Nel tempo dell'assedio di Bizanzio aveva il conquistatore piantato la propria tenda sulla dominante eminenza del secondo colle. Per eternare pertanto la memoria del suo buon successo, destinò per il Foro principale[231] quel medesimo vantaggioso luogo, che sembra essere stato di figura circolare o piuttosto elittica. Due archi trionfali ne formavano gli opposti due ingressi; i portici, che lo circondavano da ogni parte, erano pieni di statue; e nel centro del Foro s'alzava una sublime colonna, un mutilato frammento del quale indica ora la sua degradazione col nome di Colonna bruciata. Questa colonna posava sopra un piedistallo di marmo bianco, alto venti piedi, ed era composta di dieci pezzi di porfido, ciascuno de' quali aveva l'altezza di circa dieci piedi, e la circonferenza di circa trenta tre[232]. Nella sommità della colonna, alla distanza di sopra 120 piedi da terra, fu collocata una statua colossale d'Apollo. Essa era di bronzo, ed era stata trasportata o da Atene o da qualche città della Frigia, supponendosi che fosse opera di Fidia. L'Artefice avea rappresentato il Dio del giorno, o come fu interpretato dipoi, l'Imperator Costantino medesimo con uno scettro nella destra, col globo del mondo nella sinistra, e con una corona di raggi lucenti sul capo[233]. Il Circo, o l'Ippodromo era una magnifica fabbrica, lunga circa quattrocento passi, e larga cento[234]. Lo spazio fra le due mete o guglie era pieno di statue e di obelischi; e possiamo ancora osservare un frammento molto singolare d'antichità, vale a dire i corpi di tre serpenti avviticchiati ad una colonna di rame. I loro tre capi una volta servivano a sostenere il tripode d'oro, che i Greci vittoriosi dopo la disfatta di Serse consacrarono nel tempio di Delfo[235]. La bellezza dell'Ippodromo è stata dopo lungo tempo sfigurata dalle rozze mani de' conquistatori Turchi; ma tuttavia ritenendo il nome d'Atmeidan, che indica presso a poco l'istesso, serve di luogo d'esercizio pei loro cavalli. Dal trono, donde l'Imperatore godeva i giuochi circensi, per una scala a chiocciola[236] scendeva esso nel palazzo, ch'era un edificio magnifico, il quale appena cedeva alla residenza dell'istessa Roma, ed insieme con i cortili, giardini o portici adiacenti occupava una considerabil estension di terreno su' lidi della Propontide fra l'Ippodromo e la Chiesa di S. Sofia[237]. Dovremmo in simil guisa far menzione dei bagni, che seguitarono a ritenere il nome di Zeusippo, dopo che dalla munificenza di Costantino arricchiti furono d'alte colonne di varj marmi, e di sopra sessanta statue di bronzo[238]. Ma devieremmo dal proposito di quest'istoria, se volessimo descriver minutamente le diverse fabbriche e quartieri della città. Servirà in generale avvertire, che nelle mura di Costantinopoli fu compreso tutto ciò che adornar poteva la dignità di una gran capitale, o contribuire all'utile o al piacere de' numerosi di lei abitanti. In una particolar descrizione di essa, composta circa cent'anni dopo la sua fondazione, si trovano un campidoglio o scuola di studi, un circo, due teatri, otto bagni pubblici e cento cinquanta tre privati, cinquanta due portici, cinque granai, otto acquedotti o conserve d'acqua, quattro spaziose sale per le adunanze del Senato, o de' Tribunali di giustizia, quattordici chiese, quattordici palazzi, e quattromila trecento ottantotto case, che per la loro struttura e bellezza meritavano d'esser distinte dalla moltitudine delle abitazioni plebee[239].
