Dopo che i Prefetti del Pretorio furono dimessi da ogni militar comando, le civili funzioni, che fu ordinato loro d'esercitare sopra tante soggette nazioni, erano adequate all'ambizione ed all'abilità de' più consumati ministri. Alla lor saviezza fu commessa l'amministrazione suprema della giustizia e delle finanze; oggetti che in tempo di pace comprendono quasi tutti i respettivi doveri del Sovrano e del popolo; del primo per difendere i cittadini, che sono ubbidienti alle leggi; del secondo per contribuire quella porzione di lor sostanze, che si richiede per le spese dello Stato. Dall'autorità de' Prefetti del Pretorio si regolavano il conio delle monete, le pubbliche strade, le poste, i granai, le manifatture e tutto ciò, che interessar potea la pubblica prosperità. Come immediati rappresentanti della maestà Imperiale avevan la facoltà di spiegare, di ampliare, o qualche volta di modificare gli editti generali per mezzo delle prudenziali loro dichiarazioni. Invigilavano essi sulla condotta de' Governatori delle province, deponevano i trascurati, e punivano i delinquenti. In ogni affar d'importanza o civile o criminale si poteva appellare da qualunque inferior tribunale a quello del Prefetto; ma le sentenze di esso eran finali ed assolute, e gl'Imperatori medesimi ricusavano d'ammettere alcuna querela contro il giudizio, o l'integrità di un magistrato, ch'essi onoravano di tanto illimitato potere[286]. Il suo stipendio era conveniente alla sua dignità[287]; e se era dominato dalla passione dell'avarizia, gli si presentavano frequenti occasioni di fare una doviziosa raccolta di gratificazioni, di presenti e di profitti d'ogni genere. Quantunque gl'Imperatori non avessero più timore dell'ambizione de' loro Prefetti, avevano però l'avvertenza di contrabbilanciare il potere di questa gran carica con l'incertezza e la brevità della sua durata[288].
Le sole città di Roma e di Costantinopoli, per causa della somma loro dignità ed importanza, erano eccettuate dalla giurisdizione de' Prefetti del Pretorio. L'immensa grandezza della città, e l'esperienza della tarda ed inefficace azione delle leggi aveva somministrato alla politica d'Augusto uno specioso pretesto d'introdurre in Roma un nuovo Magistrato, che solo potesse tenere in freno una servile e turbolenta plebaglia col forte braccio del potere arbitrario[289]. Per primo Prefetto di Roma fu destinato Valerio Messala, affinchè la sua riputazione favorisse un atto sì odioso; ma in capo a pochi giorni quel buon cittadino[290] dimise il suo uffizio, dichiarando con un animo degno dell'amico di Bruto, ch'egli si riconosceva incapace d'esercitare un potere incompatibile colla pubblica libertà[291]. Quando incominciò a divenir più debole il sentimento di libertà, si videro con più chiarezza i vantaggi del buon ordine; ed al Prefetto, che sembrava esser destinato solo per terrore degli schiavi e de' vagabondi, fu permesso d'estendere la sua civile e criminale giurisdizione sulle famiglie nobili ed equestri di Roma. I Pretori, che ogni anno creavansi come giudici della legge e dell'equità, non poterono contrariar lungo tempo il possesso del Foro ad un Magistrato vigoroso e permanente, che ordinariamente ammettevasi alla confidenza del Principe. I lor tribunali erano abbandonati, il loro numero, che altre volte era stato variamente fra i dodici e i diciotto[292], fu appoco appoco ridotto a due o tre, e le loro importanti funzioni si ristrinsero alla dispendiosa obbligazione[293] di dare i giuochi per divertimento del