La religione Giudaica era mirabilmente atta per la difesa, ma per nulla accomodata alle conquiste, e par verisimile che il numero de' proseliti non fosse mai molto maggiore di quel degli apostati. In principio, furon fatte le divine promesse, ed ingiunto il rito della circoncisione, a distinzione degli altri, ad una sola famiglia. Allorchè fu moltiplicata la posterità d'Abramo come le arene del mare, la divinità, che colla propria bocca le aveva dato un sistema di leggi o di cerimonie, si dichiarò il proprio o quasi nazionale Dio d'Israele, e separò colla più gelosa cura il suo popolo favorito dal resto del genere umano. La conquista della terra di Canaan fu accompagnata da tante mirabili, e sanguinose circostanze, che i vittoriosi Giudei restarono in uno stato d'irreconciliabile ostilità con tutti i loro vicini. Era stato comandato loro di estirpare alcune delle più idolatre tribù, e l'esecuzione della volontà divina rare volte fu ritardata dalla debolezza della umana compassione. Ad essi era proibito di contrarre matrimonio o affinità veruna colle altre nazioni, e la proibizione di ammetterle nel loro ceto, che in alcuni casi era perpetuo, si estendeva quasi sempre alla terza, alla settima, ed anche alla decima generazione. Non s'inculcò mai come un precetto della legge l'obbligo di predicare a' Gentili la fede di Mosè; nè gli Ebrei si trovavano disposti ad incaricarsene come d'un volontario dovere. Quest'insocievole popolo nell'ammissione di nuovi cittadini seguitava piuttosto la vanità propria de' Greci, che la politica generosa di Roma. I discendenti d'Abramo eran lusingati dall'opinione di essere i soli eredi dell'alleanza, e temevano di scemare il valore della loro eredità, se la dividevano troppo facilmente con gli stranieri della terra. Una comunicazione più estesa coll'uman genere dilatò le loro cognizioni senza correggere i loro pregiudizi, e se il Dio d'Israele acquistava qualche nuovo devoto, ciò era dovuto al genio incostante del politeismo, piuttosto che allo zelo attivo de' suoi missionari[450]. Sembra, che la religione Mosaica sia stata instituita per un paese particolare, e per una sola nazione; e se rigorosamente si fosse osservato il precetto, che ogni maschio tre volte l'anno si presentasse avanti il Signore Dio, sarebbe stato impossibile che i Giudei si fossero estesi oltre gli angusti limiti della Terra Promessa[451]. Si tolse in vero di mezzo simil ostacolo mediante la distruzione del tempio di Gerusalemme; ma in tal distruzione restò involta la parte più riguardevole della religione Giudaica; ed i Pagani, che avevano sempre udito con maraviglia la straordinaria descrizione di un santuario voto di numi[452], non sapevano immaginare qual esser potesse l'oggetto, e quali gl'istrumenti di un culto privo di tempj e di altari, di sacerdoti e di sacrifizi. Pure anche nel loro stato d'abbassamento, i Giudei, vantando sempre i sublimi ed esclusivi lor privilegi, evitavano, invece di apprezzare, la società degli stranieri. Sempre insistevano con inflessibil rigore su quelle parti della legge, ch'era in lor facoltà di osservare. Le particolari lor distinzioni di giorni, di cibi, ed una varietà di triviali, quantunque incomode cerimonie, formavano altrettanti oggetti di avversione e di disgusto per le altre nazioni, alle abitudini, ed ai pregiudizi delle quali erano quelle diametralmente contrarie. Il solo penoso, ed anche pericoloso rito della circoncisione serviva a rimuovere un volenteroso proselito dalle porte della Sinagoga[453].

