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Con questa vittoria di Costantino, il Mondo Romano trovossi di nuovo unito sotto l'autorità di un solo Imperatore, trentasette anni dopo che Diocleziano ne avea diviso la potenza e le province con Massimiano suo collega.
I gradi successivi dell'innalzamento di Costantino, dal tempo in cui prese la porpora a York fino alla rinunzia di Licinio a Nicomedia, si son riferiti minutamente e con precisione, non solo perchè i fatti per se stessi interessano, ma molto più anche perchè i medesimi contribuirono alla decadenza dell'Impero per cagione della gran perdita di sangue e di danaro, e pel continuo accrescimento de' tributi non meno che del corpo militare. Le immediate memorabili conseguenze di questa rivoluzione furono la fondazione di Costantinopoli, e lo stabilimento della Religione Cristiana.
CAPITOLO XV.
Progresso della Religione Cristiana, e sentimenti, costumi, numero e condizione de' primitivi Fedeli.
Una ricerca intorno al progresso e stabilimento del Cristianesimo, che abbia semplicemente per guida la ragione e il candore, può considerarsi come una parte molto essenziale dell'Istoria dell'Impero Romano. Mentre quel gran corpo veniva attaccato dalla forza aperta, o con occulte mine condotto appoco appoco alla distruzione, una Religione umile e pura s'andò insensibilmente insinuando nelle menti degli uomini; s'accrebbe nell'oscurità e nel silenzio, acquistò nuova forza dalle opposizioni medesime, che le furon fatte, ed innalzò finalmente lo stendardo vittorioso della Croce sulle rovine del Campidoglio. Nè l'influenza del Cristianesimo si limitò solamente alla durata, o ai confini del Romano Impero: questa Religione dopo un corso di tredici, o quattordici secoli si professa tuttora dalle nazioni dell'Europa, che nell'arti e nelle scienze, non men che nelle armi, formano la parte più distinta dell'uman genere. Mediante l'industria a lo zelo degli Europei, essa largamente si è diffusa fino a' lidi più lontani dell'Asia, e dell'Affrica; e per mezzo delle loro colonie si è stabilito solidamente dal Canadà fino al Chili; in un mondo dagli antichi non conosciuto.
Ma per quanto sia vantaggioso o piacevole tal esame, contiene due principali difficoltà. Gli scarsi e dubbiosi materiali della Storia Ecclesiastica rade volte ci pongono in istato di sgombrare la folta nebbia, che oscura i primi secoli della Chiesa. E la gran legge dell'imparzialità ci costringe troppo spesso a scoprire le imperfezioni dei non inspirati dottori, e credenti dell'Evangelio; onde può sembrare a chi non usa molta attenzione, che le lor mancanze gettino qualche ombra sulla fede che professarono. Ma dovrebbe cessare lo scandalo de' pii credenti, ugualmente che il falso trionfo degl'infedeli, se riflettessero non alla qualità solamente di chi fu l'autore della divina rivelazione, ma di quelli eziandio, ai quali fu questa comunicata. Il teologo può gustare il dolce piacere di rappresentare la religione, quale ci venne dal cielo, ammantata della nativa sua purità; ma un più dispiacevol dovere s'impone all'Istorico, il quale non può non iscoprire l'inevitabil miscuglio di corruzione e d'errore, ch'ella contrasse nel dimorar che fece lungamente sopra la Terra, in mezzo ad enti di una debole e degenerata natura.
La nostra curiosità ci porta naturalmente a cercare per quali mezzi la fede Cristiana ottenne sì riguardevol vittoria sulle religioni già stabilite sopra la terra. Potrebbe darsi a tal domanda una facile, ma soddisfacente risposta, dicendo che attribuir ciò si deve alla convincente evidenza della dottrina, ed alla regolatrice Provvidenza del grand'Autore della medesima. Ma siccome la verità, e la ragione di rado sono così favorevolmente accolte nel mondo, e siccome si compiace bene spesso la saggia Provvidenza di far uso delle passioni del cuore umano, e delle generali circostanze, nelle quali ritrovansi gli uomini, come d'istrumenti per eseguire i propri disegni; così ci si permetterà d'investigare, quantunque colla sommissione dovuta, non già qual fu la prima, ma bensì quali furon le secondarie cagioni del rapido progresso della Chiesa di Cristo. Si farà chiaro per avventura da tal esame, ch'essa fu con la massima efficacia favorita e sostenuta dalle cinque cagioni che seguono: I. Dall'inflessibile, e s'è lecito così dire, intollerante zelo de' Cristiani, proveniente in vero dalla religione Giudaica, ma spogliato di quello spirito ritroso ed insociabile, che in luogo d'invitare avea allontanato i Gentili dall'abbracciar la legge di Mosè. II. Dalla dottrina di una vita futura, avvalorata da ogni special circostanza, che potesse dar peso ed efficacia a quell'importante verità. III. Dal poter de' miracoli, attribuito alla Chiesa primitiva. IV. Dalla pura, ed austera morale de' Cristiani. V. Dalla disciplina, ed unione della Cristiana repubblica, che appoco appoco formò uno stato indipendente, il quale sempre più andò crescendo nel cuore del Romano Impero.
