La condotta di Costanzo in tal memorabile occasione veniva celebrata con qualche sorta di giustizia; ed i suoi Cortigiani paragonavano le studiate orazioni, che faceva un Pericle o un Demostene al popol d'Atene, colla vittoriosa eloquenza, che avea persuaso una moltitudine armata ad abbandonare o deporre l'oggetto della parziale sua scelta[458]. L'imminente contesa con Magnenzio era d'una specie più seria e sanguinosa. Il Tiranno con rapide marce s'avanzò incontro a Costanzo, conducendo un grand'esercito, composto di Galli, di Spagnuoli, di Franchi e di Sassoni, di quei Provinciali, che somministravan la forza delle legioni, e di quei Barbari, che si tenevan come i nemici più formidabili della Repubblica. I fertili piani[459] della bassa Pannonia, fra il Dravo, il Savo ed il Danubio, presentarono uno spazioso teatro; e le operazioni della guerra civile furon mandate in lungo ne' mesi di estate per l'arte o per la timidità de' combattenti[460]. Costanzo avea dichiarato d'avere intenzione di decidere la contesa ne' campi di Cibali; nome ch'egli credeva dover animar le sue truppe per la rimembranza della vittoria, che nel medesimo avventuroso luogo erasi ottenuta, dalle armi di Costantino suo padre. Pure atteso le inespugnabili fortificazioni, colle quali l'Imperatore circondava il suo campo, pareva che volesse piuttosto sfuggir che incontrare un generale combattimento. Lo scopo di Magnenzio era quello di tentare o di costringere l'avversario ad abbandonare quel vantaggioso posto; ed impiegò a tal oggetto le diverse marce, evoluzioni e stratagemmi, che la cognizione dell'arte della guerra potea suggerire ad un esperto ufficiale. Egli prese d'assalto l'importante città di Siscia; fece un attacco contro quella di Sirmio, ch'era dietro al campo Imperiale; tentò di forzare un passaggio pel Savo nelle province Orientali dell'Illirico; e tagliò a pezzi un numeroso distaccamento, che aveva tirato negli stretti passi d'Adarno. Per quasi tutta la estate il Tiranno della Gallia si tenne padrone del campo. Le truppe di Costanzo erano stanche e scoraggiate; diminuiva la sua riputazione agli occhi del mondo; ed il suo orgoglio condescendeva a sollecitare un trattato di pace, che avrebbe rilasciato all'assassino di Costante la sovranità delle province oltre le alpi. Tali offerte acquistaron forza per l'eloquenza di Filippo, ambasciatore Imperiale, ed il Consiglio non meno che l'esercito di Magnenzio si disponevano ad accettarle. Ma l'altiero usurpatore, non curando le rimostranze de' suoi amici, diede ordine, che si ritenesse Filippo come prigioniero, o almeno come ostaggio, mentre spediva un uffiziale a rimproverare a Costanzo la debolezza del suo regno, e ad insultarlo colla promessa del perdono, se avesse immediatamente deposta la porpora. L'unica risposta, che l'onor permetteva all'Imperatore di dare, fu «ch'esso confidava nella giustizia della sua causa e nella protezione d'un Dio vendicatore.» Ma egli era tanto persuaso dell'infelicità di sua situazione, che non osò di contraccambiar l'indegnità, ch'era stata commessa verso il suo rappresentante. La negoziazione però di Filippo non fu senz'effetto; poichè indusse Silvano Franco, Generale di merito e di riputazione, a disertare con un corpo considerabile di cavalleria, pochi giorni avanti la battaglia di Mursa.