In queste circostanze comparve nel mondo il Cristianesimo, armato colla forza della legge Mosaica, e libero dal peso dei ceppi della medesima. Fu con ugual premura inculcato nel nuovo non men che nel vecchio sistema uno zelo esclusivo per la verità della religione e per l'unità di Dio; e tutto ciò, che di nuovo intorno alla natura ed ai disegni dell'Ente supremo fu rivelato al genere umano, era adattato a far crescere la riverenza per quella misteriosa dottrina. Fu ammessa la divina autorità di Mosè e de' Profeti, ed anche stabilita come la base più stabile del Cristianesimo. Fin dal principio del mondo erasi annunziata e preparata, con una serie non interrotta di predizioni, la venuta per lungo tempo attesa del Messia, il quale, per condiscendere alla grossolana immaginazione de' Giudei, era stato più frequentemente rappresentato sotto la figura di Re e di Conquistatore, che sotto quella di Profeta, di Martire, e di Figlio di Dio. Mediante l'espiatorio sacrifizio di lui, furono tutti in una volta consumati ed aboliti gl'imperfetti sacrifizi del Tempio. Alle leggi ceremoniali, che consistevano solamente in segni e figure, successe un culto spirituale e puro, adattato a tutti i climi ugualmente che ad ogni condizione di persone; ed al sangue, collo spargimento del quale s'iniziavano gli uomini, fu sostituita la più innocente iniziazione dell'acqua. La promessa del favor divino, invece di essere parzialmente ristretta alla discendenza d'Abramo, fu proposta universalmente a' liberi ed a' servi, a' Greci ed a' Barbari, agli Ebrei, ed a' Gentili. Fu sempre riservato per i soli membri della Chiesa Cristiana qualunque privilegio che dalla Terra sollevar potesse il proselito al cielo, rinvigorirne la devozione, assicurarne la felicità, o anche soddisfar quel segreto orgoglio, che sotto l'apparenza di devozione s'insinua nel cuore umano; ma nel tempo stesso permettevasi, anzi cercavasi di persuadere ad ognuno di accettare il glorioso distintivo, che non solamente si offeriva come un favore, ma imponevasi eziandio come un obbligo. Per un nuovo convertito era un dovere il più sacro quello di spargere fra' propri amici e parenti l'inestimabil benefizio, ch'esso avea ricevuto, e di ammonirli che il rifiuto, che ne avesser fatto, sarebbe stato severamente punito, come una peccaminosa disubbidienza al volere di una benigna, ma onnipotente Divinità.

La liberazione però della Chiesa da' vincoli della Sinagoga fu un'opera alquanto lunga e difficile. I Giudei convertiti, che ravvisavano in Gesù il carattere del Messia predetto da' loro antichi oracoli, lo rispettavano come un Profeta, che insegnava la virtù e la religione; ma stavan ostinatamente attaccali alle cerimonie dei loro maggiori, e desideravano di soggettarvi anche i Gentili, che continuamente accrescevano il numero dei credenti. Sembra che questi giudaizzanti Cristiani traessero con qualche plausibilità i loro argomenti dalla origine divina della legge di Mosè, e dalle immutabili perfezioni del grande Autore di essa. Sostenevano questi che se l'Ente, il quale è sempre il medesimo per tutta l'eternità, avesse disegnalo di abolire que' sacri riti, ch'eran serviti per distinguere il suo Popolo eletto, sarebbe stata la rivocazione di quelli non meno chiara e solenne, che la prima loro promulgazione: che invece di quelle frequenti dichiarazioni, che o suppongono, o assicurano la perpetuità della religione Mosaica, si sarebbe questa rappresentata, come un piano provvisionale, che doveva durar solamente fino alla venuta del Messia, il quale avrebbe dimostrato agli uomini una forma più perfetta di culto e di fede[454]: che il Messia medesimo, ed i suoi discepoli, i quali conversarono con lui sulla terra, piuttosto che autorizzare col loro esempio la più minuta osservanza della Mosaica legge[455], avrebbero pubblicato al mondo l'abolizione di quelle inutili ed antiquate ceremonie, senza permettere che il Cristianesimo per tanti anni restasse oscuramente confuso tra le Sette della Chiesa Giudaica. Simili argomenti pare, che sieno stati usati in difesa della causa della legge Mosaica spirante; ma l'industria de' nostri dotti Teologi ha largamente spiegato l'ambiguo linguaggio del Testamento vecchio, e la dubbiosa condotta dei predicatori apostolici. Egli era conveniente di sviluppare a grado a grado il sistema dell'Evangelio, e di pronunziare, colla massima cautela e riservatezza, una sentenza di condanna, ch'era tanto ripugnante alle inclinazioni, ed ai pregiudizi degli Ebrei convertiti.

