Le divise Province dell'Impero nuovamente s'unirono per la vittoria di Costanzo; ma poichè quel Principe debole mancava di merito personale in pace o in guerra; poichè temeva de' suoi Generali, e diffidava de' Ministri, il trionfo delle sue armi non servì che a stabilire il regno degli Eunuchi sul Mondo Romano. Questi miserabili enti, antica produzione della gelosia e del dispotismo Orientale[480], furono introdotti nella Grecia ed in Roma pel contagio del lusso Asiatico[481]. Rapido fu il loro progresso; e gli Eunuchi, i quali al tempo d'Augusto si erano abborriti, come il mostruoso corteggio d'una Regina d'Egitto[482], furono appoco appoco ammessi nelle famiglie delle Matrone, de' Senatori e degli Imperatori medesimi[483]. Ristretti da' severi editti di Domiziano e di Nerva[484], accarezzati dalla vanità di Diocleziano, ridotti ad un umile stato dalla prudenza di Costantino[485], moltiplicarono ne' palazzi de' suoi degenerati figliuoli, ed insensibilmente acquistarono la cognizione, ed in ultimo la direzione de' segreti consigli di Costanzo. L'avversione e il disprezzo, che il Mondo ha sempre con tale uniformità mantenuto per questa imperfetta specie di uomini, sembra che abbia degradato il loro carattere, e gli abbia quasi renduti incapaci, come si suppongono essere, di concepire alcun sentimento generoso, o di fare alcun'azione degna di gloria[486]. Ma gli Eunuchi erano esperti nelle arti dell'adulazione e dell'intrigo, e governavan l'animo di Costanzo, alternativamente servendosi de' timori, dell'indolenza e della vanità del medesimo[487]. Mentr'egli mirava in un ingannevole specchio la bella apparenza della pubblica prosperità, con supina indolenza permetteva loro, che gli celassero le querele delle maltrattate Province; che accumulassero immense ricchezze con vendere la giustizia e gli onori; che infamassero le dignità più importanti colla promozione di quelli, che dalle lor mani aveano comprata la facoltà dell'oppressione[488]; e che soddisfacessero il proprio sdegno contro que' pochi spiriti indipendenti, che arditamente ricusavano di sollecitare la protezione di schiavi. Il più distinto fra questi schiavi era il Ciamberlano Eusebio, il quale regolava il Monarca ed il Palazzo con tale assoluto dominio, che Costanzo, secondo il sarcasmo d'un imparziale Istorico, godeva qualche credito appresso il superbo suo favorito[489]. Per le artificiose di lui suggestioni, l'Imperatore s'indusse a sottoscriver la condanna dell'infelice Gallo, e ad aggiungere un nuovo delitto alla lunga lista delle uccisioni, che macchiano l'onore della casa di Costantino.
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Quando i due nipoti di Costantino, Gallo e Giuliano, furon sottratti al furor de' soldati, il primo aveva circa l'età di dodici anni, ed il secondo di sei; e siccome il maggiore credevasi d'una debole costituzione di corpo, così con minor difficoltà ottennero una vita precaria e dipendente dall'affettata pietà di Costanzo, il quale conosceva che l'esecuzione di tali orfani abbandonati si sarebbe stimata dal Mondo come un atto della più deliberata crudeltà[490]. Furono destinate varie città della Jonia e della Bitinia per luoghi di loro educazione ed esilio; ma tosto che l'età loro crescente eccitò la gelosia dell'Imperatore, giudicò più prudente consiglio di soprattenere quegl'infelici giovani nella forte rocca di Macello, vicino a Cesarea. Il trattamento, ch'essi provarono in sei anni di confino, fu quale potevano in parte sperare da un attento custode, e in parte temere da un sospettoso Tiranno[491]. La lor prigione era un antico palazzo, residenza dei Re della Cappadocia; la situazione era piacevole, la fabbrica grandiosa, e spazioso il recinto. Essi proseguivano i loro studi, e facevano i loro esercizi sotto la guardia de' più periti maestri; ed il numeroso corteggio, destinato ad accompagnare, o piuttosto a guardare i nipoti di Costantino, era degno della dignità di lor nascita. Ma non potevano essi dissimulare a se medesimi, ch'eran privi di sostanze, di libertà e di sicurezza, separati dalla società di quelli, a' quali avrebber potuto accordare la confidenza e la stima, e condannati a passare le triste ore loro in compagnia di schiavi addetti a' comandi d'un Tiranno, che già gli aveva offesi fuor di qualunque speranza di riconciliazione. A lungo andare però le necessità dello Stato costrinsero l'Imperatore o piuttosto i suoi Eunuchi ad investir Gallo, nel ventesimo quinto anno della sua età, del titolo di Cesare, ed a confermare tal politica unione, mediante il matrimonio di lui colla Principessa Costantina. Dopo un formale incontro, nel quale i due Principi reciprocamente impegnaron la propria fede di non intraprender giammai cosa alcuna in pregiudizio l'uno dell'altro, si portarono senz'indugio alle rispettive loro stazioni. Costanzo continuò la sua marcia vers'Occidente, e Gallo fissò la sua residenza in Antiochia, di dove, con delegata autorità, amministrava le cinque gran Diocesi della Prefettura Orientale[492]. In questo fortunato cambiamento il nuovo Cesare non dimenticò il fratello Giuliano, che ottenne gli onori del suo grado, le apparenze della libertà e la restituzione d'un ampio patrimonio[493].
