Erano appena passati tre anni dopo la division dell'Impero, che i figli di Costantino parvero impazienti di persuadere il Mondo, ch'essi non eran capaci di contentarsi di que' dominj, ch'erano inabili a governare. Il maggiore di questi Principi tosto si dolse d'esser defraudato della sua giusta posizione delle spoglie de' trucidati cugini; quantunque cedesse alla maggior colpa e al merito di Costanzo, volle esigere da Costante la cessione delle province Affricane, come un equivalente delle ricche regioni della Macedonia e della Grecia, che aveva acquistate il fratello per la morte di Dalmazio. La mancanza di sincerità, ch'egli sperimentò in una tediosa ed inutil negoziazione, inasprì la fierezza del suo temperamento, e con piacere egli diede orecchio a que' favoriti, che gli suggerirono, che proseguendo a querelarsi, ne andava del suo onore non meno che dell'interesse. Alla testa pertanto d'una tumultuaria truppa, atta piuttosto alla rapina che alla conquista, invase all'improvviso gli Stati di Costante per la strada delle alpi Giulie, e primi a risentire gli effetti del suo sdegno furono i contorni d'Aquileia. Le disposizioni di Costante, che in quel tempo risedeva nella Dacia, furono prese con più prudenza ed abilità. Alla nuova dell'invasione del fratello egli distaccò un corpo scelto e disciplinato delle sue truppe Illiriche, proponendosi di seguitarlo in persona col rimanente delle sue forze. Ma la condotta de' suoi Generali finì tosto quella non naturale contesa. Costantino, dalle ingannevoli apparenze di fuga, fu condotto in un agguato che gli era stato preparato in un bosco, dove il temerario giovane fu con pochi seguaci sorpreso, circondato ed ucciso. Ritrovato che fu il suo corpo nell'oscuro torrente dell'Alsa, ottenne gli onori di una tomba Imperiale; ma le province di lui si assoggettarono al conquistatore, che ricusando d'ammetter Costanzo suo maggior fratello ad alcuna porzione di tali nuovi acquisti, si mantenne in quieto possesso di più di due terzi dell'Impero Romano[447].
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Fu differita la morte di Costante medesimo in circa dieci anni, e fu riservata la vendetta della morte del fratello alla mano più vile d'un domestico traditore. Le perniciose conseguenze del sistema, introdotto da Costantino, si manifestarono nella debole amministrazion de' suoi figli, che per causa de' vizi, e della debolezza loro perderon tosto la stima e l'affezione del lor popolo. L'orgoglio, che prese Costante pel felice successo, non meritato però, delle sue armi, si rendè più sprezzabile per la mancanza di capacità ed applicazione. La sua tenera parzialità per alcuni schiavi Germani, non distinti che per gli allettativi della gioventù, fu un oggetto di scandalo al popolo[448]; e dal pubblico disgusto fu incoraggiato Magnenzio, ambizioso soldato di barbara estrazione, a sostener l'onore del nome Romano[449]. Gli scelti corpi de' Gioviani e degli Erculei, che riconoscevan per loro capo Magnenzio, tenevano il posto più rispettabile ed importante nel campo Imperiale. L'amicizia di Marcellino, Conte delle sacre largizioni, somministrò con mano liberale i mezzi della seduzione. I soldati restarono convinti coi più speciosi argomenti, che la Repubblica intimava loro di rompere i legami dell'ereditaria servitù, e di premiare, mediante la scelta d'un Principe attivo e vigilante, le stesse virtù, che avevano innalzato i maggiori del degenerato Costante da una condizione privata al trono del mondo. Poscia che la cospirazione fu matura per eseguirsi, Marcellino, sotto pretesto di celebrare il giorno natalizio del figlio, diede