Popolo. Dopo che l'uffizio de' Consoli Romani si cangiò in una vana pompa, che rare volte si sfoggiava nella capitale, i Prefetti presero il vacante lor posto in Senato, e furono ben presto riconosciuti come i Presidenti ordinari di quella augusta assemblea. Ricevevano essi gli appelli fino alla distanza di cento miglia, e risguardavasi come un principio di giurisprudenza, che da loro soli dipendeva tutta l'autorità municipale[294]. Nell'esecuzione del suo laborioso impiego, era il Governatore di Roma assistito da quindici uffiziali, alcuni de' quali in origine erano stati uguali o anche superiori di esso. Le principali sue incumbenze si riferivano al comando di una copiosa guardia, stabilita per difender la città dagli incendi, da' rubamenti e da' notturni disordini; alla custodia e distribuzione del grano e delle provvisioni pubbliche; alla cura del porto, degli acquedotti, delle comuni cloache, della navigazione e del letto del Tevere; ed all'inspezione sopra i mercati; i teatri e le opere sì private che pubbliche. La lor vigilanza risguardava i tre principali oggetti di una regolar polizia, vale a dire la sicurezza, l'abbondanza e la mondezza della città; ed era destinato un particolare inspettore per le statue in prova dell'attenzione del governo a conservar lo splendore e gli ornamenti della Capitale: questi era come un custode di quell'inanimato popolo, che secondo lo stravagante computo d'un antico Scrittore, appena era inferiore di numero a' viventi abitatori di Roma. Circa trent'anni dopo la fondazione di Costantinopoli, fu creato anche in quella Capitale nascente un magistrato simile al Prefetto di Roma per i medesimi usi, e colle medesime facoltà; e fu stabilita una perfetta uguaglianza fra la dignità de' due Prefetti municipali, e de' quattro del Pretorio[295].
Quelli, che nell'Imperial gerarchia distinguevansi col titolo di Rispettabili, formavano una classe intermedia fra gl'Illustri Prefetti e gli Onorevoli Magistrati delle Province. In questa classe i Proconsoli dell'Asia, dell'Acaia, e dell'Affrica pretendevano la preeminenza, che accordavasi alla memoria dell'antica lor dignità; e l'appello dal lor tribunale a quello de' Prefetti era quasi l'unico segno di lor dipendenza[296]. Ma il governo civile dell'Impero era distribuito in tredici ampie Diocesi, ognuna delle quali uguagliava la giusta estensione di un potente Regno. La prima di queste diocesi era sottoposta alla giurisdizione del Conte d'Oriente; e si può formare un'idea dell'importanza, e del numero delle sue funzioni col solo riflettere che per l'immediato di lui uso erano impiegati seicento apparitori, che ora si direbbero segretari, giovani assistenti o messi[297]. Non era più occupato da un Cavalier Romano il posto di Prefetto Augustale d'Egitto: ma ne fu ritenuto il nome, e furon continuate nel Governatore di quella diocesi le straordinarie facoltà, che una volta la situazione del paese ed il temperamento degli abitanti rendettero indispensabili. Le altre undici diocesi dell'Asia, del Ponto e della Tracia; della Macedonia, della Dacia, e della Pannonia o sia dell'Illirico occidentale; dell'Italia e dell'Affrica; della Gallia, della Spagna, e della Gran-Brettagna erano governate da dodici Vicari o Viceprefetti[298], il nome de' quali spiega abbastanza la natura e la dipendenza del loro uffizio. Può aggiungersi ancora, che i luogotenenti generali degli eserciti Romani, ed i Conti e Duchi militari, de' quali dovremo da qui avanti parlare, goderono la dignità ed il titolo di Rispettabili.