Il secondo, e più serio oggetto dell'attenzione del fondatore fu la popolazione della sua favorita città. Ne' secoli tenebrosi, che successero alla traslazion dell'Impero, furono stranamente confuse fra loro le remote colle immediate conseguenze di quel memorabile avvenimento dalla vanità de' Greci e dalla credulità de' Latini[240]. Fu asserito e creduto, che tutte le famiglie nobili di Roma, il Senato, l'Ordine equestre con tutti i loro innumerabili dipendenti avean seguitato l'Imperatore alle spiagge della Propontide; che fu lasciata una razza spuria di stranieri e di plebei a posseder la solitudine della vecchia capitale; e che le terre d'Italia, che da gran tempo eran divenute giardini, restaron tutto ad un tratto spogliate di coltivatori e di abitanti[241]. Nel corso di quest'istoria tali esagerazioni si ridurranno al giusto loro valore; pure, siccome l'accrescimento di Costantinopoli non può attribuirsi al generale aumento dell'uman genere o della industria, conviene ammettere, che questa colonia artificiale s'innalzò a spese delle antiche città dell'Impero. Furono probabilmente invitati da Costantino molti opulenti Senatori di Roma e delle Province Orientali ad abbracciare per patria quella fortunata regione, che egli avea scelta per sua residenza. Gl'inviti d'un Principe difficilmente si posson distinguere da' comandi; e la liberalità dell'Imperatore facilmente e di buona voglia fu secondata. Egli donò a' suoi favoriti i palazzi, che avea fabbricati ne' diversi quartieri della città, assegnò loro, per sostenere il proprio decoro, varie terre e pensioni[242], ed alienò i fondi pubblici del Ponto e dell'Asia per concedere in vece stati ereditari, colla facile condizione di mantenere una casa nella capitale[243]. Ma ben presto tali obbligazioni ed incoraggiamenti divenner superflui, e furono a grado a grado aboliti. Dovunque si stabilisce la sede del Governo, ivi si spende una parte considerabile delle pubbliche rendite dal Principe stesso, da' suoi Ministri, dagli Offiziali di giustizia e da' Cortigiani. Vi sono attratti i provinciali più ricchi dai potenti motivi dell'interesse e del dovere, del divertimento e della curiosità. Si forma insensibilmente una terza classe anche più numerosa di abitatori da' servi, dagli artefici, e da' mercanti, che ritraggono la sussistenza dal proprio lavoro, e da' bisogni o dal lusso delle classi più elevate. In meno d'un secolo Costantinopoli contendeva coll'istessa Roma intorno alla superiorità delle ricchezze e della popolazione. Nuovi edifizi, ammucchiati insieme con poco riguardo alla salute o alla decenza, lasciavano appena lo spazio di anguste strade per la perpetua folla di uomini, di cavalli e di carriaggi. Il terreno, in principio destinato per la città, non era più sufficiente a contenere il popolo che sempre cresceva, e le sole fabbriche aggiuntevi, che si avanzavano dall'una e dall'altra parte nel mare, potevan formare una città molto considerabile[244].
Le frequenti e regolari distribuzioni di vino e di olio, di grano o di pane, di danaro o di provvisioni avevano quasi liberato i cittadini più poveri di Roma dalla necessità di lavorare. Il fondator di Costantinopoli volle in qualche maniera imitar la magnificenza de' primi Cesari[245]; ma per quanto la sua liberalità eccitasse l'applauso del popolo, essa è incorsa nella censura de' posteri. Un popolo di legislatori e di conquistatori avea ben diritto alle raccolte dell'Affrica, la quale si era conquistata col di lui sangue; ed Augusto immaginò con grand'arte, che i Romani, godendo dell'abbondanza, perduta avrebbero la memoria della libertà. Ma non può scusarsi la prodigalità di Costantino per alcuna considerazione nè di pubblico, nè di privato vantaggio; e l'annuale tributo di grano, imposto sopra l'Egitto in pro della nuova sua capitale, impiegavasi a nutrire una pigra ed insolente plebaglia a spese degli agricoltori d'un'industriosa Provincia[246]. Vi sono alcuni altri regolamenti di quest'Imperatore meno biasimevoli, ma che non meritano che se ne faccia menzione. Esso divise Costantinopoli in quattordici rioni, o quartieri[247], decorò col nome di Senato il Consiglio pubblico[248], comunicò i privilegi d'Italia a' cittadini[249], e diede alla nascente città il titolo di Colonia, e di prima e più favorita figlia dell'antica Roma. La venerabile madre mantenne sempre la legittima e riconosciuta superiorità, che dovevasi all'età, alla dignità ed alla memoria della sua prima grandezza[250].