uno splendido trattenimento alle persone illustri ed onorevoli della Corte della Gallia, che risedeva allora nella città d'Autun. Fu ad arte prolungata l'intemperanza della festa fino ad un'ora della notte molto tarda, e si tentarono i convitati, che nulla di ciò sospettavano, a condescendere ad una pericolosa e rea libertà di conversazione. Si aprirono ad un tratto le porte, e Magnenzio, che per pochi momenti erasi ritirato, tornò nell'appartamento, adornato del diadema e della porpora. I congiurati lo salutarono subito co' titoli d'Imperatore e d'Augusto. La sorpresa, il terrore, lo sbalordimento, le ambiziose speranze, e la mutua ignoranza del resto dell'assemblea, la impegnarono ad unire le proprie voci alla generale acclamazione. Le guardie affrettaronsi a prendere il giuramento di fedeltà, si chiuser le porte della città, ed avanti lo spuntar del giorno, Magnenzio divenne padrone delle truppe e del tesoro del palazzo d'Autun. Mediante la sua segretezza e diligenza, ebbe qualche speranza di sorprendere la persona di Costante, che stava nella vicina foresta occupato nel favorito suo divertimento della caccia, o forse in altri piaceri di più segreta e colpevol natura. Il rapido progresso però della fama gli concesse un momento di tempo a fuggire, quantunque la diserzione de' soldati e de' sudditi gli togliesse la facoltà di resistere. Avanti di poter giungere ad un porto della Spagna, dove avea intenzione d'imbarcarsi, fu sopraggiunto vicino ad Elena[450] a piè de' Pirenei, da un corpo di cavalleria leggiera, il cui capo, senza riguardo alla santità d'un tempio, eseguì la sua commissione uccidendo il figlio di Costantino[451].
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Subito che la morte di Costante ebbe decisa questa facile ma importante rivoluzione, fu imitato dalle altre province dell'Occidente l'esempio della Corte d'Autun. Venne riconosciuta l'autorità di Magnenzio per tutta l'estensione delle due gran Prefetture della Gallia e dell'Italia; e l'usurpatore con ogni sorta d'oppressione si preparò a raccogliere un tesoro, con cui soddisfar potesse l'obbligazione d'un immenso donativo, e supplire le spese d'una guerra civile. Le marziali regioni dell'Illirico, dal Danubio all'estremità della Grecia, avevan da lungo tempo obbedito al governo di Vetranione, vecchio Generale, amato per la semplicità de' suoi costumi, e che acquistato aveva qualche riputazione per la sua esperienza e servizi militari[452]. Attaccato per abito, per dovere e per gratitudine alla famiglia di Costantino, immediatamente assicurò colle più forti espressioni l'unico figlio sopravvivente del suo defunto Signore, che avrebb'esposto con inviolabile fedeltà la sua persona e le sue truppe ad oggetto di prendere una giusta vendetta dei traditori della Gallia. Ma le legioni di Vetranione furono sedotte piuttosto che provocate dall'esempio di ribellione; il loro Capo dimostrò ben presto mancanza di fermezza o di sincerità; e la sua ambizione trasse uno specioso pretesto dall'approvazione della Principessa Costantina. Questa crudele ed ambiziosa donna, che da Costantino Magno suo padre, avea ottenuto il grado di Augusta, pose il diadema colle proprie mani sul capo del Generale dell'Illirico; e parea, che aspettasse dalla vittoria di lui il compimento di quelle illimitate speranze, delle quali restata era priva per la morte d'Annibaliano di lei marito. Forse fu senza consenso di Costantina, che il nuovo Imperatore fece una necessaria, benchè disonorevole alleanza coll'usurpatore dell'Occidente, la cui porpora era stata così recentemente macchiata col sangue del fratello di essa[453].