L'Istoria della Chiesa Gerosolimitana somministra una forte prova della necessità di tali cautele, e della profonda impressione che avea fatto la Religion Giudaica nelle menti de' suoi seguaci. I primi quindici Vescovi di Gerusalemme furon tutti Giudei circoncisi; e la congregazione, a cui presedevano, univa la legge di Mosè colla dottrina di Cristo[456]. Era naturale, che la primitiva tradizione di una Chiesa, ch'era stata fondata solo quaranta giorni dopo la morte di Cristo, e governata quasi altrettanti anni sotto l'immediata inspezione degli Apostoli, si ricevesse come il modello della retta fede[457]. Le Chiese lontane si rimettevano assai spesso all'autorità della venerabile loro madre, e sollevavano con una generosa contribuzione di elemosine le angustie di essa. Ma quando si stabilirono società numerose ed opulente nella gran città dell'Impero, come in Antiochia, in Alessandria, in Efeso, in Corinto, ed in Roma, appoco appoco diminuì la riverenza, che Gerusalemme aveva inspirato a tutte le colonie Cristiani. I Giudei convertiti o i Nazareni, come furon chiamati dopo, che avevan gettati i fondamenti della Chiesa, in breve si trovaron sopraffatti dalla moltitudine, che sempre cresceva, e che da tutte le diverse religioni del politeismo arrolavasi alla milizia di Cristo; ed i Gentili, che avevano, coll'approvazione del loro particolare Apostolo, scosso l'intollerabil peso delle cerimonie Mosaiche, ricusarono finalmente ai loro più scrupolosi fratelli quella medesima tolleranza, ch'essi a principio avevano umilmente implorata per le lor proprie usanze. La rovina del tempio, della città, della pubblica religione degli Ebrei fu gravemente sensibile ai Nazareni, come a quelli, che nelle costumanze, se non nella fede, conservavano un'intima connessione cogli empj lor nazionali, le disgrazie de' quali, si attribuivano da' Gentili al disprezzo e da' Cristiani con più ragione allo sdegno del sommo Dio. I Nazareni si ritirarono dalle rovine di Gerusalemme alla piccola città di Pella di là dal Giordano, dove languì nella solitudine e nell'oscurità quell'antica Chiesa più di sessant'anni[458]. Essi avevan sempre la consolazione di fare frequenti e devote visite alla Città santa, e la speranza di essere un giorno ristabiliti in que' luoghi, che per natura e per religione eran portati ad amare, non meno che a rispettare. Ma finalmente, sotto il regno di Adriano, il disperato fanatismo degli Ebrei pose il colmo alle loro calamità, ed i Romani, esacerbati dalle ripetute lor ribellioni, esercitarono con insolito rigore i diritti della vittoria. L'Imperatore fondò una nuova città col nome d'Elia Capitolina sul monte Sion[459], alla quale concesse i privilegi delle colonie; ed avendo stabilite le più severe pene contro qualunque Giudeo, che avesse ardito di accostarsi a' recinti di quella, vi pose la guardia di una coorte Romana per invigilare all'esecuzione de' suoi comandi. A' Nazareni restava un solo mezzo di evitare la comun proscrizione, e fu in quest'occasione assistita la forza della verità dall'influenza di temporali vantaggi: i medesimi dessero per loro Vescovo Marco, ch'era Gentile d'origine, e molto probabilmente nativo o dell'Italia o di qualche provincia Latina. Alle persuasive di lui la maggior parte della congregazione rinunziò alla legge Mosaica, nella pratica di cui avevano essi perseverato sopra cent'anni; e mediante questo sacrificio de' loro usi e pregiudizi furono liberamente ammessi nella colonia d'Adriano, e si strinse più fortemente la loro unione nella Chiesa Cattolica[460].

