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Massenzio era figliuolo dell'Imperatore Massimiano, ad avea sposata la figliuola di Galerio. La sua nascita, ed il suo matrimonio sembravano offrirgli la più bella speranza di succedergli nell'Impero. Ma i suoi vizi e la sua incapacità lo esclusero dalla dignità di Cesare, che Costantino aveva meritato per una pericolosa superiorità di merito. La politica di Galerio preferiva quei colleghi, che non potessero nè disonorare la scelta, nè disubbidire ai comandi del loro benefattore. Fu perciò un oscuro straniero innalzato al trono d'Italia, ed al figliuolo dell'ultimo Imperatore d'Occidente fu lasciato godere il lusso di una privata fortuna in una villa poche miglia lontana dalla capitale. Le nere passioni dell'anima di Massenzio, la sua vergogna, l'agitazione, e la rabbia vennero infiammate dall'invidia alle nuove della fortuna di Costantino, ma le speranze di lui furono ravvivate dal pubblico disgusto, ed egli facilmente fu persuaso ad unire le sue personali ingiurie e pretensioni alla causa del popolo Romano. Due Tribuni Pretoriani, ed un Commissario delle provvisioni si addossarono il regolamento della congiura, ed essendo ogni ordine dei cittadini animato dal medesimo spirito, l'immediato successo non era nè dubbioso, nè difficile. Il Prefetto della città, e pochi magistrati, che si mantennero fedeli a Severo, furono trucidati dalle guardie; e Massenzio, rivestito degl'Imperiali ornamenti, fu con applausi riconosciuto dal Senato, e dal Popolo come protettore della libertà e dell'onore di Roma. È incerto se fosse Massimiano precedentemente informato della cospirazione; ma tosto che lo stendardo della ribellione fu alzato in Roma, il vecchio Imperatore uscì dal ritiro, dove l'autorità di Diocleziano lo aveva condannato a passare la vita in una malinconica solitudine, e coprì la sua nuova ambizione col velo di tenerezza paterna. A richiesta del figliuolo e del Senato egli condiscese a riprender la porpora. Il suo antico splendore, la sua esperienza ed il suo nome nelle armi aggiunsero forza e riputazione al partito di Massenzio[350].
Secondo l'avviso, o piuttosto gli ordini del suo collega, l'Imperator Severo si affrettò immediatamente verso Roma, nella piena lusinga di sopprimer facilmente coll'inaspettata sua celerità il tumulto di una imbelle plebaglia, comandata da un giovane licenzioso. Ma trovò al suo arrivo chiuse le porte della città, ripiene le mura di armi e di armati, un Generale sperimentato alla testa dei ribelli, e scoraggiate e malcontente le sue proprie truppe. Un numeroso corpo di Mori disertò, passando al nemico, allettati dalla promessa d'un largo donativo, e (se vero è che fossero stati arrolati da Massimiano per la sua guerra affricana) anteponendo i naturali sentimenti della gratitudine agli artificiali legami della fedeltà. Anulino, Prefetto dei Pretoriani, si dichiarò in favore di Massenzio, seco traendo la più considerabil parte delle truppe, avvezze ad obbedire al suo comando. Roma, secondo l'espressione di un oratore, richiamò le sue armate, e l'infelice Severo, privo di forza e di consiglio, si ritirò, anzi fuggì precipitosamente a Ravenna. Ivi egli avrebbe potuto esser sicuro per qualche tempo. Le fortificazioni di Ravenna eran capaci di resistere agli sforzi dell'esercito Italiano, e le paludi, che circondavano la città, erano sufficienti ad impedirne l'accesso. Il mare, che Severo dominava con una possente flotta, lo assicurava di un incessato soccorso di provvisioni, e dava un libero ingresso alle legioni, che al ritorno della primavera s'avanzassero dall'Illirico e dall'Oriente in suo soccorso, Massimiano, che dirigeva in persona l'assedio, fu ben tosto convinto, che potrebbe perdere inutilmente il tempo e l'esercito in quella infruttuosa impresa, e che niente sperar poteva dalla forza o dalla fame. Con arte più conveniente al carattere di Diocleziano, che al suo proprio, egli diresse l'attacco più contro lo spirito di Severo, che contro le mura di Ravenna. I tradimenti, già provati, avean disposto quel Principe sventurato a diffidare degli amici, e degli aderenti più sinceri. Gli emissari di Massimiano facilmente persuasero alla sua credulità, che si era formata una congiura per tradir la città; e profittando dei suoi timori, lo indussero a non esporsi alla discrezione di un vincitore irritato, ma ad accettare la sicurezza d'una onorevole capitolazione. Egli fu da prima ricevuto con umanità e trattato con rispetto. Massimiano condusse a Roma il prigioniero Imperatore, e lo accertò colle più solenni proteste, che egli cedendo la porpora si sarebbe assicurata la vita. Ma Severo altro non potè ottenere che una piacevol morte e le esequie Imperiali.