Gli scrittori più indulgenti verso la memoria di Gallo, e Giuliano egli stesso, quantunque desiderasse di tirare un velo sopra le fragilità del fratello, sono obbligati a confessare, che Cesare non era capace di regnare. Trasportato da una prigione ad un trono, non aveva nè ingegno, nè applicazione, nè docilità per compensare la mancanza delle cognizioni e dell'esperienza. Un temperamento per natura fastidioso e violento, invece di esser corretto, fu inasprito dalla solitudine e dall'avversità; la memoria di ciò, che avea sofferto, lo dispose a render l'istesso agli altri, piuttosto che a compatire; e gl'impeti sregolati del suo furore riuscirono spesso fatali a quelli, che gli stavano attorno, o eran sottoposti al suo potere[494]. Costantina sua moglie vien descritta non come una donna, ma come una furia infernale, tormentata da una insaziabil sete di sangue umano[495]. Invece d'impiegar la sua preponderanza ad insinuargli miti consigli di prudenza e di umanità, ella esacerbava le fiere passioni del marito; e siccome riteneva la vanità del suo sesso, quantunque deposta ne avesse la gentilezza, un vezzo di perle fu stimato da essa equivalente prezzo per la morte di un nobile innocente e virtuoso[496]. La crudeltà di Gallo alle volte si manifestava nell'aperta violenza di popolari o militari esecuzioni, ed alle volte si mascherava sotto l'abuso della legge e della formalità de' processi giudiciali. Le case private d'Antiochia ed i luoghi pubblici eran pieni di delatori e di spie; e Cesare stesso, celato sotto un abito plebeo, molto spesso si compiaceva di prendere quell'odioso carattere. Ogni appartamento del Palazzo era ornato con istrumenti di morte e di tortura, ed era sparsa una generale costernazione nella capitale della Siria. Il Principe dell'Oriente, come se fosse stato consapevol di quanto avea da temere, e quanto poco meritava di regnare, prese per oggetti dell'ira sua i Provinciali accusati di qualche immaginario tradimento, ed i propri Cortigiani, ch'esso con più ragione sospettava, che accendessero colla segreta loro corrispondenza il timido e sospettoso animo di Costanzo. Ma non pensava, che privavasi dell'affezione del popolo, unico suo sostegno, nel tempo che somministrava alla malizia dei suoi nemici le armi della verità, ed all'Imperatore il più bel pretesto di togliergli la porpora ad un tempo e la vita[497].