Quando gli onori, ed il nome della Chiesa di Gerusalemme si restituirono al monte Sion, furono imputati agli oscuri avanzi de' Nazareni, che ricusarono di accompagnare il loro Vescovo Latino, i delitti di eresia e di scisma. Essi conservaron sempre l'antica loro abitazione di Pella; si sparsero per i villaggi vicini a Damasco; e formarono una piccola chiesa nella Città di Berea, o come si dice adesso, d'Aleppo nella Siria[461]. Fu creduto il nome di Nazareno troppo onorevole per que' Cristiani giudaizzanti, ed in breve, a cagione della supposta povertà del loro intelletto, non meno che della lor condizione, riceverono il dispregevole titolo di Ebioniti[462]. Pochi anni dopo il ritorno della Chiesa di Gerusalemme, s'incominciò a dubitare, se un uomo, che sinceramente riconoscesse Gesù per Messia, ma continuasse ad osservare la legge Mosaica, potesse sperar di salvarsi. La dolce indole di Giustino martire lo faceva inclinare a scioglier tal questione affermativamente; e quantunque si esprimesse colla più riservata diffidenza, osò tuttavia di determinarsi a favore di tale imperfetto Cristiano, qualora fosse contento di praticare in privato le cerimonie Mosaiche senza pretendere di sostenerne generalmente l'uso, o la necessità. Ma quando Giustino fu pressato a dichiarare il sentimento della Chiesa, confessò che vi erano molti fra gli ortodossi Cristiani, che non solo escludevano i lor giudaizzanti fratelli dalla speranza di salvazione, ma evitavano ancora ogni commercio con loro ne' comuni officj di amicizia, di ospitalità, e di vita sociale[463]. La opinione più rigorosa prevalse, com'era natural di supporre, alla più dolce, e si alzò una muraglia di separazione per sempre fra i discepoli di Mosè e quelli di Cristo. Gl'infelici Ebioniti, rigettati da una delle due religioni come apostati, dall'altra come eretici, si trovaron costretti ad assumere un carattere più determinato; e sebbene si scoprano fino al quarto secolo alcune tracce di quella vecchia setta, pure insensibilmente andarono ad incorporarsi o nella Chiesa o nella Sinagoga[464].

Mentre la Chiesa ortodossa teneva un giusto mezzo fra l'eccessiva reverenza, e l'inconveniente disprezzo per la legge di Mosè, diversi cretini deviarono ugualmente agli opposti estremi della stravaganza, e dell'errore. Gli Ebioniti avevan concluso dalla riconosciuta verità della religione Giudaica, ch'essa non poteva esser abolita giammai; ed i Gnostici dalle supposte imperfezioni della medesima con ugual precipitazione inferirono che quella non era stata mai instituita dalla sapienza divina. Vi sono alcune obbiezioni contro l'autorità di Mosè e de' Profeti, che si presentano troppo facilmente ad uno scettico, quantunque possan derivare solamente dall'ignoranza, in cui siamo della remota antichità, e dalla nostra incapacità di formare un adeguato giudizio della divina economia. Queste obbiezioni furono con impegno abbracciate, e con ugual protervia sostenute dalla vana scienza dei Gnostici[465]. Poichè questi eretici erano per la maggior parte alieni dai piaceri del senso, bruscamente attaccavano la poligamia de' Patriarchi, le galanterie di David, ed il serraglio di Salomone. Non sapevano come poter conciliar la conquista della terra di Canaan, e l'inesorata estirpazione de' nativi abitanti di quella, colle nozioni comuni di umanità e di giustizia. Ma quando poi esaminavano la sanguinosa lista dell'uccisioni, dell'esecuzioni e delle stragi, che macchiano quasi ogni pagina degli annali Giudaici, venivano in cognizione, che i Barbari della Palestina dimostrato avevano anche verso i loro nazionali ed amici tanta compassione, quanta ne avevano esercitata verso i loro idolatri nemici[466]. Da' settarj della legge passando alla legge medesima, asserivano esser impossibile, che una religione consistente solo in sanguinosi sacrifizi ed in vane cerimonie, della quale i premj ed i gastighi eran tutti di una natura carnale e temporale, inspirasse l'amore della virtù, o raffrenasse l'impeto delle passioni. Il racconto, che fa Mosè della creazione e della caduta dell'uomo, trattavasi con profana derisione dai Gnostici, che non volevano sentir con pazienza parlare del riposo della Divinità dopo l'opera di sei giorni, nè della costa d'Adamo, del giardino d'Eden, degli alberi della vita e della scienza, del serpente che parla, del frutto vietato, e della condanna eterna, pronunziata contro la specie umana per la venial colpa de' primi progenitori[467]. I Gnostici empiamente rappresentavano il Dio d'Israele come un ente sottoposto alla passione ed all'errore, capriccioso ne' suoi favori, implacabile nello sdegno, e bassamente geloso del superstizioso suo culto, e che limitava la sua parzial providenza ad un solo popolo, ed alla transitoria vita presente. In tal carattere non potevano essi ravvisare alcun distintivo del saggio ed onnipotente Padre dell'Universo[468]. Accordavano che la religion de' Giudei era alquanto meno empia che l'idolatria de' Gentili; ma la dottrina loro fondamentale era, che Cristo da essi adorato, come la prima e più luminosa emanazione della Divinità, comparve sopra la terra per liberare il genere umano da' vari errori e per rivelare un nuovo sistema di verità o di perfezione. I più dotti fra' Padri, per una ben singolare condiscendenza, hanno imprudentemente ammesso le sofistiche sottigliezze dei Gnostici. Riconoscendo che il senso letterale ripugna ad ogni principio di ragione e di fede, si son creduti sicuri ed invulnerabili dietro all'ampio velo dell'allegoria, ch'essi hanno avuta la cura di stendere sopra qualunque minima parte della narrazione Mosaica[469].