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Fu ad esso significata la sua sentenza, e lasciato alla sua scelta il modo di eseguirla. Egli preferì il metodo favorito degli antichi, quello cioè di aprirsi le vene; ed appena spirato, fu il suo corpo riposto nel sepolcro, già costruito per la famiglia di Gallieno[351].
Benchè il carattere di Costantino pochissima somiglianza avesse con quello di Massenzio, uguali erano la loro situazione ed il loro interesse; e sembrava che la prudenza esigesse l'unione delle loro forze contro il comune nemico. Nonostante la superiorità dell'età e del grado, l'infaticabil Massimiano passò le Alpi, e sollecitando una personal conferenza col Sovrano della Gallia, seco condusse la sua figliuola Fausta come pegno della nuova alleanza. Fu il matrimonio celebrato in Arles con ogni magnifico apparato, e l'antico collega di Diocleziano, che sosteneva di nuovo la sua pretensione all'Impero Occidentale, conferì al suo genero ed alleato il titolo d'Augusto. Piegandosi Costantino a ricevere quella dignità dalle mani di Massimiano, sembrava che abbracciasse la causa di Roma e del Senato; ma ambigue furono le sue proteste, lenta ed infruttuosa la sua assistenza. Egli considerava con attenzione l'imminente contesa tra i Sovrani dell'Italia e l'Imperatore dell'Oriente, ed era preparato a consultare o la propria sicurezza o la propria ambizione, secondo l'evento della guerra[352].
L'importanza della occasione richiedeva la presenza ed i talenti di Galerio. Alla testa di un possente esercito, raccolto dall'Illirico e dall'Oriente, egli entrò nell'Italia, risoluto di vendicare la morte di Severo, e di punire i ribelli Romani, o secondo che egli esprimeva le sue intenzioni nel furioso linguaggio di un Barbaro, di estirpare col ferro il Senato, e distruggere il popolo. Ma la perizia di Massimiano avea concertato un prudente sistema di difesa. L'invasore trovò i nemici fortificati, ed inaccessibili tutti i posti, e benchè si avanzasse sino a Narni, a sessanta miglia da Roma, il suo dominio nell'Italia era ristretto negli angusti confini del suo campo. Avvedutosi che si rendeva la sua impresa ognor più difficile, il superbo Galerio fece i suoi primi passi per una riconciliazione, e spedì due dei suoi più ragguardevoli Uffiziali a tentare i Principi Romani coll'offerta di una conferenza, e colla dichiarazione del suo paterno riguardo per Massenzio, il quale potrebbe ottenere assai più dalla sua generosità, che sperar potesse dal dubbio evento della guerra[353]. Furono costantemente rigettate le offerte di Galerio, ricusata con disprezzo la sua perfida amicizia; ed egli poco dopo scoprì che se, opportunamente ritirandosi, non provvedeva alla sua salvezza, avea qualche ragion di temere la sorte di Severo. I Romani liberamente contribuirono alla distruzione di lui con quelle ricchezze, che difendevano dalla rapace tirannia del medesimo. Il nome di Massimiano, le popolari maniere del figliuolo di lui, la segreta distribuzione di larghe somme, e la promessa di ricompense ancor più liberali arrestarono l'ardore, e corruppero la fedeltà delle Illiriche legioni; e quando Galerio dette finalmente il segno della ritirata, non potè senza qualche difficoltà indurre i suoi veterani a non abbandonare quell'insegna che gli avea al sovente guidati alla vittoria ed all'onore. Uno scrittore contemporaneo assegna due altre cagioni al cattivo successo della spedizione; ma sono ambedue di tal natura, che difficilmente un cauto Storico s'indurrebbe ad adottarle. Ci vien detto che Galerio, il quale si era formato una idea molto imperfetta della grandezza di Roma dalle città dell'Oriente a lui note, trovò le proprie forze inadeguate all'assedio di quella immensa capitale. Ma l'estensione di una città serve solamente a renderla più accessibile al nemico. Roma era da lungo tempo avvezza a sottomettersi all'avvicinarsi d'un conquistatore, nè avrebbe potuto il passeggiero entusiasmo del popolo lungamente contendere contro la disciplina ed il valore delle legioni. Siamo parimente informati, che le legioni medesime furono colpite dall'orrore e dal rimorso, e che quei pietosi figliuoli della