Costantino faceva proseguir l'opera con l'impazienza di un amante; onde in pochi anni, o come altri racconta, in pochi mesi[251] fur terminate le mura, i portici ed i principali edifizi; ma tale straordinaria diligenza ecciterà meno la maraviglia, se rifletteremo che molte fabbriche furono finite così precipitosamente e con tali mancanze, che al tempo del successore si dovettero con difficoltà preservare dall'imminente ruina[252]. Si possono facilmente supporre i giuochi e le largità, che decorarono la pompa di questa memorabile festa; ma v'è una circostanza più singolare e permanente, che non deve interamente omettersi. Ogni anno, nel giorno natalizio della città, si collocava sopra un carro trionfale la statua di Costantino formata per suo ordine di legno dorato, che teneva nella destra una piccola immagine del Genio del luogo. Le guardie, vestite de' loro più ricchi abiti e portando in mano dei bianchi ceri, accompagnavano la solenne processione, che girava per l'Ippodromo. Quando era giunta dirimpetto al trono dell'Imperatore regnante, questi si alzava, e con grata riverenza adorava la memoria del suo predecessore[253]. Nella solennità della dedicazione per mezzo d'un editto inciso in una colonna di marmo, si diede alla città di Costantino il titolo di Seconda o di Nuova Roma[254]. Ma il nome di Costantinopoli[255] prevalse a quell'onorevole epiteto: e dopo il corso di quattordici secoli tuttavia continua la fama dell'autore di essa[256].
La fondazione di una nuova capitale è naturalmente connessa con lo stabilimento di una nuova forma di amministrazione sì civile che militare. Un distinto esame del complicato sistema di politica introdotto da Diocleziano, migliorato da Costantino, e perfezionato dagl'immediati di lui successori, può non solo dilettare la fantasia con la singolar pittura d'un grande Impero, ma servirà eziandio ad illustrare le segrete ed interne cause della rapida sua decadenza. Nella considerazione di altri rilevanti stabilimenti, possiamo essere spesso condotti a' più antichi o a' più moderni tempi della storia Romana; ma i limiti propri della presente ricerca saran compresi dentro il periodo di circa centotrent'anni, cioè dall'avvenimento al trono di Costantino, sino alla pubblicazione del Codice Teodosiano[257]; dal quale, ugualmente che dalla Notizia dell'Oriente e dell'Occidente[258], trarremo le più copiose ed autentiche istruzioni dello stato dell'Impero. Questa varietà d'oggetti sospenderà per qualche tempo il corso della narrazione: ma tal interrompimento sarà criticato soltanto da que' lettori, che non sentono la importanza delle leggi e de' costumi, quando con avida curiosità leggono gl'intrighi passeggieri d'una Corte o l'accidental evento d'una battaglia.
Il virile orgoglio de' Romani, contento della potenza effettiva, aveva lasciato alla vanità dell'Oriente la formalità e le ceremonie d'una fastosa grandezza[259]. Ma, quando essi perdettero anche l'ombra di quelle virtù, che nascevano dall'antica lor libertà, la semplicità dei costumi Romani restò insensibilmente corrotta dalla tumida affettazione delle Corti dell'Asia. Dal dispotismo degl'Imperatori abolite furono le distinzioni del merito e del carattere personale, che son tanto cospicue in una Repubblica, e così deboli ed oscure in una Monarchia; in luogo loro fu sostituita una severa subordinazione di gradi, e di uffizi, dagli schiavi titolati, che sedevano sugli scalini del trono, sino a' più vili strumenti dell'arbitrario potere. Questa moltitudine di sudditi abbietti aveva interesse di assicurare l'attual governo dal timore d'una rivoluzione, che ad un tratto avrebbe potuto confonder le loro speranze, ed impedire il premio de' lor servigi. In questa Divina Gerarchia (giacchè in tal modo essa è frequentemente chiamata) veniva indicato con la più scrupolosa esattezza ogni grado, e se ne spiegava la dignità con una quantità di frivole e solenni ceremonie, la cognizione delle quali richiedeva uno studio, ed era un sacrilegio l'ometterle[260]. Fu corrotta la purità della lingua Latina, ammettendosi nell'uso continuo della vanità e dell'adulazione un'abbondanza d'epiteti, che Tullio avrebbe appena intesi, e che Augusto avrebbe rigettati con isdegno. I primi uffiziali dell'Impero venivano salutati, anche dal Sovrano medesimo, co' bugiardi titoli di vostra Sincerità, vostra Gravità, vostra Eccellenza, vostra Eminenza, vostra sublime ed ammirabil Grandezza, vostra illustre e magnifica Altezza[261]. Le lettere o sia Patenti del loro uffizio erano curiosamente ripiene di quegli emblemi, ch'eran più adattati a spiegarne la natura e la dignità; come sarebbero l'immagine, o il ritratto del regnante Imperatore, un carro trionfale, il libro delle costituzioni posto sopra una tavola, coperto d'un ricco tappeto, ed illuminato da quattro ceri, le allegoriche figure delle Province da governarsi, o i nomi e le insegne delle truppe, che si dovevan comandare. Alcuni di questi simboli d'uffizio erano realmente collocati nel luogo dove davasi udienza: altri precedevano il loro pomposo treno, allorchè comparivano in pubblico, ed ogni circostanza del lor portamento, dell'abito, degli ornati, e del corteggio era diretta ad ispirare una profonda venerazione per quelli, che rappresentavano la Maestà Suprema. Il sistema del governo Romano da un filosofico osservatore potrebbe prendersi per uno splendido teatro, pieno di attori di ogni grado e carattere, che ripetevano il linguaggio, ed imitavano le passioni del loro originale[262].