Con maggior ingegno che verità è stato notato, che la virginal purità della Chiesa non fu mai violata da scisma o da eresia veruna, prima del regno di Traiano o d'Adriano, che fioriron circa cent'anni dopo la morte di Cristo[470]. Noi possiamo assai più propriamente osservare, che in quel tratto di tempo a' seguaci del Messia fu accordato un campo più libero sì nella fede che nella pratica, di quel che fosse loro permesso in alcuno de' seguenti secoli. Siccome s'andarono appoco appoco ristringendo i limiti della comunione, e si esercitava con sempre maggior rigore la spirituale autorità del partito che prevaleva, molti de' principali membri della Chiesa, a' quali fu intimato di rinunziare alle private loro opinioni, s'impegnarono a sostenerle, a tirar delle conseguenze da' falsi loro principj, e ad alzare apertamente bandiera di ribellione contro l'unità della Chiesa. I Gnostici si distinguevano come la parte più culta, più dotta, e più facoltosa del Cristianesimo, e tal generale denominazione, che indica una superiorità di cognizioni, o ebbe origine dal lor proprio orgoglio, o ad essi fu ironicamente applicata dall'invidia de' loro avversari. Essi erano quasi tutti Gentili di nascita, e sembra, che i primi lor fondatori fosser nativi della Siria o dell'Egitto, dove il calore del clima disponeva tanto la mente che il corpo all'indolente contemplativa devozione. I Gnostici mescolavano alla fede di Cristo molte sublimi ma oscure opinioni, che avevano tratte dalla filosofia orientale, ed eziandio dalla religione di Zoroastro, intorno all'eternità della materia, all'esistenza de' due principj, ed alla misteriosa gerarchia del mondo invisibile[471]. Ingolfati che furono in quel vasto abisso, lasciaronsi trasportare da una immaginazione disordinata; e come vari ed infiniti sono i sentieri dell'errore, i Gnostici si trovarono insensibilmente divisi in più di cinquanta Sette particolari[472], fra le quali par che le più celebri siano state quelle de' Basilidiani, de' Valentiniani, de' Marcioniti, e qualche tempo dopo de' Manichei. Ciascheduna di queste Sette vantava i propri Vescovi, le proprie Assemblee, i suoi Dottori, e Martiri particolari[473], ed in luogo de' quattro Evangeli ammessi dalla Chiesa, gli Eretici allegavano una moltitudine d'istorie, nelle quali si adattavano le azioni, ed i discorsi di Cristo e degli Apostoli, alle rispettive loro opinioni[474]. Il progresso dei Gnostici fu rapido ed esteso[475]: occuparono essi l'Asia e l'Egitto, si stabilirono in Roma, e penetrarono fin qualche volta nelle province dell'Occidente. Per la maggior parte insorsero nel secondo secolo; fiorirono durante il terzo; e furon soppressi nel quarto, o quinto per cagione delle controversie più moderne, che prevalsero, e del superiore ascendente della potestà Imperiale. Quantunque però disturbassero continuamente la pace della Chiesa, e spesso degradassero l'onor della religione, contribuirono ciò nonostante a promuovere piuttosto che a ritardare il progresso del Cristianesimo. I convertiti Gentili, i più forti pregiudizi ed obbiezioni de' quali dirigevansi contro la legge di Mosè, potevano essere ammessi in molte società Cristiane, che non esigevano dalle loro non istruite menti alcuna credenza di antecedenti rivelazioni. La loro fede appoco appoco si fortificava e si estendeva, e la Chiesa in ultimo veniva a far la conquista de' suoi più inveterati nemici[476].