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La notizia di quest'importanti avvenimenti, che sì altamente intaccavano l'onore e la salvezza della casa Imperiale, richiamarono le armi di Costanzo dal non glorioso proseguimento della guerra Persiana. Egli raccomandò la cura dell'Oriente a' suoi Generali, ed in seguito a Gallo suo cugino, che fece passare dalla prigione al trono: e marciò verso Europa con una mente agitata dal contrasto fra la speranza ed il timore, fra il dispiacere e lo sdegno. Arrivato che fu ad Eraclea nella Tracia, l'Imperatore diede udienza agli Ambasciatori di Magnenzio e di Vetranione. Marcellino, primo autore della cospirazione, che aveva in certo modo data la porpora al suo nuovo Signore, accettò arditamente questa pericolosa commissione, e gli furono scelti tre colleghi fra gl'illustri personaggi dello Stato e dell'esercito. A questi deputati fu data istruzione d'ammollire lo sdegno, e d'eccitare il timore di Costanzo. Fu data loro facoltà d'offerire al medesimo l'amicizia e l'alleanza de' Principi Occidentali; di assodare la loro unione col doppio matrimonio di Costanzo colla figlia di Magnenzio, e di questo con l'ambiziosa Costantina; e di riconoscere nel trattato la superiorità del grado, che avrebbe potuto giustamente pretendersi dall'Imperator dell'Oriente. Se poi l'orgoglio ed una erronea pietà l'avessero indotto a ricusare tali eque condizioni, fu ordinato agli Ambasciatori, che gli esponessero l'inevitabil ruina, che accompagnato avrebbe la sua inconsideratezza, qualora si fosse avventurato di provocare i Sovrani dell'Occidente ad esercitar la superiore lor forza e ad impiegare contro di lui quel valore, quell'abilità e quelle legioni, alle quali la famiglia di Costantino doveva tanti trionfi. Pareva, che tali proposizioni ed argomenti meritassero la più seria attenzione; fu differita la risposta di Costanzo al giorno seguente; e poichè aveva pensato all'importanza di giustificare nell'opinione del popolo una guerra civile, in tali termini parlò al suo Consiglio, che lo ascoltava con reale o con affettata credulità. «La passata notte, diss'egli, poi che mi fui ritirato al riposo, m'apparve l'ombra del gran Costantino, che abbracciava il cadavere del mio defunto fratello: la voce ben nota di esso mi eccitò alla vendetta, mi vietò di disperare della Repubblica, e mi assicurò del successo e della gloria immortale, che avrebbe coronato la giustizia delle mie armi.» L'autorità di questa visione o piuttosto l'autorità del Principe che la riferiva, servì ad acchetare ogni dubbio, e ad escludere ogni negoziazione. Furono rigettati con isdegno i termini ignominiosi di pace. Uno degli Ambasciatori del Tiranno fu rimandato colla superba risposta di Costanzo; i suoi colleghi, come indegni de' privilegi del gius delle genti, furon posti in catene; ed i contendenti si prepararono a fare un'implacabile guerra[454].