Furono accuratamente distinti in tre classi tutti quei magistrati, ch'erano di sufficiente importanza da meritar d'aver luogo nello stato generale dell'Impero. Questi erano gli Illustri, gli Spettabili o Rispettabili, ed i Clarissimi, che si possono esprimer dagl'Inglesi colla parola onorevoli. Ne' tempi della Romana semplicità, quest'ultimo epiteto serviva solo per indicare una indeterminata espressione di deferenza, fin tanto che in progresso divenne il titolo particolare e proprio di tutti quelli, ch'erano membri del Senato[263], ed in appresso di coloro, che da quel venerabil corpo venivano eletti per governar le Province. Molto tempo dopo si condiscese alla vanità di quelli, che in forza del loro grado ed uffizio potevan pretendere una maggior distinzione sopra il resto dell'ordine Senatorio col nuovo titolo di Rispettabili: ma quello d'Illustri fu sempre riservato ad alcuni personaggi eminenti, che dalle altre due classi si riverivano ed obbedivano come superiori. Esso fu comunicato soltanto 1. a' Consoli ed a' Patrizj; 2. a' Prefetti del Pretorio, ed a quelli di Roma e di Costantinopoli; 3. a' Generali di cavalleria e d'infanteria; e 4. a' sette ufficiali del palazzo, ch'esercitavano le lor sacre funzioni intorno alla persona dell'Imperatore[264]. Fra quegl'illustri Magistrati, che si stimavano del medesimo grado, l'anzianità nel posto cedeva il luogo alla riunione di più dignità[265]. Gl'Imperatori, che desideravano di moltiplicare i loro favori, potevano alle volte coll'uso de' codicilli onorarj soddisfare la vanità, ma non l'ambizione de' cortigiani impazienti[266].
I. Fintanto che i Consoli Romani furono i primi magistrati d'uno Stato libero, dall'elezione del popolo nasceva il diritto ch'essi avevano d'esercitare la lor potestà; e fintanto che gl'Imperatori condiscesero a mascherare la servitù, che imponevano a Roma, i Consoli continuarono ad esser eletti da' voti o reali o apparenti del Senato. Ma sino dal regno di Diocleziano furono aboliti anche questi vestigi di libertà, ed i felici candidati, che venivano insigniti degli annuali onori del Consolato, affettavan di deplorare l'umiliante condizione de' loro predecessori. Gli Scipioni ed i Catoni eran ridotti a sollecitare i voti de' plebei, a sostenere le gravi e dispendiose formalità d'una elezione popolare, e ad esporre la lor dignità alla vergogna di un pubblico rifiuto; laddove il loro più fortunato destino gli avea serbati ad un secolo e ad un governo, in cui si dispensavano i premj della virtù dall'infallibil sapienza di un grazioso Sovrano[267]. Dichiaravasi nelle lettere, cui l'Imperatore spediva a' due Consoli eletti, ch'essi erano stati creati per la sola di lui autorità[268]. I loro nomi e ritratti, incisi sopra tavolette d'avorio dorate, si spargevano per l'Impero come presenti, che facevansi alle Province, alle Città, a' Magistrati, al Senato ed al Popolo[269]. Si faceva la solenne loro inaugurazione dov'era la residenza Imperiale, e per lo spazio di centovent'anni Roma fu continuamente priva della presenza degli antichi suoi magistrati[270]. La mattina del primo di Gennaio, i Consoli assumevano le insegne della lor dignità. Si vestivano in tal occasione d'un abito di porpora con ricami di seta e d'oro, ed alle volte con ornati di sontuose gemme[271]. In questa solennità erano corteggiati da' più eminenti uffiziali dello Stato e della milizia, in abito di Senatori; ed i littori portavano avanti di loro gli inutili fasci, armati colle, una volta, formidabili scuri[272]. La processione dal palazzo[273] andava al Foro o piazza principale della città, dove i Consoli salivano sul lor Tribunale, e si assidevano sulle sedie curuli, fatte all'usanza degli antichi tempi. Essi esercitavano subito un atto di giurisdizione, manumettendo uno schiavo, ch'era