A. D. 341

La città di Mursa o Essek, celebre ne' moderni tempi per un ponte di barche lungo cinque miglia sul fiume Dravo e per le adiacenti paludi[461], è stata sempre considerata come una piazza importante nelle guerre dell'Ungheria. Magnenzio, dirigendo la sua marcia verso Mursa, mise fuoco alle porte della città, ed in un improvviso assalto ne aveva quasi scalate le mura. La vigilanza della guarnigione estinse le fiamme; l'avvicinarsi, che fece Costanzo, non gli diede tempo di continuar le operazioni dell'assedio; e l'Imperatore in breve tolse l'unico ostacolo che impedir poteva i suoi movimenti, forzando un corpo di truppe che s'erano situate in un vicino anfiteatro. Il campo di battaglia intorno a Mursa era una pianura nuda ed uguale; su questa Costanzo pose in ordinanza il suo esercito col Dravo alla destra, mentre la sinistra o per la natura della disposizione del luogo, o per la superiorità della sua cavalleria estendevasi molto avanti oltre al destro fianco di Magnenzio[462]. Le truppe rimasero in armi da ambe le parti con ansiosa espettazione per la maggior parte della mattina, ed il figlio di Costantino dopo d'aver animato con un eloquente discorso i soldati, si ritirò in una Chiesa a qualche distanza dal campo di battaglia, e commise a' suoi Generali la condotta di questa decisiva giornata[463]. Essi meritavan la sua fiducia pel valore e per l'arte militare, che dimostrarono. Diedero saviamente principio all'azione sulla sinistra; ed avanzando tutta l'ala della cavalleria in linea obbliqua, ad un tratto girarono sul fianco destro del nemico, il quale non era preparato a resistere all'impeto del loro attacco. I Romani dell'Occidente presto si riunirono, mediante l'abitudine della disciplina; ed i Barbari della Germania sostennero la fama della loro nazionale bravura. Il combattimento divenne tosto generale; si mantenne con varj e singolari giri di fortuna, ed appena finì colle tenebre della notte. La segnalata vittoria, che ottenne Costanzo, si attribuisce alle armi della sua cavalleria. Vengon descritti i suoi corazzieri, come tante massicce statue di acciaio, lucenti per la loro squamosa armatura, che rompevano con le pesanti lor lance la stabile ordinanza delle Galliche legioni. Tosto che le legioni cederono, gli squadroni più leggieri e più attivi della seconda linea s'introdussero con la spada alla mano negli intervalli di mezzo, e compirono il disordine. Intanto i grossi corpi de' Germani restarono esposti quasi nudi alla destrezza degli arcieri Orientali, e tutte le truppe di que' Barbari furon costrette dalle angustie e dalla disperazione a precipitarsi nel largo e rapido corso del Dravo[464]. Il numero degli uccisi fu calcolato esser cinquantaquattromila uomini, e la strage de' vincitori fu maggiore di quella de' vinti[465]; circostanza, che prova l'ostinazione del combattimento, e giustifica l'osservazione d'un antico scrittore, che furon consumate le forze dell'Impero nella fatal battaglia di Mursa, per la perdita d'un'armata veterana, sufficiente a difendere, o ad aggiunger nuovi trionfi alla gloria di Roma[466]. Nonostanti le invettive d'un servile oratore, non v'è la minima ragione di credere, che il Tiranno abbandonasse nel principio della battaglia la sua propria bandiera. Sembra ch'egli esercitasse le virtù di generale e di soldato, finattanto che la giornata non fu assolutamente perduta, ed il suo campo in man dei nemici. Magnenzio allora provvide alla propria salvezza, e deposti gli ornamenti Imperiali, fuggì con qualche difficoltà le ricerche de' cavalleggieri, che senza posa inseguirono la sua rapida fuga dalle sponde del Dravo fino a piè delle alpi Giulie[467].

A. D. 351

La vicinanza dell'inverno somministrò all'indolenza di Costanzo molte speciose ragioni per differire il proseguimento della guerra fino alla seguente primavera. Magnenzio avea fermata la sua residenza nella città d'Aquileia, ed apparentemente si mostrava risoluto di disputare il passo de' monti o delle lagune, che fortificavano i confini della Provincia Veneta. La sorpresa, fatta di un castello nelle alpi per una segreta marcia degl'Imperiali, non avrebbe bastato a determinarlo di lasciare il possesso dell'Italia, se le inclinazioni del popolo avessero sostenuto la causa del loro Tiranno[468]. Ma la memoria delle crudeltà, esercitate da' suoi ministri dopo l'infelice ribellione di Nepoziano, aveva lasciato una profonda impressione d'orrore e di sdegno negli animi de' Romani. L'ardito giovine, figlio della Principessa Eutropia e nipote di Costantino, avea veduto con isdegno usurparsi lo scettro d'Occidente da un perfido Barbaro. Armando quindi una truppa disperata di schiavi e di gladiatori, sorprese la debole guardia della domestica tranquillità di Roma, ricevè l'omaggio del Senato, ed assumendo il titolo d'Augusto, precariamente regnò nel tumultuoso periodo di ventotto giorni. La marcia di alcune forze regolari pose fine alle sue ambiziose speranze: la ribellione fu estinta nel sangue di Nepoziano, di Eutropia sua madre, e de' suoi aderenti; e fu estesa la proscrizione a tutti coloro, che avean contratto una fatale alleanza col nome e colla famiglia di Costantino[469]. Ma appena Costanzo, dopo la battaglia di Mursa, divenne padrone delle coste marittime della Dalmazia, un corpo di nobili esuli, che s'erano arrischiati ad equipaggiare una flotta in qualche porto dell'Adriatico, venne a cercar protezione e vendetta nel vittorioso suo campo. Per la segreta loro intelligenza co' propri nazionali, Roma e le città dell'Italia indotte furono a spiegare le bandiere di Costanzo sulle lor mura. I grati veterani, arricchiti dalla generosità del padre, segnalarono la lor gratitudine e fedeltà verso il figlio. La cavalleria, le legioni e gli ausiliari dell'Italia rinovarono il loro giuramento d'ubbidienza a Costanzo; e l'usurpatore, spaventato per la general diserzione, fu costretto co' residui delle sue truppe fedeli a ritirarsi oltre le alpi nelle Province della Gallia. I distaccamenti però, che spediti furono o per tribolare o per impedire la fuga di Magnenzio, si condussero colla solita imprudenza di coloro che si trovano in buona fortuna; e gli diedero nelle pianure di Pavia l'opportunità di voltarsi contro quelli che l'inseguivano, e di soddisfare alla sua disperazione colla strage d'una inutil vittoria[470].