Repubblica ricusarono di violare la santità della lor venerabile madre[354]. Ma rammentandoci quanto facilmente nelle più antiche guerre civili, lo zelo di partito, e l'uso della militare ubbidienza avea trasformati i nativi cittadini di Roma nei più implacabili suoi nemici, saremo disposti a diffidarci di questa estrema delicatezza dei Barbari e stranieri, i quali non aveano mai veduta l'Italia finchè non vi entrarono in una ostile maniera. Se non fossero stati ritenuti da motivi d'interessante natura, avrebbero forse risposto a Galerio colle stesse parole dei veterani di Cesare: «Se desidera il nostro Generale di condurci alle rive del Tevere, siamo disposti a seguitare il suo campo. Qualunque muro egli sia risoluto di atterrare, sono le nostre mani pronte a mettere in opra le macchine; nè punto esiteremo, ancorchè la città destinata alla strage fosse Roma medesima.» Sono queste per vero dire le espressioni di un poeta, ma di un poeta che è stato distinto ed ancor censurato pel suo rigoroso aderimento alla verità della Storia[355].
Le legioni di Galerio mostrarono una funestissima prova della loro disposizione, colle devastazioni che commisero nella loro ritirata. Uccisero, rapirono, saccheggiarono, menarono via gli armenti e le gregge degli Italiani, incendiarono i villaggi pe' quali passarono, e procurarono di distruggere quel paese, che non aveano potuto soggiogare. Per tutta la marcia Massenzio inquietò la loro retroguardia, ma molto saggiamente evitò una general battaglia con quei valorosi e disperati veterani. Il padre di lui avea intrapreso un secondo viaggio nella Gallia colla speranza d'indurre Costantino, che adunato aveva un esercito sulla frontiera, ad unirsi a perseguitare Galerio, e a compir la vittoria. Ma le azioni di Costantino erano guidate dalla ragione e non dal risentimento. Egli persistè nella saggia risoluzione di mantenere la bilancia della potenza nel diviso Impero, e più non odiava Galerio, quando quest'ambizioso Principe più non era un oggetto di terrore[356].
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L'animo di Galerio era al tutto suscettivo delle più feroci passioni, ma non era però incapace di una sincera e durevole amicizia. Licinio, non dissimile da lui per carattere e per costumi, sembra che ne ottenesse l'affetto e la stima. La lor familiarità era cominciata nel periodo forse più felice della loro gioventù ed oscurità; ed assodata l'aveano la libertà ed i pericoli di una vita militare. Si erano essi avanzati quasi con passi uguali per le successive cariche della guerra, e sembra che Galerio, appena rivestito della porpora, concepisse il disegno d'innalzare il compagno ad un posto uguale al suo proprio. Nel breve corso della sua prosperità egli considerò il grado di Cesare come inferiore all'età ed al merito di Licinio, e volle piuttosto riserbargli il posto di Costanzo e l'Impero dell'Occidente. Mentre era l'Imperatore occupato nella guerra dell'Italia, affidò al suo amico la difesa del Danubio; ed immediatamente dopo il suo ritorno da quella infelice spedizione, rivestì Licinio della vacante porpora di Severo, cedendo all'immediato comando di lui le Province dell'Illirico[357]. Portata che fu nell'Oriente la nuova della sua promozione, Massimino governatore, anzi oppressore dell'Egitto e della Siria, svelando la sua invidia ed il suo disgusto, sdegnò l'inferiore nome di Cesare, e malgrado i preghi non meno che gli argomenti di Galerio, esigè quasi a forza il titolo uguale di Augusto[358]. Per la prima ed anche ultima volta fu il mondo Romano governato da sei Imperatori. Nell'Occidente Costantino e Massenzio affettavano di venerare il loro padre Massimiano. Nell'Oriente Licinio e Massimino onoravano con più reale considerazione il loro benefattore Galerio. La diversità di interessi e la memoria di una guerra recente divideva l'Impero in due grandi e nemiche potenze; ma i loro timori scambievoli produssero un'apparente tranquillità, anzi una finta riconciliazione, finchè la morte dei principi più vecchi di Massimiano, e particolarmente di Galerio, diede una nuova direzione alle mire ed alle passioni dei loro sopravviventi colleghi.