loro presentato per quest'effetto; e tal ceremonia era diretta a rappresentare la celebre azione dell'antico Bruto, autore della libertà e del Consolato, allorchè diede la cittadinanza al fedel Vindice, che avea scoperta la cospirazione de' Tarquinii[274]. La pubblica festa durava più giorni in tutte le città principali, in Roma per costume, in Costantinopoli per imitazione; in Cartagine, in Antiochia ed in Alessandria per amor del piacere, e per la sovrabbondanza delle ricchezze[275]. Nelle due capitali dell'Impero gli annuali giuochi del teatro, del circo e dell'anfiteatro[276] costavano quattromila libbre d'oro, cioè intorno a trecento e ventimila zecchini; e se una sì grave spesa oltrepassava le forze e la volontà de' magistrati medesimi, si suppliva dal tesoro Imperiale[277]. Tosto che i Consoli avevano adempiuto questi doveri di consuetudine, potevano ritirarsi all'ombra della vita privata, e godere nel rimanente dell'anno la tranquilla contemplazione della propria grandezza. Essi non presedevano più alle adunanze della nazione, nè più eseguivano le pubbliche determinazioni di pace o di guerra. Le loro facoltà (qualora non fossero impiegati in altri uffizi di maggior efficacia) erano di poco momento; ed i loro nomi non servivano che di legittima data per l'anno, in cui avevano essi occupato il seggio di Mario e di Cicerone. Contuttociò per altro si sentiva, e si confessava negli ultimi tempi della schiavitù Romana, che questo vuoto nome poteva paragonarsi, ed anche preferirsi al possesso della sostanzial potenza. Il titolo di Console fu sempre l'oggetto più splendido dell'ambizione, ed il premio più nobile della virtù e della fedeltà. Gli stessi Imperatori, che disprezzavano la debole ombra della Repubblica, conoscevano di acquistare maggior maestà e splendore ogni volta che assumevano gli annuali onori della dignità consolare[278].
La più superba e perfetta divisione, che possa trovarsi in ogni tempo o paese fra i nobili e la volgar gente, è forse quella de' patrizi e de' plebei, quale fu stabilita ne' primi tempi della Repubblica Romana. I primi possedevano quasi esclusivamente le ricchezze e gli onori, le cariche dello Stato e le ceremonie della religione: e con la più insultante gelosia[279] conservando essi la purità del lor sangue, tenevano i loro clienti in una specie di coperto vassallaggio. Ma queste distinzioni, tanto incompatibili con lo spirito d'un popolo libero, furono dopo lungo dibattimento abolite, mediante i continui sforzi de' Tribuni. I più attivi e fortunati fra' plebei accumulavano ricchezze, aspiravano agli onori, meritavano Trionfi, contraevano parentele, e dopo alcune generazioni assumevano l'orgoglio dell'antica nobiltà.[280] Le famiglie patrizie, per lo contrario, il primitivo numero delle quali non era stato accresciuto fino al termine della Repubblica, o mancarono secondo l'ordinario corso di natura, o furono estinte in tante guerre di fuori e domestiche, o per mancanza di merito o di fortuna insensibilmente si frammischiarono con la massa del popolo[281]. Ben poche ne rimanevano, che potesser dimostrare pura e genuina l'origine loro fin dal principio della città o anche da quello della Repubblica, quando Cesare ed Augusto, Claudio e Vespasiano dal corpo del Senato prescelsero un numero competente di nuove famiglie patrizie, colla speranza di perpetuare un ordine, che si considerava sempre come onorevole e sacro[282]. Ma questi artificiali supplementi (ne' quali era sempre inclusa la casa regnante) furono rapidamente tolti di mezzo dal furore de' tiranni, dalle frequenti rivoluzioni, dal cangiamento de' costumi e dalla mescolanza delle nazioni[283]. Quando Costantino salì sul trono, poco più vi restava che una indeterminata ed imperfetta tradizione, che i Patrizi erano stati una volta i primi