A. D. 353

L'orgoglio di Magnenzio fu ridotto dalle ripetute disgrazie a supplicare, ma invano, per la pace. Spedì egli primieramente un Senatore, nell'abilità di cui confidava, ed in seguito varj Vescovi, il sacro carattere de' quali ottener poteva una più favorevol udienza, coll'offerta di rinunziare la porpora, e colla promessa di consacrare il rimanente della sua vita in servizio dell'Imperatore. Ma Costanzo, quantunque accordasse graziosi termini di perdono e di riconciliazione a chiunque lasciasse lo stendardo della ribellione[471], si dichiarava però inflessibilmente determinato a dare la giusta pena a' delitti d'un assassino, ch'egli si preparava ad opprimere da ogni parte collo sforzo delle vittoriose sue armi. Una flotta Imperiale s'impossessò facilmente dell'Affrica e della Spagna, confermò la fede vacillante de' popoli Mori, e sbarcò considerabili truppe, le quali passarono i Pirenei, e s'avanzarono verso Lione, ultima e fatal dimora di Magnenzio[472]. L'indole del Tiranno, che non fu mai inclinato alla clemenza, veniva stimolata dalle angustie ad esercitare qualunque atto d'oppressione, che estorcer potesse un pronto sussidio dalle città della Gallia[473]. Finalmente stancossi la loro pazienza, e Treveri, sede del governo Pretoriano, diede il segno della ribellione, chiudendo in faccia le porte a Decenzio, che dal fratello era stato elevato al grado di Cesare o d'Augusto[474]. Da Treveri, Decenzio fu costretto di ritirarsi a Sens, dove tosto fu circondato da un'armata di Germani, che dalle perniciose arti di Costanzo erano stati introdotti nelle civili dissensioni di Roma[475]. Intanto le truppe Imperiali forzarono i passi delle alpi Cozie, e nel sanguinoso combattimento di monte Seleuco il partito di Magnenzio fu irrevocabilmente notato col titolo di ribelle[476]. Non fu Magnenzio in grado di condurre un altro esercito in campo; venne corrotta la fedeltà delle sue guardie; e quando comparve in pubblico per animarle colle sue esortazioni, fu salutato con un concorde applauso di «lunga vita all'Imperatore Costanzo». Il Tiranno, accorgendosi che si preparavano a meritare perdono e premj con sagrificare il più malvagio delinquente, ne prevenne il disegno trafiggendosi col proprio ferro[477]; morte più mite ed onorata di quella, che potea sperar d'ottenere dalle mani d'un nemico, di cui la vendetta sarebbe stata colorita dallo specioso pretesto della giustizia e della fraterna pietà. L'esempio del suicidio fu imitato da Decenzio, che strangolossi alla nuova della morte di suo fratello. Marcellino, autore della cospirazione, era già da gran tempo disparuto nella battaglia di Mursa[478]; e fu ristabilita la pubblica tranquillità, mediante l'esecuzione de' sopravviventi capi d'una rea e disgraziata fazione. Fu estesa una severa inquisizione a tutti coloro, che o per elezione o per forza si ritrovarono involti nella causa de' ribelli. Fu mandato Paolo, soprannominato Catena per la sua grande abilità nel giudicial esercizio della tirannide, ad esplorare i nascosti residui della cospirazione nella remota Provincia della Gran-Brettagna. L'onesta indignazione, dimostrata da Martino Vice-Prefetto dell'Isola, fu interpretata come una prova della sua colpa; ed il Governatore trovossi nella necessità di rivolger contro il proprio petto la spada, con cui tentato avea di ferire il Ministro Imperiale. I più innocenti sudditi dell'Occidente furono esposti agli esilj e alle confiscazioni, alla morte ed a' tormenti; e siccome i timidi son sempre crudeli, l'animo di Costanzo si mostrò inaccessibile alla clemenza[479].

CAPITOLO XIX.

Costanzo solo Imperatore. Elevazione e morte di Gallo. Pericolo ed innalzamento di Giuliano. Guerre coi Sarmati e co' Persi. Vittorie di Giuliano nella Gallia.