Ma per quanto diverse fossero le opinioni tra gli Ortodossi, gli Ebioniti ed i Gnostici rispetto alla divinità, o all'obbligazione della legge Mosaica, essi erano però tutti ugualmente animati dall'istesso zelo esclusivo, e dall'istesso abborrimento per l'idolatria, che aveano distinto i Giudei dalle altre nazioni dell'antichità. Un filosofo, che risguardava il sistema del politeismo come una mera composizione dell'umana frode e dell'errore, poteva coprire un sorriso di sprezzo sotto la maschera della devozione, senza temere che la condiscendenza, o lo scherno esporre lo potesse allo sdegno di alcun invisibile, o com'egli supponeva, immaginario potere. Ma da' primitivi Cristiani si riguardavano le già stabilite religioni del Paganesimo in un aspetto molto più odioso e formidabile. Era sentimento universale sì della Chiesa che degli Eretici, che i demonj fosser gli autori, i patrocinatori, e gli oggetti dell'idolatria[477]. Era sempre permesso a quegli spiriti ribelli, ch'erano stati deposti dallo stato d'angeli, e precipitati nel baratro infernale, di vagare sopra la terra per tormentare i corpi, e sedurre le menti de' malvagi. I demonj conobbero tosto la natural propensione del cuore umano verso la devozione, e ne abusarono, artificiosamente alienando gli uomini dall'adorazione del loro Creatore, ed usurpando il luogo e gli onori dovuti al sommo Dio. Mediante l'effetto delle maliziose loro arti, soddisfecero la propria lor vanità e vendetta, ed ottennero nel tempo stesso il solo conforto, di cui essi erano ancor suscettivi, cioè la speranza di render partecipe la specie umana della lor colpa e miseria. Si asseriva, o almeno si supponeva, che si fossero distribuiti fra loro i più importanti caratteri del politeismo, avendo l'uno assunto il nome e gli attributi di Giove; un altro di Esculapio, un terzo di Venere, ed un quarto forse d'Apollo[478]; e che mediante la lunga loro esperienza ed aerea natura, fosser capaci di eseguire con sufficiente perizia e dignità le parti, che avevan preso a rappresentare. Si celavano essi ne' tempj; instituivano feste e sacrifizi; inventavano favole; pronunziavan oracoli; e spesso credevasi, che facessero de' miracoli. I Cristiani, che per mezzo degli spiriti maligni potevano così facilmente spiegare ogni sovrannaturale apparenza, eran disposti, ed anche desideravan d'ammettere le più stravaganti finzioni della pagana mitologia. Ma la professione di Cristiano le facea risguardar con orrore; si ravvisava il più tenue segno di rispetto pel culto nazionale come un omaggio direttamente prestato al demonio, e come un atto di ribellione contro la maestà di Dio.