A misura che prevaleva ne' consigli degl'Imperatori lo spirito di gelosia e d'ostentazione, attendevano essi a dividere con diffidente sollecitudine la sostanza, ed a moltiplicare i titoli del potere. I vasti paesi, che i conquistatori Romani avevan uniti sotto la medesima semplice forma di governo, furon senz'avvedersene sminuzzati in piccioli frammenti; finchè in ultimo tutto l'Impero fu diviso in cento sedici Province, ognuna delle quali aveva un dispendioso e splendido stabilimento. Tre di queste eran governate da Proconsoli, trentasette da Consolari, cinque da Correttori, e settantuna da Presidenti. Diversi erano i nomi di questi magistrati, disposti in successivo ordine i loro gradi, ingegnosamente variate le insegne della lor dignità, e la lor situazione secondo le accidentali circostanze diveniva più o meno piacevole o vantaggiosa. Ma tutti (eccettuati solo i Proconsoli) erano ugualmente compresi nella classe degli onorevoli, ed era ugualmente affidata loro in ogni rispettivo distretto l'amministrazione della giustizia e delle finanze, finattanto che piacesse al Principe, sotto l'autorità però de' Prefetti o de' lor deputati. I ponderosi volumi de' Codici e delle Pandette[299] darebbero gran materia per una minuta ricerca di quanto fosse migliorato il sistema del governo provinciale dalla saviezza de' Romani Politici e Giurisconsulti nello spazio di sei secoli. Sarà però sufficiente per un Istorico lo scegliere due singolari e salutevoli provvedimenti, diretti a restringer l'abuso dell'autorità. 1. Per mantener la pace ed il buon ordine i Governatori delle Province erano armati colla spada della Giustizia. Essi infliggevano pene corporali, e trattandosi di delitti capitali avevano il potere di vita e di morte. Ma non avevan la facoltà di concedere al condannato la scelta del supplizio, nè di condannare a veruna delle più miti ed onorevoli specie d'esilio. Queste prerogative si riservavano ai Prefetti, i quali soli potevano imporre la grave ammenda di cinquanta libbre d'oro, mentre i loro Vicari non potevan passare la piccola quantità di poche once[300]. Tal distinzione, la quale par che accordi un maggior grado d'autorità nel tempo stesso che ne toglie un minore, si appoggiava sopra un motivo assai ragionevole. Il grado più piccolo di potenza era infinitamente più soggetto all'abuso. Le passioni d'un Magistrato Provinciale potevano spesso indurlo ad atti di oppressione, che non attaccassero che la libertà o le sostanze dei sottoposti; ma per un principio di prudenza, e forse anche d'umanità, sempre avrebbe avuto orrore a versare un sangue innocente. Può in simil guisa riflettersi che l'esilio, le considerabili pene pecuniarie, o la scelta d'una morte più mite, si riferiscono particolarmente a' ricchi ed a' nobili; e perciò le persone più esposte all'avarizia, o alla collera di un provincial Magistrato si toglievano all'oscura di lui persecuzione per soggettarle al più augusto ed imparzial tribunale del Pretorio. 2. Poichè a ragione temevasi che si potesse corrompere l'integrità del giudice, se vi poteva entrare il proprio di lui interesse, o impegnarvisi le sue affezioni, si fecero i più rigorosi regolamenti per escludere, senza una special dispensa dell'Imperatore, ogni persona dal governo di quella Provincia, dov'era nata[301], e per impedire al Governatore o a' suoi figli di contrar matrimonio con alcuna nazionale o abitante[302], o di comprare schiavi, terre, o case dentro i limiti della propria giurisdizione[303]. Nonostanti queste rigorose precauzioni, l'Imperator Costantino, dopo venticinque anni di regno, deplora la venalità e l'oppressione, che s'usava nell'amministrar la giustizia, ed esprime col più ardente sdegno, che l'udienza del Giudice, la spedizione o la dilazion degli affari e la diffinitiva sentenza eran pubblicamente vendute o dal giudice medesimo, o da' ministri del suo tribunale. La ripetizione di leggi impotenti e di minacce inefficaci dimostra la continuazione, e forse anche l'impunità di questi delitti[304].