fra' Romani. Formare un corpo di nobili, l'influenza de' quali può restringere l'autorità del Monarca nel tempo che l'assicura, sarebbe stato molto incoerente al carattere ed alla politica di Costantino; ma quand'anche si fosse da lui nutrito seriamente questo pensiero, avrebbe oltrepassato i limiti del suo potere il ratificare con un editto arbitrario una instituzione che aspettar dee la conferma dal tempo e dall'opinione. Egli richiamò, è vero, a nuova vita il titolo di Patrizi; ma lo richiamò come una distinzione personale non ereditaria. Essi non cedevano che alla passeggiera superiorità de' Consoli annuali; ma godevano la preeminenza sopra tutti i grandi uffiziali dello Stato col più famigliare accesso alla persona del Principe. Fu dato loro quest'onorevole dignità a vita; e siccome per ordinario essi erano favoriti e ministri, che avevano invecchiato nella Corte Imperiale, così dalla ignoranza e dall'adulazione fu pervertita la vera etimologia di quel nome, ed i Patrizi di Costantino furono venerati come i padri adottivi dell'Imperatore e della Repubblica[284].
II. Le vicende de' Prefetti del Pretorio furono totalmente diverse da quelle de' Consoli e de' Patrizi; questi videro la loro antica grandezza ridursi ad un vano titolo, quelli a grado a grado innalzandosi dalla condizione più bassa, furono investiti dell'amministrazione sì civile che militare del mondo Romano. Dal regno di Severo fino a quello di Diocleziano si confidavano alla loro soprantendenza le guardie del palazzo, le leggi e le finanze, le armate e le province; e come i Visir dell'Oriente, con una mano essi tenevano il sigillo, e coll'altra la bandiera dell'Impero. L'ambizione de' Prefetti sempre formidabile, e qualche volta fatale a' signori medesimi a' quali servivano, era sostenuta dalla forza delle truppe Pretoriane; ma dopo che quel superbo corpo fu indebolito da Diocleziano, e finalmente soppresso da Costantino, i Prefetti che sopravvissero alla caduta di quello, senza difficoltà si ridussero alla condizione di utili ed obbedienti ministri. Quando essi non furono più responsabili della sicurezza della persona Imperiale, dimisero la giurisdizione, che avevano fino a quell'ora preteso d'avere, e s'esercitarono in tutti i dipartimenti del palazzo. Tosto che cessarono di condurre alla guerra sotto i loro ordini il fiore delle truppe Romane, furono spogliati da Costantino d'ogni militar comando; ed in ultimo i capitani delle guardie, per una singolare rivoluzione, trasformati furono in civili magistrati delle province. Secondo il sistema di governo stabilito da Diocleziano, ciascheduno de' quattro Principi aveva il suo Prefetto del Pretorio, e dopo che la Monarchia si fu di nuovo riunita nella persona di Costantino, egli continuò a creare l'istesso numero di quattro Prefetti, ed alla lor cura affidò le stesse province, ch'essi già amministravano, 1. Il Prefetto dell'Oriente stendeva l'ampia sua giurisdizione alle tre parti del globo, che eran sottoposte a' Romani, dalle cateratte del Nilo ai lidi del Fasi, e dalle montagne della Tracia fino alle frontiere della Persia; 2. Le importanti province della Pannonia, della Dacia, della Macedonia e della Grecia riconoscevano una volta l'autorità del Prefetto dell'Illirico; 3. La potestà del Prefetto dell'Italia non si ristringeva soltanto al paese da cui prendeva il titolo, ma s'estendeva di più al territorio della Rezia fino alle sponde del Danubio, alle dipendenti isole del Mediterraneo ed a tutta quella parte del continente dell'Affrica, che trovasi fra' confini di Cirene e quelli della Tingitania: 4. Il Prefetto delle Gallie, sotto questa plurale denominazione, comprendeva le contigue province della Britannia e della Spagna, ed era obbedito, dalla muraglia d'Antonino fino al forte del monte Atlante[285].