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Tale fu la condotta, e tal era forse il dovere del fratello di Costante verso il perfido usurpator della Gallia. La situazione ed il carattere di Vetranione ammettevano provvisioni più dolci; e la politica dell'Imperatore Orientale tendeva a disunire i suoi antagonisti, ed a separar le forze dell'Illirico dal partito della ribellione. Fu facile ingannar la schiettezza e la semplicità di Vetranione, che talvolta ondeggiando fra le opposte mire dell'onore e dell'interesse, dimostrò al mondo l'instabilità della sua indole e restò insensibilmente impegnato ne' lacci d'un'artificiosa negoziazione. Costanzo lo riconobbe per legittimo ed ugual collega nell'Impero, a condizione però ch'egli rinunziasse l'odiosa alleanza con Magnenzio, e si assegnasse un luogo di congresso sulle frontiere delle rispettive loro province, dove potessero vincolar la loro amicizia colle mutue promesse di fedeltà, e regolar di comune consenso le future operazioni della guerra civile. In conseguenza di tale accordo, Vetranione s'avanzò fino alla città di Sardica[455], alla testa di ventimila cavalli, e d'un più numeroso corpo d'infanteria; forze tanto superiori a quelle di Costanzo, che sembra che l'Imperatore dell'Illirico dominasse sopra la vita ed i beni del suo rivale, il quale dipendendo dal successo delle sue private negoziazioni, aveva sedotte le truppe, e minato il trono di Vetranione. I Capitani, che avevano segretamente abbracciato il partito di Costanzo, prepararono in suo favore un pubblico spettacolo, immaginato per iscuoprire ed infiammar le passioni della moltitudine[456]. Fu comandato che s'unissero insieme i due eserciti in una larga pianura vicino alla città. Nel mezzo di esse, a forma delle regole dell'antica disciplina, si eresse un militar tribunale o palco, dal quale solevan gl'Imperatori nelle solenni ed importanti occasioni arringare le truppe. Intorno al Tribunale formavano un cerchio immenso i ben disposti ordini di Romani e di Barbari, con spade sguainate o con erette lance, gli squadroni di cavalleria e le coorti d'infanteria, distinte dalle varietà delle loro armi ed insegne; e l'attento silenzio, che osservavano, era qualche volta interrotto da alte espressioni di clamore e d'applauso. Alla presenza di questa formidabile assemblea furono chiamati i due Imperatori ad esporre la situazione dei pubblici affari; la precedenza del grado fu ceduta alla real nascita di Costanzo; e quantunque egli fosse poco perito nelle arti della rettorica, pure si portò in queste difficili circostanze con fermezza, destrezza ed eloquenza. La prima parte di quest'orazione parve solamente diretta contro il Tiranno della Gallia; ma nel tempo che tragicamente compiangeva la crudele uccision di Costanzo, andava insinuando, che niun altro che un fratello aver poteva diritto alla succession del fratello. Si confuse con qualche compiacenza nelle glorie della stirpe Imperiale, e richiamò alla mente delle truppe il valore, i trionfi, e la liberalità del gran Costantino, a' figli del quale dicea, che avevano essi obbligata la lor ubbidienza, mediante un giuramento di fedeltà, che l'ingratitudine de' suoi servitori più favoriti aveva tentato di fare ad essi violare. Gli ufficiali, che circondavano il Tribunale, e dovevano in tale straordinaria scena far le lor parti, confessarono l'irresistibil forza della ragione e dell'eloquenza con salutare l'Imperator Costanzo come legittimo loro Sovrano. I sentimenti di fedeltà e di pentimento comunicaronsi di ordine in ordine, finattanto che la pianura di Sardica risuonò tutta coll'universale acclamazione: «via quest'intrusi usurpatori: lunga vita e vittoria, al figlio di Costantino; sotto le sole di lui bandiere combatteremo e vinceremo.» I gridi delle migliaia di soldati, i loro minaccevoli gesti, il fiero rimbombo delle armi sorpresero e vinsero il coraggio di Vetranione, che stava in mezzo alla ribellione de' suoi seguaci in dubbiosa e tacita sospensione. In vece di darsi all'ultimo rifugio d'una generosa disperazione, si sottopose vilmente al suo fato, e toltosi il diadema di capo, in presenza de' due eserciti cadde prostrato a' piedi del suo vincitore. Costanzo usò con prudenza e moderazione della vittoria; ed alzando da terra il vecchio supplicante, ch'esso affettò di chiamare col caro nome di padre, gli porse la mano per discendere dal trono. Fu destinata la città di Prusa per esilio o ritiro del deposto Monarca, il quale visse altri sei anni in seno alla pace ed all'abbondanza. Egli spesso esprimeva i suoi sentimenti di gratitudine per la bontà di Costanzo, e con una semplicità molto amabile avvisava il suo benefattore a rinunziare lo scettro del Mondo, e cercare il contento nella tranquilla oscurità d'una condizione privata, dove può solamente trovarsi[457].
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