ma nel corso dell'età di mezzo i Generali, che hanno tentato il passo, han raramente trovata alcuna difficoltà o resistenza. Nel secolo di Costantino, gli abitatori di quei monti erano sudditi inciviliti ed ubbidienti; il paese era abbondantemente fornito di provvisioni, e le superbe strade, che i Romani avevano condotte sopra le Alpi, aprivano diverse comunicazioni tra la Gallia e l'Italia[383]. Costantino preferì quella delle Alpi Cozie, o come si dice presentemente, del monte Cenisio, e condusse le sue truppe con tal diligenza, che discese nella pianura del Piemonte avanti che la Corte di Massenzio avesse ricevuto alcun certo avviso della partenza di lui dalle rive del Reno. La città di Susa però, che giace a piè del monte Cenisio, era circondata di mura, e provveduta di una guarnigione sufficiente ad arrestare i progressi di un invasore; ma l'impazienza delle truppe di Costantino sdegnava le noiose operazioni di un assedio regolare. Il giorno stesso, in cui si presentarono avanti a Susa, applicarono il fuoco alle porte, e le scale alle mura della città; quindi salendo, in mezzo ad una pioggia di pietre e di dardi, all'assalto, colla spada in mano entrarono nella piazza, e tagliarono a pezzi la maggior parte della guarnigione. Costantino ebbe cura di far estinguere le fiamme, e di preservare dalla total distruzione gli avanzi di Susa. Alla distanza per altro di circa quaranta miglia da questo luogo lo aspettava un incontro più arduo. I Generali di Massenzio avevano adunato nello pianure di Torino un numeroso campo d'Italiani, di cui la principal forza consisteva in una specie di grave cavalleria, che i Romani, dopo la decadenza della lor disciplina, avevan preso dalle nazioni dell'Oriente. I cavalli, non meno che gli uomini, erano interamente coperti di un'armatura fatta di vari pezzi, con tal arte congiunti fra loro, che corrispondevano a' moti de' loro corpi. N'era formidabil l'aspetto, e poco meno che irresistibil la forza; e siccome in quest'occasione i condottieri l'avevan disposta in forma di stretta colonna con aguzza punta e con larghi fianchi, si lusingavano, che avrebbero facilmente rotto ed oppresso l'esercito di Costantino. Avrebbero forse potuto riuscire in questo disegno, se il loro sperimentato nemico non avesse fatt'uso dell'istesso metodo di difesa, che Aureliano avea praticato in simili circostanze. Le giudizioso evoluzioni di Costantino divisero e rendettero inutile questa solida colonna di cavalleria. Le truppe di Massenzio disordinate fuggirono verso Torino; e siccome furono loro chiuse in faccia le porte della città, così ben pochi poterono evitare la spada de' vittoriosi, che gl'inseguivano. Torino, per quest'importante servigio, meritò di sperimentar la clemenza, ed anche il favore del vincitore. Egli fece il suo ingresso nell'Imperial palazzo di Milano, e quasi tutte le città d'Italia, fra le Alpi ed il Po, non solamente riconobbero la potenza, ma con fervore ancora abbracciarono il partito di Costantino[384].
Le vie, Flaminia ed Emilia, presentavano un facil cammino di circa quattrocento miglia per passar da Milano a Roma; ma sebbene Costantino fosse impaziente di andare incontro al tiranno, pure volle piuttosto diriger prudentemente le sue operazioni contro un altro esercito d'Italiani, che mediante la forza e situazione che aveva, o poteva opporsi a' progressi di lui, o in caso di una disgrazia poteva impedirgli la ritirata. Ruricio Pompeiano, Generale distinto pel suo valore e per la sua abilità, aveva il comando della città di Verona e di tutte le truppe, che si trovavano nella Provincia di Venezia. Appena fu egli informato, che si avanzava Costantino verso di lui, distaccò un grosso corpo di cavalleria, che fu disfatto in un incontro vicino a Brescia, ed inseguito dalle legioni della Gallia fino alle porte di Verona. Si presentaron subito alla sagace mente di Costantino la necessità, l'importanza, e le difficoltà dell'assedio di questa piazza[385]. La città era solamente accessibile per mezzo di una stretta penisola verso ponente; gli altri tre lati eran circondati dall'Adige, fiume rapido, che copriva la Provincia di Venezia, da cui potevan gli assediati ricevere una copia inesauribile d'uomini e di provvisioni. Non senza gran difficoltà, e dopo molti inutili tentativi, Costantino trovò la maniera di passare il fiume a qualche distanza dalla città, in un luogo dove la corrente era meno violenta. Circondò allora Verona con forti trinciere, continuò con prudente vigore i suoi attacchi, e rispinse una disperata sortita di Pompeiano. Quest'intrepido Generale dopo di avere usato ogni mezzo di difesa, che potea somministrargli la forza della piazza e della guarnigione, segretamente fuggì da Verona, desideroso non già della propria, ma della pubblica sicurezza. Con instancabile diligenza esso prestamente raccolse un esercito sufficiente o ad incontrare in campo aperto Costantino, o ad attaccarlo, qualora si fosse ostinato a restare dentro le sue trinciere. L'Imperatore, attento a' movimenti, ed informato dell'avvicinarsi di sì formidabil nemico, lasciò una parte delle sue legioni per continuare le operazioni dell'assedio, nel tempo che alla testa di quelle truppe, nel valore e nella fedeltà delle quali più specialmente confidava, si avanzò a combattere in persona il General di Massenzio. L'esercito della Gallia era disposto in due linee secondo l'uso ordinario di guerra; ma lo sperimentato condottiero, vedendo che il numero degl'Italiani era molto maggiore del suo, in un istante cangiò tal disposizione, e diminuendo la seconda, estese la fronte della sua prima linea, finchè fosse in una giusta proporzione con quella dell'avversario. Tali evoluzioni, che in un momento di pericolo si possono eseguir senza confusione, solamente da truppe veterane, comunemente riescono decisive: ma poichè questa battaglia incominciò verso il finire del giorno, e si combattè con grande ostinazione per tutta la notte, meno vi ebbe luogo la condotta de' Generali, che il coraggio dei soldati. Il nuovo giorno scoprì la vittoria di Costantino, e si vide il campo della strage coperto di molte migliaia di vinti Italiani. Fra gli uccisi fu trovato anche il lor General Pompeiano; e Verona immediatamente rendettesi a discrezione, essendo la guarnigione restata prigioniera di guerra[386]. Gli Uffiziali dell'esercito vittorioso, nell'atto di congratularsi col lor Principe a motivo di quest'importante successo, si avventurarono a fargli qualche rispettoso lamento, di tal natura però da non dispiacere anche ai più gelosi Monarchi. Rappresentarono essi a Costantino, che non contento di eseguir tutti i doveri di un Comandante, egli aveva esposta la propria persona con un eccesso di valore, che quasi degenerava in temerità; e lo scongiurarono ad aver più riguardo in avvenire alla conservazione di una vita, da cui dipendeva la salute di Roma e dell'Impero[387].