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Finattanto che la guerra civile tenne sospeso il fato del Mondo Romano, Costanzo dissimulò di conoscere la debole e crudele amministrazione, a cui la sua scelta sottoposto aveva l'Oriente; e la scoperta di alcuni assassini, mandati segretamente in Antiochia dal Tiranno della Gallia, servì a convincere il pubblico, che l'Imperatore ed il Cesare erano uniti negl'istessi interessi, e perseguitati da' medesimi nemici[498]. Ma quando fu decisa la vittoria in favor di Costanzo, il dipendente di lui collega divenne meno utile e men formidabile. Rigorosamente e con sospetto si esaminava ogni circostanza della sua condotta, e fu segretamente risoluto o di privar Gallo della porpora, o almeno di farlo passare dall'indolente lusso dell'Asia a' travagli e pericoli d'una guerra in Germania. La morte di Teofilo, Consolare della Provincia della Siria, che in un tempo di carestia era stato trucidato dal popolo d'Antiochia colla connivenza e quasi ad insinuazione di Gallo, fu giustamente sentita non solo come un atto di sfacciata crudeltà, ma come un pericoloso insulto contro la maestà suprema di Costanzo. Due ministri d'illustre grado, cioè Domiziano, Prefetto Orientale, e Monzio, Questore del Palazzo, ebbero per una special commissione la facoltà di visitare e riformare lo Stato dell'Oriente. Fu data loro istruzione di portarsi verso Gallo con moderazione e rispetto, ed impegnarlo colle più blande arti della persuasione a condiscendere all'invito del suo fratello e collega. L'inconsideratezza del Prefetto rendè vane queste prudenti misure, ed accelerò la di lui rovina ugualmente che quella del suo nemico. Al suo arrivo in Antiochia, Domiziano passò altieramente avanti alle porte del Palazzo, e adducendo un leggiero pretesto d'indisposizione, si tenne più giorni in un ostinato ritiro per preparare un memoriale, che trasmise alla Corte Imperiale. Cedendo finalmente alle pressanti sollecitazioni di Gallo, il Prefetto condiscese a prender posto in Consiglio; ma il primo passo, che fece, fu di significare un breve e superbo mandato, in cui si diceva, che Cesare immediatamente andasse in Italia, minacciando, ch'egli stesso avrebbe punito la sua dilazione o ambiguità, con sospendere la solita prestazione pel suo trattamento. Il nipote e la figlia di Costantino, che mal potevan soffrire l'insolenza d'un suddito, espressero il loro sdegno con fare immediatamente arrestar Domiziano da una guardia. La querela però sempre ammetteva qualche termine d'accomodamento. Ma questo fu reso impraticabile dall'imprudente condotta di Monzio politico, l'arte ed esperienza del quale furono spesso tradite dalla leggerezza della sua natura[499]. Il Questore con altiere parole rimproverò a Gallo, che un Principe, il quale appena era autorizzato a tor di carica un magistrato municipale, non dovea presumere d'imprigionare un Prefetto del Pretorio; convocò un'assemblea di uffiziali civili e militari; e richiese in nome del lor Sovrano, che difendessero la persona e la dignità de' rappresentanti di esso. Da questa temeraria dichiarazione di guerra l'impaziente indole di Gallo fu provocata ad abbracciare i più disperati consigli. Ordinò egli che le sue guardie stessero sulle armi, adunò la plebaglia d'Antiochia, ed al loro zelo raccomandò la cura della sua salute e vendetta. I suoi comandi furono troppo fatalmente obbediti. Presero insolentemente il Prefetto ed il Questore, e legate loro insieme con funi le gambe, gli strascinarono per le contrade della città, fecero mille insulti e mille ferite a quelle infelici vittime, e finalmente gettarono dentro l'Oronte i loro corpi straziati e privi di vita[500].
Dopo tal fatto, qualunque fosse stato il disegno di Gallo, solo in un campo di battaglia egli potea sostenere la sua innocenza con qualche speranza di buon successo. Ma l'animo di quel Principe era formato d'un'ugual mistura di violenza e di debolezza. Invece d'assumere il titolo d'Augusto, e d'impiegare in sua difesa le truppe ed i tesori dell'Oriente, si lasciò ingannare dall'affettata tranquillità di Costanzo, che lasciandogli la vana pompa d'una Corte, appoco appoco richiamò le veterane legioni dalle Province dell'Asia. Ma siccome tuttavia sembrava pericoloso arrestar Gallo nella sua Capitale, si praticarono con felice successo le lente e più sicure arti della dissimulazione. Le frequenti e pressanti lettere di Costanzo eran piene di protestazioni di confidenza e d'amicizia, esortando egli Cesare a soddisfare a' doveri del suo alto posto, a sollevare il suo collega da una parte delle pubbliche cure, e ad assistere l'Occidente colla sua presenza, coi consigli e colle armi. Dopo tante reciproche ingiurie Gallo avea ragione di temere e di diffidare. Ma egli avea trascurate le opportunità di fuggire e di resistere; fu sedotto dalle assicurazioni adulatrici del Tribuno Scudilone, che sotto le sembianze di ruvido soldato copriva la più artificiosa insinuazione; ed affidossi al credito di Costantina sua moglie, finchè la intempestiva morte di questa Principessa diede compimento alla rovina, in cui egli era rimasto involto per le impetuose di lei passioni[501].