Tutti i Magistrati civili erano tratti dal ceto de' Professori di legge. Le famose Istituzioni di Giustiniano son dirette alla gioventù de' suoi dominj, che s'era data allo studio della giurisprudenza Romana; ed il Sovrano si compiace di animare la loro diligenza con assicurarli, che la loro perizia ed abilità sarebbe a suo tempo premiata con aver parte, in proporzion del loro merito, nel governo della Repubblica[305]. S'insegnavano gli elementi di questa lucrosa scienza in tutte le città considerabili dell'Oriente e dell'Occidente; ma la più celebre scuola era quella di Berito[306] sulle coste della Fenicia, che fioriva da più di tre secoli fin dal tempo d'Alessandro Severo, autor forse di uno stabilimento sì vantaggioso al suo paese nativo. Dopo un regolare corso d'educazione, che durava cinque anni, gli studenti si spargevano per le province, andando in cerca di ricchezze e di onori: nè poteva loro mancare un'infinita quantità di affari in un grand'Impero già corrotto dalla moltiplicità delle leggi, delle arti e de' vizi. Il solo tribunale del Prefetto del Pretorio d'Oriente poteva somministrar impiego a centocinquanta Avvocati, sessantaquattro de' quali erano distinti con particolari privilegi, ed ogni anno due se ne sceglievano con l'onorario di sessanta libbre d'oro per difendere le cause del fisco. Si faceva il primo esperimento dei loro talenti rispetto alle materie giudiciali con destinarli ad agire, secondo le occasioni, come assessori dei magistrati; quindi erano spesso innalzati a presedere in quei tribunali, avanti ai quali avean patrocinate le cause; ottenevano il governo d'una Provincia, e coll'aiuto del merito, della riputazione, o del favore successivamente a grado a grado salivano alle illustri dignità dello Stato[307]. Nella pratica del Foro questi uomini avevan considerata la ragione come un istrumento di disputa; interpretavano essi le leggi secondo i dettami del privato interesse; e le medesime perniciose abitudini restavano sempre inerenti al loro carattere nella pubblica amministrazione dello Stato. L'onore in vero d'una profession liberale si è sostenuto da molti antichi e moderni avvocati, che hanno occupato i più importanti posti con grand'integrità e costumata saviezza; ma nel declino della giurisprudenza Romana l'ordinaria promozione de' Giureconsulti era piena d'inganno e d'infamia. Quella nobile arte, che s'era una volta mantenuta come la sacra eredità dei Patrizi, era caduta nelle mani de' liberti e de' plebei[308], che piuttosto colle astuzie che col sapere ne facevano un sordido e pernicioso commercio. Alcuni di loro s'insinuavano nelle famiglie ad oggetto di fomentare le differenze, di promuover le liti, e di preparare una messe di guadagno per loro medesimi, o pe' lor confratelli. Altri, chiusi ne' lor gabinetti, si davano l'aria di gran Professori di legge, somministrando ad un ricco cliente delle sottigliezze per confondere la più patente verità, o degli argomenti per colorire le pretensioni più ingiuste. La classe più copiosa e popolare si componeva dagli avvocati, ch'empivano il Foro col suono della lor turgida e loquace rettorica. Non curanti della riputazione e della giustizia, per la maggior parte ci vengono rappresentati come guide ignoranti e rapaci, che conducevano per un labirinto di spese, di dilazioni, e di ostacoli i loro clienti, dai quali, dopo un tedioso corso di anni, finalmente venivano abbandonati, quando eran quasi esaurite la pazienza e le sostanze di essi[309].
