Terzo, riferisce imperfettamente la legge di Traiano, dalla quale essenzialmente dipende il giudizio, che far ne dobbiamo; e regala grandi vantaggi a' Cristiani a forza d'immaginarli.

Plinio espose a Traiano, che avendo fatto diligente esame intorno all'istituto ed alle adunanze de' Cristiani, non vi aveva trovato se non che cantavano lodi al loro Cristo; che facevano pranzi sobri ed ordinari, e che si astringevano con giuramento ad astenersi da ogni reità; che avevano cessato pure di adunarsi per ubbidire agli ordini suoi; e che poste per maggior cautela due donne Cristiane a' tormenti, non potè altro scuoprire se non un gran fondo di superstizione. Risponde l'Imperadore, che in quest'affare non si può stabilire una regola sicura; ma si compiace di ordinare, che non si faccia più inquisizione contro i Cristiani, se però essi verranno accusati e convinti, i Magistrati usino ogni mezzo di ridurli, e trovandoli ostinati, li puniscano colla morte.

Confessa lo stesso Autore, che la legge è contraddittoria: in fatti se il Cristianesimo gli pareva delitto di morte, doveva permettere, che si seguisse a procedere per inquisizione come in tutti gli altri delitti capitali; se non gli sembrava che vi dovesse aver luogo l'inquisizione non doveva punir di morte gli accusati.

Questa legge recò due gravissimi danni ai Cristiani. Traiano lasciò libero ai Magistrati l'impiegare i mezzi eziandio di rigore, affin di ridurre i Cristiani al volere del Principe; e così aprì la via ai tormenti ed alla crudeltà: ed essendo questo il primo piano criminale fatto contro il Cristianesimo, si stabilì sì fattamente, che gl'Imperadori seguenti non poterono del tutto abolirlo, quando vollero favorire gli oppressi. Quindi la ripugnanza vi è nella legge, ma non vi è precauzione, nè moderazione; anzi evvi o una negligenza così supina o una politica così artifiziosa, che i Cristiani sono costretti ad imputare a Traiano tutti i mali, che fecero loro soffrire i suoi successori.

È curioso l'Autore, quando dice, che gli accusatori dovevano vergognarsi o temere. Sapete chi erano gli accusatori? I Sacerdoti, i Filosofi, i quali stimavano di prestar ossequio agli Dei, perdendo i loro nemici. E la legge di Traiano recò loro tanto poco spavento, che Adriano suo successore, ed indi Antonino Pio non poterono frenarne altrimenti l'ardore, che coll'imporre al calunniatore la stessa pena del calunniato. Eglino pure dichiararono, che i clamori del popolo non sarebbero stati più ammessi come prova legale.

In questi due Principi la verità ci obbliga a riconoscere qualche grado di ripugnanza, di precauzione, di moderazione; ed i nostri Storici hanno loro renduta la meritata giustizia. Iddio volesse ch'eglino avessero avuto il coraggio di condannare all'obblio la funesta legge di Traiano. Avendo eglino conosciuta la ragione, dovevano trarla da' ceppi dell'oppressione invece di consolarla. Ma la spada nelle loro mani non fu digiuna di sangue: e molti Martiri sotto di loro illustrarono la Chiesa. Forse temettero la superstizione del popolo e la possanza dell'irritabile genere de' Sacerdoti Pagani: non avendo essi avute idee molto pure della giustizia, noi, piuttosto che malignare sulla loro condotta, siamo disposti a compatirli. Lo stesso Traiano per avventura era stato costretto a rispettare la congiura universale del Paganesimo contro i Cristiani, ma non sappiamo perdonargli l'aver permesso ai Magistrati di tentar la costanza de' denunciati, sempre che la giustizia suole impiegare i tormenti ad ottenere la confessione, non la negazione del delitto.

Articolo quarto. Se gl'Imperadori furono moderati nell'uso delle pene.

Ristretto. Non era la pena una conseguenza inevitabile dell'essere alcuno stato convinto: chi tornava all'Idolatria era assoluto, applaudito, premiato; ed i giudici prendevano piuttosto a disingannarli che a punirli. Gli Scrittori del quarto e del quinto secolo hanno attribuito ai Magistrati Romani le più grandi crudeltà, e le più indecenti tentazioni. La loro educazione, il rispetto per le regole della giustizia, l'amore pe' precetti della filosofia non rendono credibili tali racconti.

Risposta. Di che tempo si parla? Di quali Ministri? Sotto quali Imperadori? Dovrebbero determinarsi tutte queste circostanze, per ragionare con fondamento sulla pretesa moderazione. Fu moderato Nerone, che fece servir i Cristiani per funesti fanali a' suoi infami divertimenti? Fu moderato Domiziano, che incrudelì contro il proprio sangue? Fu moderato Traiano, che aprì il primo la via de' tormenti? Fu moderato Decio che ordinò ai Magistrati d'inventarne de' nuovi? Fu moderato Marco Aurelio, che molto prima di Decio fece crudelissime stragi? Fu moderato Galerio, che opinò che i Cristiani si dovessero bruciar tutti vivi? Quali i Principi, tali esser ne dovevano i Ministri. Se si fosse trattato di un delitto, in cui i Giudici alcuno interesse non avessero avuto, si potrebbero per ventura supporre, quali sono dal loro Apologista dipinti. Ma eglino professavano la Religion combattuta da' Cristiani; ed avevano continuamente all'orecchio i Sacerdoti degl'Idoli. Come supporli indifferenti, e piuttosto disposti a disingannare, che a punire i nemici de' loro Numi? Qualche esempio di moderazione e di umanità pur nella storia si trova; ed i nostri Scrittori stessi ne hanno conservata la memoria; ma è un abusare del pubblico il citar qualche esempio in prova di un'asserzione generale.