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Dopo un lungo indugio, Cesare con repugnanza intraprese il suo viaggio verso la Corte Imperiale. Traversò egli la vasta estensione de' suoi dominj da Antiochia ad Adrianopoli con un numeroso ed imponente corteggio; e siccome procurava di celare al mondo e forse a se stesso le sue apprensioni, diede al popolo di Costantinopoli il trattenimento de' giuochi nel Circo. Poteva però nel progresso del viaggio essersi accorto dell'imminente pericolo. In tutte le principali città era incontrato da ministri di confidenza, che avevan commissione d'occupar le cariche del Governo, d'osservare i suoi movimenti, e di prevenire la precipitosa furia della sua disperazione. Le persone, spedite per assicurar le Province che lasciavasi addietro, passavan oltre con freddi saluti o con affettato disprezzo; ed all'avvicinarsi ch'egli faceva, allontanavano a bella posta le truppe, che avevano i quartieri lungo la pubblica strada, per timore che potessero esser tentate ad offerire le loro spade per fare una guerra civile[502]. Dopo di essersi permesso a Gallo il riposo di pochi giorni in Adrianopoli, egli ricevè un ordine espresso nello stile più assoluto ed altiero; che lo splendido di lui treno dovesse fermarsi in quella città, e Cesare stesso con soli dieci carri di posta si affrettasse di giungere alla residenza Imperiale di Milano. In questo rapido viaggio, il profondo rispetto, ch'era dovuto al fratello e collega di Costanzo, venne insensibilmente cangiato in una ruvida famigliarità; e Gallo che conobbe dal contegno de' suoi domestici, ch'essi risguardavansi già come sue guardie, ed avrebber tosto potuto servire di esecutori, incominciò ad accusare la sua fatale inavvertenza, ed a riflettere con terrore e rimorso alla condotta, con cui egli aveva provocata la sua rovina. A Petovio nella Pannonia si abbandonò la dissimulazione, che fino allora s'era conservata. Fu egli condotto in un palazzo ne' sobborghi, dove il General Barbazio con uno scelto corpo di soldati, che non potevano essere mossi dalla pietà, nè corrotti dai premj, aspettava l'arrivo dell'illustre sua vittima. Sul far della sera fu arrestato, spogliato ignominiosamente delle insegne di Cesare, e condotto in fretta a Pola nell'Istria, appartata prigione, che era stata sì recentemente macchiata di sangue reale. L'orrore, ch'egli sentiva, fu tosto accresciuto dal comparir che fece l'Eunuco Eusebio, suo implacabil nemico, il quale coll'assistenza d'un Notaro e d'un Tribuno procedè ad interrogarlo intorno all'amministrazione dell'Oriente. Cesare cadde sotto il peso della vergogna e del delitto, confessò tutte le ree azioni e tutti i ribelli disegni, de' quali era accusato, ed attribuendoli al consiglio della sua moglie, esacerbò lo sdegno di Costanzo, che rivedeva con parzial prevenzione le minute dell'esame. Restò l'Imperatore facilmente convinto, che la propria salvezza non era compatibile colla vita del suo cugino; fu segnata, spedita ed eseguita la sentenza di morte; ed il nipote di Costantino, colle mani legate sul dorso, fu decapitato in prigione, come il più vil malfattore[503]. Quelli che sono inclinati a coprire la crudeltà di Costanzo, asseriscono ch'ei tosto pentissi, e procurò di revocare il sanguinoso mandato; ma che il secondo messo, incaricato di portare la sospensione, fu ritenuto dagli Eunuchi, i quali temevano l'inesorabile indole di Gallo, e desideravano di unire al loro Impero le ricche Province dell'Oriente[504].
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