III. Nel sistema politico introdotto da Augusto, i Governatori, almeno quelli delle Province Imperiali, erano investiti del pieno potere, che aveva il Sovrano medesimo. Da loro soli dipendevano i ministri sì di pace che di guerra, essi distribuivano i premj e le pene, e comparivano su' lor tribunali con gli abiti della civile magistratura, dopo che tutti armati si eran trovati alla testa delle Romane legioni[310]. L'influenza del danaro, l'autorità della legge ed il comando della milizia concorrevano a rendere il lor potere supremo ed assoluto; o quando essi eran tentati di violare la loro fedeltà verso il Principe, la provincia fedele, che restava avvolta nella lor ribellione, appena sentiva nel suo stato politico alcun cangiamento. Dal tempo di Commodo fino al regno di Costantino, potrebbero contarsi cento Governatori, che con vario successo innalzarono la bandiera della ribellione; e quantunque troppo spesso venisser sacrificati degl'innocenti, si potevano alle volte anche prevenire de' colpevoli dalla sospettosa crudeltà del lor Signore[311]. Costantino, per assicurare il suo trono e la pubblica tranquillità da questi formidabili servitori, risolvè di dividere l'amministrazione civile dalla militare, e di stabilire, come una distinzione permanente e di professione, una pratica che non era stata adottata che come un accidentale espediente. La suprema giurisdizione ch'esercitava il Prefetto del Pretorio sugli eserciti dell'Impero, fu trasferita in due Maestri Generali, ch'egli creò, uno per la cavalleria, l'altro per l'infanteria; e sebbene ciascheduno di quest'Illustri ufficiali fosse più specialmente mallevadore della disciplina di quelle truppe, ch'erano sotto l'immediata di lui direzione, pure ambidue promiscuamente comandavano in campo i diversi corpi di cavalli o di fanti, che trovavansi uniti nella medesima armata[312]. Il loro numero tosto fu raddoppiato, attesa la divisione dell'Oriente dall'Occidente, e furon distribuiti come Generali separati, del medesimo titolo e grado fra loro, nelle quattro importanti frontiere del Reno, dell'alto e del basso Danubio, e dell'Eufrate: e finalmente fu commessa la difesa del Romano Impero ad otto Maestri generali di cavalleria e d'infanteria. Sotto i lor ordini eran disposti nelle varie province trentacinque comandanti militari: tre nella Britannia, sei nella Gallia, uno nella Spagna, uno nell'Italia, cinque sull'alto Danubio, e quattro sul basso, otto nell'Asia, tre nell'Egitto, e quattro nell'Affrica. I titoli di Conti e di Duchi[313], per mezzo de' quali venivano essi propriamente distinti, hanno un significato così diverso negl'idiomi moderni, che l'uso di essi può recar qualche maraviglia. Ma converrebbe rammentarsi che il secondo di questi nomi non è che la corruzione d'una parola Latina, che distintamente applicavasi a qualunque capo di milizia. Tutti questi Generali dunque delle Province eran Duchi; ma non ve n'eran che dieci fra loro, i quali fossero decorati del grado di Conti o compagni; titolo d'onore, o piuttosto di favore, che s'era di fresco inventato nella Corte di Costantino. L'insegna, che distingueva l'uffizio dei Conti e dei Duchi, era un cingolo d'oro; ed oltre la paga si donava loro tanto da poter mantenere cento novanta servi e cento cinquant'otto cavalli. Era loro vietato rigorosamente d'ingerirsi in alcuna cosa, che appartenesse all'amministrazione della giustizia o delle pubbliche rendite; ma il comando altresì ch'esercitavan sopra le truppe del lor dipartimento era indipendente dall'autorità de' magistrati. Verso l'istesso tempo, in cui Costantino stabiliva le leggi per l'ordine Ecclesiastico, egli instituì nel Romano Impero il geloso equilibrio fra la potestà civile e militare. L'emulazione, ed alle volte anche la discordia che regnava fra due professioni d'interessi opposti e di costumi non compatibili fra loro, produceva conseguenze ora utili ed ora perniciose. Si poteva rare volte aspettare, che il Generale ed il Governator civile di una provincia cospirassero insieme per disturbar la quiete di essa, o si unissero per procurarne il vantaggio. Mentre l'uno differiva di prestar quell'aiuto, che l'altro sdegnava di sollecitare, le truppe rimanevano bene spesso senza ordini o senza paghe; tradivasi la pubblica sicurezza, ed i sudditi senza difesa erano esposti al furore dei Barbari. L'amministrazione così divisa, qual fu stabilita da Costantino, indebolì il vigor dello Stato, mentre assicurò la tranquillità del Monarca.