I. Noi abbiamo già descritto l'armonia dell'antico mondo in materia di religione, e con quanta facilità le più differenti ed anche nemiche nazioni abbracciavano, o almen rispettavano le superstizioni l'una dell'altra. Un solo popolo ricusava di unirsi a questo comune commercio dell'uman genere. I Giudei, che sotto le monarchie degli Assirj e de' Persiani avevan languito per molti secoli come la parte più disprezzata de' loro schiavi[441], si sollevarono dall'oscurità sotto successori di Alessandro; ed essendo sorprendentemente moltiplicati prima in Oriente poi in Occidente, ben presto eccitarono la curiosità e la maraviglia delle altre nazioni[442]. La burbera ostinazione, con cui mantenevano le loro speciali cerimonie ed insocievoli usanze, pareva indicare in essi una specie d'uomini distinta dagli altri, che audacemente professavano, o che mal celavano l'odio implacabile, che portavano al resto del genere umano[443]. Nè la violenza d'Antioco, nè le arti di Erode, nè l'esempio delle nazioni circonvicine poterono mai persuadere i Giudei ad unire con le instituzioni di Mosè l'elegante mitologia de' Greci[444]. Seguendo le massime di una general tolleranza, i Romani proteggevano anche quelle superstizioni, che disprezzavano[445]. Augusto, pieno d'indulgenza, condiscese fino a dar ordini, che si offerissero sacrifizi per la sua prosperità nel tempio di Gerusalemme[446], laddove se l'infimo della stirpe d'Abramo avesse prestato simile omaggio al Giove del Campidoglio, sarebbe divenuto un oggetto di esecrazione a se stesso, ed a' propri fratelli. Ma la moderazione de' Conquistatori non fu sufficiente a quietare i gelosi pregiudizi de' loro sudditi, che si misero in agitazione e si scandalizzarono, allorchè introdur si dovettero le insegne del Paganesimo nel lor paese, divenuto Provincia Romana[447]. Il folle attentato di Caligola di porre la propria statua nel tempio di Gerusalemme, andò a voto per l'unanime risoluzione di un popolo, che temeva molto meno la morte, che tale idolatrica profanazione[448]. Il loro attacco alla legge di Mosè uguagliava l'abborrimento, che avevano per le religioni straniere. Poichè il corso della devozione e dello zelo si trovava riunito in un angusto canale, esso acquistava la forza, ed alle volte ancora il furor di un torrente.
Quest'inflessibile perseveranza, che agli antichi sembrava così odiosa o così ridicola, prende un assai terribil carattere, dacchè si è degnata la Provvidenza di rivelarci la misteriosa istoria del Popolo eletto. Ma diviene sempre più sorprendente il devoto ed anche scrupoloso attaccamento alla religione Mosaica, tanto singolare ne' Giudei, che vissero dopo l'edificazione del secondo tempio, se paragonar si voglia colla pertinace incredulità de' loro maggiori. Quando la legge fu dettata tra i folgori dal monte Sinai; quando furon sospesi i flutti del mare e il corso de' pianeti pel comodo degl'Israeliti; o quando i premj e le pene temporali erano le conseguenze immediate della lor osservanza o disubbidienza, essi continuamente si ribellavano contro la visibile maestà del divino loro Sovrano, collocavano gl'idoli delle genti nel Santuario di Jeovà, ed imitavano qualunque capricciosa ceremonia, che si praticasse nelle tende degli Arabi, o nelle città della Fenicia[449]. A misura che quella stirpe ingrata restò meritamente priva della protezione del Cielo, andò la lor fede acquistando un corrispondente grado di purità e di vigore. I contemporanei di Mosè e di Giosuè con non curante indifferenza erano stati spettatori de' più sorprendenti miracoli. Sotto il peso poi d'ogni genere di calamità, la fede di tanti miracoli ha preservato gli Ebrei de' tempi posteriori dall'universal contagio della idolatria, e contro tutti i comuni principj dello spirito umano, sembra che questo popolo singolare abbia accordato un più forte e più facile assenso alla tradizione de' suoi remoti antenati, che all'evidenza de' propri sensi.