In conseguenza di tal opinione il primo e più difficil dovere per un Cristiano era quello di mantenersi puro ed intatto da ogni pratica d'idolatria. La religione delle nazioni non era solamente una dottrina speculativa, che si professasse nelle scuole, o si predicasse ne' tempj: le innumerabili divinità e cerimonie del politeismo erano strettamente frammischiate con ogni genere di affari o di piaceri, sì della vita privata che della pubblica; e sembrava impossibile d'evitarne l'osservanza, senza rinunciare nel tempo stesso al commercio dell'uman genere, ed a tutti gli uffizi e divertimenti della società[479]. Gl'importanti trattati di pace e di guerra eran preparati o conclusi con solenni sacrifizi, a' quali il Magistrato, il Senatore, e il soldato dovevan presedere, o aver parte[480]. I pubblici spettacoli formavano una parte essenziale della gioconda devozione de' Pagani, e supponevasi che gli Dei accettassero col maggior gradimento i giuochi, che dal Principe e dal Popolo si celebravano in onore delle particolari lor feste[481]. I Cristiani, che con pio orrore sfuggivano l'abominazione del circo o del teatro, trovavansi circondati da lacci infernali, ogni volta che in un geniale trattenimento i loro nemici, nell'atto di invocare gli Dei ospitali, facevano libazioni alla salute l'uno dell'altro[482]. Quando nella pompa dell'imeneo, la sposa, resistendo con affettata ripugnanza, veniva forzata ad entrar nella soglia della sua nuova abitazione[483], o quando lentamente muovevasi la trista processione di un cadavere verso il funereo rogo[484]; in queste interessanti occasioni era costretto il Cristiano ad abbandonar le persone più care che avesse, piuttosto che rendersi reo della colpa, inerente a quegli empi riti. Qualunque arte e commercio, che avesse il minimo legame colla formazione, o coll'adornamento degl'Idoli, contaminavasi dalla macchia dell'idolatria[485]; sentenza ben rigida, mentre condannava la massima parte del popolo, che s'impiega nell'esercizio delle arti liberali e meccaniche, ad un'eterna miseria. Se gettiamo gli occhi sopra i copiosi avanzi dell'antichità, osserveremo, che oltre le immediate rappresentazioni degli Dei, e gl'istrumenti sacri del loro culto, s'introdussero l'eleganti figure, e le piacevoli finzioni, consacrate dall'immaginazione de' Greci, come i più ricchi ornamenti delle case, degli abiti, e delle masserizie de' Pagani[486]. Fino le arti della musica, della pittura, dell'eloquenza e della poesia riconoscevano la medesima origine impura. Secondo il linguaggio de' Padri, Apollo e le Muse erano gli organi dello spirito infernale; Omero e Virgilio i primi fra i servi di lui; e la bella mitologia, che penetra ed anima le composizioni de' loro ingegni, è destinata a celebrar la gloria dei demonj. Il comune idioma stesso della Grecia e di Roma abbondava di empie famigliari espressioni, le quali era facile che dall'inavvertito Cristiano o fosser con troppa negligenza adoperate, o udite troppo parzialmente[487].

Le pericolose tentazioni, che da ogni parte stavano in agguato per sorprender l'incauto credente, l'assalivano con doppia violenza ne' giorni di solenni festività. Questi erano immaginati e disposti nel corso dell'anno con tale artifizio, che la superstizione portava sempre seco l'apparenza del piacere; e spesso quella della virtù[488]. Varie fra le più sacre solennità del Rituale Romano eran destinate a salutare con voti di pubblica e di privata felicità le nuove calende di Gennaio, a risvegliare la pia rimembranza dei morti e dei vivi, e sempre più stringere i vincoli inviolabili della proprietà, ed applaudire nel ritorno della primavera alla genial potenza della fecondità, a perpetuare le due più memorabili epoche di Roma, la fondazione della città, e quella della repubblica, ed a restituire nel tempo della piacevole licenza de' Saturnali la primitiva uguaglianza dell'uman genere. Può concepirsi una idea dell'abborrimento de' Cristiani per tali empie cerimonie da quella scrupolosa delicatezza, ch'essi dimostravano in ogni anche più leggiera occasione. Era costume degli antichi, ne' giorni di generale festività, di adornare le loro porte con lampadi e rami di lauro, e di coronarsi il capo con ghirlande di fiori. Si poteva forse tollerare quest'elegante ed innocente usanza, come una pura instituzione civile. Ma disgraziatamente accadde, che le porte delle case trovavansi protette dagli Dei domestici, che il lauro era consacrato all'amante di Dafne, e che le ghirlande di fiori, quantunque spesso adoperate come un segno di letizia o di duolo, nella lor prima origine si eran destinate all'uso della superstizione. I timorosi Cristiani, che si lasciavan persuadere in tali casi a condiscendere al costume del lor paese, ed a' comandi de' Magistrati, soggiacevano alle più tetre apprensioni, che provenivano da' rimproveri della lor propria coscienza, dalle censure della Chiesa e dall'annunzio della divina vendetta[489].