Si è meritamente censurata la memoria di Costantino per un'altra innovazione, che corruppe la disciplina militare, e preparò la rovina dell'Impero. I diciannove anni, che precederono l'ultima sua vittoria sopra Licinio, erano stati un periodo di licenza, e d'interna discordia. I rivali, che contendevano per il possesso del Mondo Romano, avean ritirata la maggior parte delle lor forze dalla guardia delle loro frontiere generali; e le principali città, che formavano i confini de' rispettivi loro dominj, eran piene di soldati che ne risguardavano i nazionali come i più implacabili loro nemici. Dopo che fu cessato il bisogno di queste interne guarnigioni col fine della guerra civile, il conquistatore mancò di prudenza o di fermezza per restituire la severa disciplina di Diocleziano, e per sopprimere una fatale indulgenza, che l'abito avea renduta cara, e quasi avea confermata all'ordine militare. Nel regno di Costantino, fu ammessa una popolare ed anche legal distinzione fra' Palatini[314] ed i Confinanti, fra le truppe, che impropriamente dicevansi del palazzo, e quelle delle frontiere. I primi si distinsero per la superiorità della paga e de' privilegi, ed era loro permesso, eccettuate le straordinarie occorrenze di guerra, di tenere tranquillamente i loro quartieri nel cuore delle Province. L'intollerabile peso di questi opprimeva le città più floride. I soldati appoco appoco dimenticavano le virtù della lor professione, e si davano solo a' vizi della vita civile, o s'avvilivano esercitandosi nelle arti meccaniche, o erano snervati dalla mollezza de' bagni e de' teatri. Essi divenner ben presto non curanti de' marziali esercizi, delicati nel vitto e nel trattamento; e nel tempo che inspiravan terrore a' sudditi dell'Impero, tremavano all'avvicinarsi che facevano con ostile anime i Barbari[315]. Non era più mantenuta coll'istessa cura, nè difesa con ugual vigilanza quella catena di fortificazioni, che Diocleziano ed i suoi colleghi avean tirata lungo le sponde de' fiumi reali. I soldati, che tuttavia rimanevamo sotto il nome di truppe di frontiera, potevan servire per la difesa ordinaria. Ma il loro animo era avvilito dall'umiliante riflessione, che essi, i quali eran esposti ai travagli ed ai pericoli d'una perpetua guerra, venivan premiati solo con circa due terzi della paga e degli emolumenti, che prodigamente si davano alla truppe del palazzo. Anche le bande o legioni, ch'erano innalzate quasi al livello di quegl'indegni favoriti, si sentivano in certo modo disonorate dal titolo d'onore, che loro si permetteva d'assumere. Invano si ripeterono da Costantino le più spaventose minacce di ferro e di fuoco contro i soldati di frontiera, che avessero ardito di disertare, di secondar le incursioni de' Barbari o di partecipar delle spoglie[316]. Di rado si possono allontanare per mezzo di parziali rigori que' danni che provengono da imprudenti consigli; e quantunque i Principi, che succederono, si studiassero di restaurare la forza ed il numero delle guarnigioni di frontiera, tuttavia l'Impero, fino all'ultimo istante del suo scioglimento, continuò a languire per quella mortal ferita, che gli fece con tanta inavvertenza e debolezza la mano di Costantino.
Sembra che l'istessa timida politica di divider tutto ciò che è unito, d'abbassare ciò che è eminente, di temere ogni attiva potenza, e di sperar che i più deboli siano per riuscire i più obbedienti, prevalesse nelle instituzioni di molti Principi, e specialmente in quelle di Costantino. Il marziale orgoglio delle legioni, i campi vittoriosi delle quali erano stati sì spesso il teatro della ribellione, era nutrito dalla memoria delle passate loro imprese, e dalla cognizione dell'attuale loro forza. Finchè si mantennero nell'antico lor numero di seimila uomini, ciascheduna di esse da se formava, sotto il regno di Diocleziano, un oggetto visibile ed importante nella storia militare del Romano Impero. Pochi anni dopo, questi corpi giganteschi ridotti furono ad una molto minor grandezza; e quando la città d'Amida era difesa contro i Persiani da sette legioni con alcuni ausiliari, l'intera guarnigione, insieme con gli abitanti d'ambedue i sessi, e quelli dell'abbandonata campagna, non passavano il numero di ventimila persone[317]. Da questo, e da simili altri fatti vi è motivo di credere, che la costituzione delle truppe legionarie, alla quale in parte dovevasi il valore e la disciplina loro, fu sciolta da Costantino, e che que' corpi d'infanteria Romana, che seguitavano ad arrogarsi gl'istessi nomi od onori, non contenevano che mille, o mille cinquecento uomini[318]. Facilmente si potea domar la cospirazione di tanti separati distaccamenti, ciascheduno de' quali era intimorito dal sentimento della propria debolezza; ed i successori di Costantino potevano secondar l'amore, che avevano per l'ostentazione, con ispedir gli ordini loro a cento trentadue legioni, descritte ne' ruoli de' numerosi loro eserciti. Il resto delle truppe era diviso in centinaia di coorti d'infanteria e di squadroni di cavalleria. Si credeva che le armi, i titoli, e le insegne loro inspirasser terrore, e sfoggiassero la varietà delle nazioni, che militavano sotto le bandiere Imperiali. Non v'era neppure un'ombra di quella severa semplicità, che ne' tempi della libertà e della vittoria, soleva distinguere la linea di battaglia d'un esercito Romano dalla confusa oste d'un Monarca dell'Asia[319]. Un computo più particolarizzato, tratto dalla Notizia, potrebbe esercitare la diligenza d'un antiquario; ma l'istorico dovrà contentarsi d'osservare, che il numero delle stazioni, o guarnigioni, stabilite sulle frontiere dell'Impero, ascendeva a cinquecento ottantatremila soldati, e che, al tempo dei successori di Costantino, l'intera forza della milizia si considerava di seicento quarantacinquemila[320]. Uno sforzo così prodigioso eccedeva il bisogno de' più antichi tempi e le forze de' più recenti.
Secondo i varj stati della società si reclutano gli eserciti per motivi molto diversi. I Barbari sono stimolati dall'amor della guerra; i cittadini d'una Repubblica libera sogliono essere indotti da un principio di dovere; i sudditi, o almeno i nobili d'una Monarchia sono animati da un sentimento d'onore; ma i timidi e lussuriosi abitatori d'un decadente Impero non possono essere allettati a militare che dalla speranza del guadagno, o costretti dal timor della pena. Gli scrigni del Romano erario erano esausti per l'accrescimento dello stipendio, pei ripetuti donativi, e per l'invenzione di nuovi emolumenti e concessioni, che nell'opinione della gioventù provinciale potevan compensare i travagli ed i pericoli della milizia. Ciò nonostante quantunque la statura de' soldati si fosse abbassata[321], quantunque vi fossero ammessi, almeno per una tacita condiscendenza, indistintamente gli schiavi, pure la difficoltà insormontabile di trovar regolari e adequate leve di volontari, obbligò gl'Imperatori ad usare de' metodi più efficaci e violenti. Le terre, che solevan darsi a' veterani come premj liberi del loro valore, furono d'allora in poi accordate con una condizione, che contiene i primi tratti delle concessioni feudali, vale a dire, che i figli, che lor succedevano nell'eredità, si dessero alla professione delle armi, tosto che giungevano all'età virile; e se vilmente ricusavan di farlo, si punivano colla perdita dell'onore, de' beni ed eziandio della vita[322]. Ma siccome l'annual prodotto de' figli de' veterani non dava che un picciol sussidio a' bisogni della milizia, si facevano spesso delle reclute nelle Province, ed ogni proprietario si obbligava o a prender le armi, o a somministrare un sostituto, o a procurarsi l'esenzione con pagare una grave tassa. La somma di quarantadue monete d'oro, a cui fu ridotta, dimostra l'esorbitante prezzo de' volontari, e la difficoltà con cui dal governo ammettevasi quest'alternativa[323]. Era tale l'orrore che aveva invaso gli animi degli avviliti Romani per la profession di soldato, che molti giovani dell'Italia e delle Province, si tagliavan le dita della man destra per sottrarsi alla necessità di militare, ed era sì comunemente in uso tale strano espediente, che meritò la severa punizion delle leggi[324] ed un nome particolare nella lingua Latina[325].
L'introduzione de' Barbari negli eserciti Romani divenne ogni giorno più universale, più necessaria e più fatale. I più animosi fra gli Sciti, fra' Goti, ed i Germani, che si dilettavano della guerra, e trovavano più vantaggioso per loro il difendere che il devastare le Province, s'arrolavano non solo fra gli ausiliari delle respettive loro nazioni, ma anche nelle legioni medesime, e nelle truppe Palatine le più distinte. Siccome conversavano essi liberamente co' sudditi dell'Impero, appoco appoco impararono a disprezzarne i costumi e ad imitarne le arti. Essi abbandonarono quella tacita riverenza, che l'orgoglio di Roma soleva esigere dalla loro ignoranza, nel tempo che acquistavan la cognizione e il possesso di que' vantaggi, per mezzo dei quali soltanto ella sosteneva la sua decadente grandezza. I soldati barbari, che facevano prova di qualche militare talento, erano avanzati senz'eccezione ai posti più importanti; ed i nomi de' Tribuni, de' Conti, de' Duchi e de' Generali medesimi scuoprono un'origine straniera, ch'essi non volevan più simulare. Spesse volte s'affidava loro la condotta d'una guerra contro i lor nazionali; e sebbene la maggior parte di essi preferisse i vincoli della fedeltà a quelli del sangue, non eran però sempre liberi dalla taccia o almen dal sospetto di tenere una corrispondenza proditoria col nemico, d'invitarne le invasioni, o di risparmiarne la ritirata. Gli eserciti e la Corte del figlio di Costantino eran governati dalla potente fazione de' Franchi, i quali mantenevano la più stretta unione fra loro e col lor paese nativo, e risentivano qualunque personale affronto, come un torto fatto all'intera nazione[326]. Quando si sospettò che il tiranno Caligola avesse intenzione di vestire un candidato molto straordinario dell'abito consolare, avrebbe forse eccitato meno stupore la sacrilega profanazione, se l'oggetto della sua scelta fosse stato, invece d'un cavallo, il più nobil Capitano de' Germani o de' Brettoni. Il corso di tre secoli avea prodotto un cangiamento così notabile ne' pregiudizi del popolo, che Costantino, colla pubblica approvazione, mostrò a' suoi successori l'esempio di accordar gli onori del Consolato a que' Barbari, che per i loro meriti e servigi avevan ottenuto di esser posti fra' principali Romani[327]. Ma siccome questi coraggiosi veterani, ch'erano stati educati nell'ignoranza o disprezzo delle leggi, erano incapaci d'esercitare alcuna carica civile; così le facoltà della mente umana venivan ristrette dall'irreconciliabil separazione de' talenti, e delle professioni. I culti cittadini delle Repubbliche Greche e della Romana, il carattere de' quali potevasi adattare al Foro, al Senato, alla guerra, o alle scuole, avevano appreso a scrivere, a parlare, e ad agire col medesimo spirito, e con uguale abilità.